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Einstein e il fisco finale

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 14/07/2021

Einstein e il fisco finale Einstein e il fisco finale Francesco Grillo, il Messaggero
Persino Albert Einstein – ricorda Francesco Grillo sul Messaggero – fu costretto ad ammettere al proprio commercialista che la questione più difficile da capire è quante tasse pagare sul proprio reddito. Un’ulteriore estensione dell’osservazione dell’uomo che intuì la teoria della relatività è, anzi, il teorema per il quale un sistema fiscale perfetto è quello nel quale è possibile pagare le tasse senza rivolgersi al proprio commercialista. Ed è proprio su questo terreno che l’Italia trova il maggiore svantaggio competitivo che si è autoimposta. L’ostacolo da rimuovere con maggiore urgenza per arrivare ad una crescita stabile che è l’obiettivo di Draghi, del Ministro dell’Economia Franco e di qualsiasi persona che si trovasse a dover governare un Paese pieno di energia strozzata. Che l’Italia riesca ad avere il più complicato sistema fiscale è dimostrato dal confronto internazionale. La difficoltà di adempiere ai propri obblighi fiscali è una tassa in più e la classifica della Banca Mondiale ci vede al 128esimo posto. Per riformare il fisco italiano, dunque, sostiene Grillo, è necessario varare un testo unico che razionalizzi l’intero sistema, cancellando centinaia di esenzioni e di tributi minimi costruite su misura di micro-lobby. Inoltre, occorre dare sostanza alla “rivoluzione manageriale” dell’attività di riscossione. Le agenzie devono tornare a fare il proprio mestiere che è quello di attuare (e non interpretare) la volontà del legislatore. Un Paese moderno non è un Paese perfetto e non potrà vivere senza commercialisti. Continuerà ad esserci un grande bisogno di competenze qualificate per collegare un mondo che cammina veloce verso l’intelligenza artificiale e Stati rimasti ad una concezione hegeliana del potere. La riforma fiscale di cui però abbiamo assoluto bisogno è il passaggio fondamentale per ricostruire un patto tra cittadini e Stato senza il quale continueremo ad essere fermi.
 
Ferruccio de Bortoli, Corriere della Sera
Se c’è un effetto positivo della pandemia – osserva sul Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli – è tutto nel senso di comunità. Un capitale sociale non misurabile ma concreto. Lo sanno i tanti cittadini impoveriti costretti a contare sull’aiuto degli altri, i soggetti fragili, gli anziani. Una ricchezza di buone relazioni e sentimenti che non compare in alcun bilancio. Non si acquista. Si costruisce nel tempo. Eppure rappresenta un prestito di fiducia che va in qualche modo restituito. Un credito che altrimenti si disperde. Ma non vi sarà alcuna autorità, nazionale o europea, a raccomandarne il rispetto al pari di quello che dovrebbe accadere con i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). E disperdere questo capitale intangibile, non mettere a frutto nel modo migliore le tante virtù emerse in questo periodo, non sarebbe un peccato, un’occasione persa – perché c’è tanto da fare di altro – bensì un delitto di cittadinanza. La fiducia, altro capitale intangibile, è il carburante verde della ripresa e del riscatto. Cresce anche e soprattutto se gli spazi comuni sono puliti e sottratti al degrado. Se li sentiamo nostri. E non estranei alla comunità. C’è un progetto che potrebbe essere il simbolo di questa nuova stagione. È il frutto di un’alleanza fra Consorzio Communitas, gli Angeli del Bello ed Extrapulita. Tre grandi realtà del Terzo Settore. Ha due principali obiettivi: combattere il degrado, la sporcizia e l’incuria delle nostre città e aiutare concretamente persone in difficoltà, dando loro non solo un’occupazione ma soprattutto un percorso formativo e di riscatto sociale. Questi «custodi del bello» sono già attivi a Milano, Roma, Firenze e lo saranno, a breve, a Brescia, Biella e Savona. Città amministrate da sindaci di ogni orientamento. Squadre che potrebbero moltiplicarsi e cambiare il volto di tanti centri urbani, aree verdi, sottraendoli al degrado e restituirli più sicuri e frequentabili alle comunità.
 
Lavinia Rivara, la Repubblica
Scrive Lavinia Rivara su Repubblica che una cosa è certa: Mario Draghi ha deciso di metterci la faccia, sulle carceri e più in generale sulla riforma della giustizia, di cui il sistema penitenziario è parte. La decisione del premier di recarsi oggi nell’istituto di Santa Maria Capua Vetere, insieme alla Guardasigilli Marta Cartabia, rappresenta la volontà di rimarcare senza alcun margine di ambiguità, e con la massima ufficialità, la condanna degli abusi e dei pestaggi contro i detenuti avvenuti nell’aprile del 2020, anche per riscattare il Paese dal danno di immagine subìto a livello internazionale. E al tempo stesso è un modo per posizionare ancora una volta palazzo Chigi dalla parte dei diritti e della Costituzione, che quegli episodi di violenza hanno calpestato, come ha denunciato la stessa ministra. Ma Da un punto di vista più strettamente politico non si può non notare che la svolta di Santa Maria Capua Vetere avviene a pochi giorni di distanza dal travagliato Consiglio dei ministri che ha dato il via libera alla proposta del governo sulla riforma della prescrizione, per la quale Draghi si è speso fino al punto di trattare direttamente con Beppe Grillo per superare le resistenze dei 5Stelle, resistenze per la verità rientrate solo temporaneamente in quella occasione, ma pronte a riesplodere. Due mosse che rappresentano un chiaro segnale di discontinuità rispetto al governo precedente e alla sua concezione del pianeta giustizia, dalle carceri ai processi. In altre parole una presa di distanza netta dalla linea Conte-Bonafede, dai suoi ideologismi e dai suoi inciampi. Sono scelte forti quelle fatte dal presidente del Consiglio in tema di giustizia e chi si aspettava che su materie così politiche, su cui certo non si era esercitato nei suoi passati incarichi, avrebbe lasciato fare ai partiti, è rimasto deluso.
 
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