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M5S, la sconfitta dell'ala oltranzista

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 09/07/2021

M5S, la sconfitta dell'ala oltranzista M5S, la sconfitta dell'ala oltranzista Stefano Folli, la Repubblica
Secondo Stefano Folli (la Repubblica), la mediazione di Draghi sulla riforma Cartabia è servita a placare i Cinque Stelle offrendo loro qualche correttivo (su corruzione e reati contro la pubblica amministrazione) che non cambia il senso del provvedimento e tuttavia ha l’effetto di aiutare il Movimento a rientrare nei ranghi della maggioranza. Definita dal Fatto Quotidiano (giornale che tende ad assumere una leadership di fatto del mondo “grillino”, all’insegna dell’oltranzismo e fautrice dell’affondamento senza indugi del governo Draghi) “la nuova legge salva-ladri”, in serata il Consiglio dei ministri ha approvato la riforma con il voto favorevole anche degli esponenti del M5S. I quali con evidenza hanno respinto la linea massimalista propugnata dal quotidiano diretto da Marco Travaglio e hanno deciso di sostenere la riforma della giustizia, sia pure con riserve che toccano soprattutto il punto della prescrizione. Ma nel complesso i ministri 5S non hanno pensato neanche per un minuto di mettere in crisi Draghi chiamandosi fuori dal governo. Segno che hanno pesato sulla bilancia da una parte la loro convenienza (restare in carica fino al termine della legislatura) e dall’altra i rischi dell’avventurismo che rischierebbe di travolgere il Paese, oltre ai destini personali di ognuno. Tutto questo si traduce in una sconfitta dell’ala militante dei 5S e in una vittoria di chi tra i ministri, a cominciare da Di Maio, ha scelto di affiancare Draghi: ne ha assecondato la mediazione e ora potrà mettere in luce il risultato - il primo “sì” alla riforma - senza tacere dei punti critici che restano ma non giustificano la distruzione dell’esecutivo. Draghi, dal canto suo, non sembra curarsi troppo del malessere grillino. Evidentemente vede nei toni sempre più derisori degli oltranzisti (il nuovo Berlusconi, eccetera) non un segno di forza, bensì di debolezza.
 
Massimo Franco, Corriere della Sera
Anche per Massimo Franco (Corriere della Sera), era scontato che alla fine i grillini, nonostante tutti i mal di pancia, avrebbero votato la riforma della giustizia: altrimenti si sarebbero trovati isolati e insieme spaccati. Prigionieri non di una strategia ma dell’assenza di qualunque strategia, e risucchiati in un passato nostalgico. Esiste un grillismo giustizialista che soffia sul fuoco dell’indignazione. Grida d’ufficio alla «controriforma» proposta dalla Guardasigilli, Marta Cartabia, demonizzata in realtà per boicottare l’azione del governo di Mario Draghi. E ieri ha cercato di forzare la mano al premier, facendo tardare la riunione a Palazzo Chigi. Alla fine, però, i Cinque Stelle si sono piegati. Si sono resi conto che la maggioranza sarebbe andata avanti lo stesso, approvando la mediazione. Così, è arrivato il «sì». Tre anni fa la linea del manicheismo giudiziario avrebbe prevalso senza resistenze. Stavolta si è affacciato e poi ritratto, indebolito. D’altronde, il tema divide una formazione che sulla delegittimazione anche giudiziaria degli avversari ha costruito la propria sottocultura e le proprie fortune elettorali. Quel grillismo ritiene di poter sopravvivere solo se non perde referenti e parole d’ordine estremiste. Sembra non vedere, o forse banalmente non gli interessa, che senza una riforma della giustizia come quella preparata faticosamente dall’esecutivo i contraccolpi saranno pesanti, perché il sistema così com’è viene ritenuto incapace di offrire garanzie all’Europa. E può spingerla a porre condizioni-capestro all’Italia prima di concederle una parte dei finanziamenti del Fondo per la ripresa. Forse sarebbe più saggio prendere atto che la riforma controversa dell’ex Guardasigilli grillino Alfonso Bonafede non è solo figlia di un altro governo. Riflette una stagione populista finita da tempo, e non rimpianta: se non da qualche orfano del potere.
 
Chiara Saraceno, La Stampa
Sulla Stampa, la sociologa Chiara Saraceno commenta la riforma approvata ieri che abbassa da 25 a 18 anni il diritto di voto per l’elezione del Senato. Con l’ingresso di circa 4 milioni di giovani tra i 18 e i 24 anni le prossime elezioni vedranno un sostanziale ringiovanimento dell’elettorato per il Senato, allineandolo a quello per la Camera. In parallelo, anche i candidati senatori potranno essere scelti tra coloro che sono in questa giovane fascia di età. Non si è riusciti a superare il bicameralismo perfetto, ma almeno si è eliminata una disomogeneità nell’elettorato attivo e passivo che francamente non aveva ragion d’essere, tanto più in una società invecchiata, che ha bisogno, per poter guardare al futuro, di non trascurare gli interessi, i punti di vista, le capacità, delle generazioni più giovani. È vero che questo allargamento dell’elettorato avviene dopo che è stato fortemente ridotto il numero dei parlamentari di entrambe le Camere, quindi è stato ridotta l’incidenza di ogni singolo voto. Ma dovrebbe diventare meno facile per i partiti e i loro candidati ignorare, o sottovalutare, le opinioni e le aspettative delle generazioni più giovani. Dovranno anche trovare forme di comunicazione, informazione e coinvolgimento adeguate. Non occorre essere giovanilisti a tutti i costi per riconoscere i giovani come legittimi portatori di interessi in proprio e non solo per mediazione di qualcuno più avanti con gli anni. E chi si scandalizza per il potere che hanno influencer come Ferragni, Fedez e molti altri, di orientare non solo (e soprattutto) i consumi ma anche idee su questioni oggetto di controversia politica, dovrebbe piuttosto interrogarsi sul perché la politica, e gli aspiranti influencer politici, non riescano più a intercettare l’interesse, l’intelligenza e le emozioni della maggior parte di noi, a prescindere dall’età, ma soprattutto degli elettori ed elettrici più giovani.
 
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