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Le regole europee da rivedere

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 08/07/2021

Le regole europee da rivedere Le regole europee da rivedere Federico Fubini, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera, Federico Fubini ricorda come in Europa, benché pubblicamente se ne parli ancora poco, rimangano le domande sulla finanza pubblica; ed esiste un mondo, non più egemone ma ancora ben rappresentato in Germania e a Bruxelles, che non vuole cambiare granché nei meccanismi di sorveglianza sui conti pubblici – oggi sospesi causa pandemia – e anzi è ansioso di riavviarli appena potrà. Ora, proviamo ad immaginare cosa accadrebbe se questa visione prevalesse. Poiché le regole oggi sospese dicono che il debito deve scendere del 5% l’anno della distanza che lo separa dalle soglie di Maastricht, l’Italia vedrebbe il proprio futuro ipotecato. Con un debito al 160% del prodotto lordo — contro un «limite» del 60% — il governo dovrebbe registrare per un’intera generazione forti attivi di bilancio prima di pagare gli interessi. Le regole europee, secondo Fubini, vanno dunque riscritte. E non solo perché anche Spagna, Francia e Portogallo dopo Covid si troveranno con un livello di debito pubblico molto cresciuto (benché non alto come in Italia). Il governo Draghi sta lavorando a una propria proposta di revisione del Patto di stabilità, con due caposaldi. Il primo: integrare nel sistema europeo l’opzione, nei momenti di recessione, di lanciare programmi di debito comune ad hoc sul modello del Recovery Plan; il secondo: inserire un criterio di spesa pubblica. In sostanza Palazzo Chigi sta lavorando a una proposta equilibrata, da far pesare in Europa quando le regole andranno riscritte e riattivate. E non manca molto a quel giorno. Dopo le elezioni tedesche, a dicembre, da Bruxelles dovrebbero arrivare i primi «consigli» su come iniziare a programmare la finanza pubblica negli anni seguenti a partire dalla prossima primavera. Saggezza vorrebbe che i piani di rientro del debito fossero realistici — non draconiani — e che si prevedesse un trattamento di favore per gli investimenti pubblici almeno nelle tecnologie e nell’ambiente.
 
Chiara Valerio, la Repubblica
A margine della polemica Ferragnez-Renzi, Chiara Valerio su Repubblica nota come alle elezioni politiche del 2018 siano andati a votare circa 34 milioni di aventi diritto. I follower di Chiara Ferragni sono appena più di 24 milioni, quelli di Fedez appena meno di 13 milioni. Supponendo che l’intersezione dei due insiemi non sia vuota, possiamo pensare che in due, quando, per esempio, sono seduti sul divano, raggiungano circa 30 milioni di follower. A Ferragni e Fedez è richiesta, e io credo abbiano dimostrato di averla, al più una postura civile, forse etica. Volta per volta, in base al problema che si presenta – che siano le raccolte fondi da destinare agli ospedali, che sia l’appello per la mancata calendarizzazione delle vaccinazioni a Milano, che sia una ipotesi di censura su un canale del servizio pubblico – decidono come attivarsi. Avendo a disposizione con un click trenta milioni di italiani che si fidano di loro, quando possono fare una cosa la fanno, quando possono sciogliere una ingiustizia, la sciolgono. Fanno e sciolgono, in che senso? Lo annunciano. Né Ferragni né Fedez hanno in mano poteri esecutivi, legislativi o giudiziari, non sono rappresentanti del popolo democraticamente eletti, sono una cittadina e un cittadino consapevoli, broadcaster ed editori di sé stessi, che, diversamente da Berlusconi o Grillo, non hanno (ancora) fondato un partito. Per Ferragni e Fedez che attraverso gli annunci riescono a raddrizzare storture del nostro quotidiano democratico io, personalmente, provo stima. Il mio stupore riguarda invece Matteo Renzi, senatore di una Repubblica, la nostra, di cui è stato anche presidente del Consiglio. Matteo Renzi, nelle sue funzioni di rappresentante di cittadini e cittadine successivamente a libere elezioni in libero Stato, possiede infatti altri strumenti, oltre gli annunci via social. Matteo Renzi ha responsabilità ulteriori rispetto alla postura civile, o etica. Ha deciso, infatti, candidandosi, di assumersi una responsabilità politica.
 
Francesca Paci, La Stampa
Non cambierà la storia – scrive Francesca Paci sulla Stampa – il fatto che il Parlamento italiano, nella sua interezza, abbia dato ieri via libera alla mozione per concedere la cittadinanza a Patrick George Zaki, lo studente dell’università di Bologna arrestato al Cairo il 7 febbraio 2020 con l’accusa pretestuosa di cospirare ai danni dello Stato e da allora in attesa di giudizio. Eppure pesa. La questione è cosa succede adesso che Senato e Camera hanno esplicitamente dato mandato a Palazzo Chigi di prendere l’iniziativa e sfidare il regime egiziano sul terreno di quei diritti di cui l’Europa si sente paladina. La risposta tragicamente più onesta è: niente. A meno di un per ora inverosimile cambio di prospettiva geopolitica nei confronti dei “dittatori necessari”, non succederà niente. Da mesi è chiaro ormai che il nostro governo, consapevole del rinnovato protagonismo mediterraneo dell’Egitto, ha ridimensionato i toni che pure a un certo punto aveva alzato di fronte ai depistaggi del Cairo su Giulio Regeni. E parliamo di un italiano arrestato, torturato e ammazzato dalla paranoia degli apparati di sicurezza di cui la magistratura ha messo nero su bianco responsabilità e omissioni. Figurarsi un giovane egiziano, la generazione perduta dei 1058 Giulio Regeni che secondo Commitee for Justice sono morti nelle carceri del presidente Abdelfattah al Sisi dal golpe popolare del 2013. C’è un punto chiave però nella giornata di ieri: l’iniziativa popolare lanciata da una piccola associazione di Bologna su Change.org è cresciuta fino a coinvolgere centinaia di città e raccogliere le 270 mila firme. Fare il passo più lungo della gamba non si può, ma neppure fare finta di niente. Fare finta di niente oggi è più difficile. Almeno questo. Anche perché Zaki ci ascolta, scruta l’avvocato e la sorella durante le rarissime visite concesse cercando un segno, Zaki è vivo e ci guarda. C’è ancora tempo.
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