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Letta & C. tradiscono la lezione dei padri

Redazione InPiù 07/07/2021

Altro parere Altro parere Augusto Minzolini, il Giornale
Sullo «Zan» della discordia – osserva Augusto Minzolini sul Giornale – c’è una nota che stona nell’atteggiamento assunto dal vertice del Pd, cioè del partito dove sono confluiti gli eredi della Democrazia Cristiana e del Pci. Tra loro possono essere inseriti a buon diritto anche Enrico Letta, che fu un dirigente scudocrociato, e Nicola Zingaretti e Goffredo Bettini, che si formarono entrambi nella gioventù comunista. Ciò che stona, appunto, è il massimalismo quasi fazioso con cui il gruppo dirigente del Pd tratta un argomento divisivo come la lotta all’omotransfobia, dimenticando che l’obiettivo principale su temi così delicati è far crescere, maturare la cultura, il costume, insomma, la coscienza dell’intero Paese, e non assecondare solo quei pezzi di società che sono andati più avanti di altri. In questi frangenti, infatti, prove di forza dall’esito incerto e scorciatoie possono rivelarsi estremamente rischiose. Addirittura possono provocare un rigetto in Parlamento come nella società, con un risultato opposto rispetto a quello che ci si prefigge. Questa, almeno, è stata la lezione dei loro padri, cioè dei vari De Gasperi, Togliatti, Moro e Berlinguer. La linea assunta da Letta e compagni stride poi ancora di più se si tiene conto della cautela con cui si muovono pezzi del loro mondo e, soprattutto, di fronte alla disponibilità al dialogo e a ricercare un accordo da parte di settori moderati, della Chiesa, e, addirittura, della destra. Che Matteo Salvini debba insegnare il metodo del confronto e l’arte del compromesso ai nipotini di Moro e Berlinguer, diciamoci la verità, è quasi un paradosso. Ma tant’è. Per non parlare del comportamento ostile (al limite della criminalizzazione) assunto nei confronti di chi, anche nel campo della sinistra, auspica un accordo più ampio e «sicuro» in Parlamento come Matteo Renzi. L’ennesimo episodio dell’eterno conflitto tra «massimalismo» e «riformismo» che ha fatto tanto male alla sinistra.
 
Roberto Cornero, Avvenire
Si dice – scrive Roberto Cornero su Avvenire – che noi italiani siamo molto bravi nella reazione immediata alle difficoltà, mentre lo siamo un po’ meno nel programmare le cose in anticipo. La scuola al tempo del Covid19 sembra confermare questa tesi. Quando alla fine di febbraio dell’anno scorso l’epidemia si diffuse rapidamente nel Paese, l’istituzione scolastica fu capace di rispondere prontamente all’emergenza, mettendo in campo qualcosa di assolutamente inedito, la didattica a distanza, e nel complesso il sistema fu capace di rispondere alla sfida. In vista dell’inizio del nuovo anno scolastico, si era provato ad attrezzarsi. Dirigenti scolastici e docenti avevano lavorato sodo per una riapertura in sicurezza, forse, però, non del tutto supportati dalla politica e dalle istituzioni. Oggi ci troviamo in una situazione analoga a quella dell’estate dello scorso anno: contagi e morti al minimo dall’inizio della pandemia. Ci sono tuttavia diverse ragioni per non essere tranquilli. Pare che la cosiddetta variante Delta del virus sia 8 volte più contagiosa di quella attualmente dominante. Mancano due mesi all’inizio del nuovo anno scolastico. Che cosa è stato fatto e che cosa no? Che cosa siamo ancora in tempo a fare? Alcune questioni riguardano il contesto di tutto ciò che ruota attorno alla scuola, per esempio e per primo, il tema della mobilità degli studenti. Altre concernono più da vicino l’organizzazione scolastica in quanto tale. Con classi di 30 alunni il distanziamento interpersonale è un’utopia. C’è poi il capitolo degli spazi e dell’edilizia scolastica. Infine, c’è quanto attiene alla responsabilità individuale di ogni insegnante. E qui è giusto rilanciare il sacrosanto appello del generale Figliuolo alla vaccinazione degli operatori scolastici: che più di 200mila non si siano ancora immunizzati è un dato grave e preoccupante.
 
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