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Il valore del centro in politica

Sintesi degli editoriali dei principali giornali

Redazione InPiù 07/07/2021

Il valore del centro in politica Il valore del centro in politica Angelo Panebianco, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera, Angelo Panebianco si chiede se non sia forse possibile che il governo Draghi abbia innescato un duraturo cambiamento di rotta. Che stia prendendo corpo un nuovo ciclo nel quale le posizioni estreme perdono appeal e il «centro» politico riacquista forza, valore, capacità di attrazione. La vulgata e i sondaggi, in realtà, sembrano dire altro, e la stessa politica continua a rappresentarsi come se fosse dominata dal duro confronto fra la Destra e la Sinistra. In queste condizioni le posizioni politicamente meno remunerative appaiono proprio quelle di centro. Ma i sondaggi si limitano a registrare le intenzioni di voto del momento. L’evoluzione politica è una cosa più complessa, i sondaggi non possono anticiparla. E man mano che passa il tempo diventa così sempre più difficile definire «tecnico» il governo Draghi, un governo a tutti gli effetti di centro. Non lo è solo, banalmente, perché, data la composizione della coalizione che lo sostiene, deve tenersi in equilibrio fra la destra e la sinistra. Lo è anche perché, fatti salvi gli effetti, più o meno distorsivi, delle inevitabili mediazioni quotidiane, le sue politiche tengono la barra al centro, si sforzano di unire interventismo statale selettivo e sostegno al mercato e alla iniziativa privata, attenzione alle fasce più povere della popolazione e misure a favore dello sviluppo e della crescita. L’azione neo-centrista del governo Draghi può avere successo oppure no. Se arriverà il successo — sotto forma, innanzitutto, di una sostenuta ripresa economica capace di durare nel tempo — ne uscirà rivoluzionata la politica italiana. Se le politiche di centro hanno successo, ne consegue che le posizioni di centro tornano ad essere politicamente appetibili. Se il governo Draghi durerà ancora a lungo e se la sua azione avrà successo, si apriranno, plausibilmente, vaste praterie al centro dello schieramento politico.
 
Tito Boeri e Roberto Perotti, la Repubblica
Tito Boeri e Roberto Perotti, su Repubblica, si occupano del problema carceri, sull’onda dell’indignazione per il caso del pestaggio di detenuti avvenuto a Santa Maria Capua Vetere. Colpisce – scrivono i due economisti – il senso di impunità con cui sono stati compiuti atti efferati davanti alle telecamere. Mentre la giustizia farà il suo corso dobbiamo pensare concretamente a come rendere più umane le nostre carceri. Bisogna finalmente affrontare i problemi di fondo del nostro sistema carcerario. La bomba a orologeria costituita dal sovraffollamento cronico delle nostre carceri non poteva che deflagrare in tempi di distanziamento sociale. Un problema risolvibile in due modi: costruire più carceri, o svuotare le carceri. La prima soluzione va diretta al cuore del problema, e dovrebbe soddisfare coloro (quasi tutti in Italia ai tempi del Pnrr) che vedono nelle opere pubbliche lo strumento più efficace per creare lavoro. Ma parlare di costruire nuove carceri in Italia è un tabu, perché nessuno vuole passare per forcaiolo; e ai politici piace tagliare i nastri di uno stadio o di un Expo, non quelli di un nuovo carcere. Ad andarci di mezzo, intanto, sono i detenuti. La seconda soluzione è popolare lungo tutto l’arco parlamentare: c’è sempre chi propone indulti, amnistie, e depenalizzazioni. È la soluzione più facile, ma è nascondersi dietro un dito. L’indulto del 2006 ridusse la popolazione carceraria per meno di due anni, e al prezzo di un inevitabile aumento dei reati. A due anni dall’indulto la popolazione carceraria tornò a livelli pre-indulto, e migliaia di reati furono commessi da detenuti indultati. La conclusione è inevitabile: per rendere le condizioni dei detenuti più umane, l’Italia ha bisogno di più posti in carcere.
 
Lucetta Scaraffia, La Stampa
Sulla Stampa Lucetta Scaraffia riflette sulle differenze di genere nella nostra cultura, mentre in Parlamento si discute e si vota la legge Zan, che si propone – fra altre più utili cose – di fondare la nuova cultura del gender, per cui non esisterebbe né maschio né femmina. Ma nel mondo vero, quello concreto della vita quotidiana, questa distinzione è onnipresente. Provate ad esempio a entrare in un negozio che vende oggetti per la spiaggia, per chiedere dei braccioli salvagente per un nipote (termine neutro, che va bene per maschio o femmina). Subito vi verrà chiesto: maschio o femmina? Potete obiettare che l’identità sessuale con i braccioli non c’entra niente, come prova il fatto che per anni quegli utili oggetti sono stati venduti in modo neutro, e scelti solo in base ai colori. Probabilmente non troverete un terreno favorevole: oggi i braccioli si dividono infatti in due grandi sezioni, caratterizzate da colori e disegni diversi per maschio o per femmina. E se vi guardate intorno nel negozio vi accorgerete che tutti gli articoli obbediscono a questa divisione, tutti sono accuratamente separati per genere: dai sandaletti da spiaggia di gomma ai cappellini per il sole, dai palloni alle t-shirt. A due, tre anni, ma anche da prima, direi dalla nascita, i prodotti di ogni tipo per i bambini sono divisi in due settori incomunicabili legati all’identità sessuale. E i bambini aderiscono spontaneamente e con facilità a questo mondo duale. Il fatto che in un momento in cui le polemiche sull’ideologia gender sono forti e chi la critica rischia di essere classificato come nemico della libertà e del progresso, una moda per bambini così legata agli stereotipi sessuali abbia trovato tanta fortuna, è un ennesimo segnale che ci ricorda come cambiare mentalità e valori radicati da tempo immemorabile non sia per nulla facile ma richieda tempo, pazienza, e comprensione anche nei confronti di chi non condivide le innovazioni. E magari qualche ragione ce l’ha.
 
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