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Dalla crisi dei 5S emerge Di Maio

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 30/06/2021

Dalla crisi dei 5S emerge Di Maio Dalla crisi dei 5S emerge Di Maio Stefano Folli, la Repubblica
Dalla crisi del Movimento 5 Stelle emerge Luigi Di Maio, osserva su Repubblica Stefano Folli, dopo che Beppe Grillo – il narciso storico – ha trattato ieri con totale disprezzo il narciso sfidante, Giuseppe Conte, dandogli dell’incapace. Vale a dire che lo ha colpito nella vanità e nell’orgoglio. L’ex premier ha infatti costruito il suo profilo e, va detto, la sua popolarità scandita dai sondaggi sull’idea di essere stato un presidente del Consiglio straordinario nella stagione in cui esplodeva il Covid e poi quando c’era da trattare con l’Unione le cifre del Recovery. Non solo: Conte crede o finge di credere d’essere stato disarcionato da un complotto di palazzo nel pieno dell’azione di governo. Qui nasce la sua pretesa che Grillo gli consegni le chiavi del movimento, o di quel che ne rimane, riconoscendogli doti superiori messe in mostra nei due anni e mezzo trascorsi a Palazzo Chigi alla testa di due maggioranze opposte. Viceversa il narciso storico ha cancellato con due frasi spietate questa immagine e idealmente ha rigettato lo sfidante nello studio legale da dove era venuto, ancora sconosciuto al grande pubblico. È una rottura? Sì e no. È più che altro un modo sprezzante per dire a Conte che l’Elevato, la guida suprema dei 5S, non accetta nemmeno la sfida. E che ora tocca all’ex premier rientrare nei ranghi con la coda fra le gambe oppure scegliere di andarsene per inseguire altre avventure. Tutto questo avviene nelle ore in cui Luigi Di Maio (il migliore dei ministri degli Esteri, secondo le parole del fondatore) s’intrattiene con il segretario di Stato americano e poi gestisce a Matera il G20, lanciando progetti contro la fame nel mondo. La logica vorrebbe che adesso fosse proprio Di Maio a guidare la pattuglia parlamentare dei 5S, pur sempre la forza di maggioranza relativa in Parlamento. La scelta frantumerebbe il mondo “grillino”, peraltro già a pezzi, ma non metterebbe a rischio il governo Draghi.
 
Ernesto Galli della Loggia, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia prende spunto dai risultati delle elezioni regionali francesi, con la clamorosa sconfitta di Marine Le Pen, per trarre degli insegnamenti da rivolgere ai partiti di destra, Lega e Fratelli d’Italia. Il primo insegnamento, secondo Galli, riguarda la collocazione internazionale. Sembra venuta l’ora che Salvini e Meloni si chiedano quale reale vantaggio (legittimo, inutile aggiungere…) essi possono sperare di ottenere dal loro ormai pluriennale flirt con regimi come quello ungherese, polacco o russo, oppure dal guardare con indulgente simpatia i nazisti di Alternative für Deutschland. E che senso ha impegnarsi in tali compromettenti vicinanze solo perché tutti questi signori sono contro l’aborto, l’omosessualità e il troppo vacuo democraticismo di Bruxelles?  Il secondo insegnamento che viene dalla Francia riguarda il modo di fare opposizione. E ancora una volta vale l’esempio del Rassemblement lepenista che, come ogni populismo, non ha fatto che alimentarsi della contrapposizione più o meno gridata e frontale, della messa sotto accusa dell’establishment in qualsiasi circostanza. Ma il responso delle urne francesi mostra che tutto ciò oggi non paga. Il Paese, infatti, sente sempre più urgente il bisogno di impegnarsi in una rinascita complessiva e di lunga lena. Ha voglia e necessità di essere chiamato a traguardi importanti.  Per finire, il risultato francese ripropone ancora una volta la questione che pesa come una spada di Damocle sulla destra di quel Paese come sulla nostra: la delegittimazione che promana dal loro passato. Chi vuole governare l’Italia deve assolutamente convenire che l’alleanza con il nazismo e le leggi razziali, l’aggressione bellica a mezzo mondo e poi Salò, hanno reso la vittoria alleata del 1945 un evento, per quanto anche pieno di dolore, per noi fortunato e positivo.
 
Paolo Griseri, La Stampa
Con un impegno comune governo, sindacati e industriali hanno prorogato all’inizio d’autunno la durata del blocco dei licenziamenti. La decisione – commenta Paolo Griseri sulla Stampa – sembra venire incontro al timore di Cgil, Cisl e Uil che uno sblocco immediato avrebbe portato a una valanga di espulsioni dalle fabbriche e dagli uffici. Gli imprenditori continuano a ripetere che il blocco italiano è unico nel suo genere nell’Occidente e portano gli esempi di Francia, Spagna e Gran Bretagna dove però la libertà di licenziamento è compensata da una cassa integrazione più sostanziosa e conveniente per imprese e lavoratori. La discussione non è se prorogare all’infinito il blocco: sarebbe impossibile e nemmeno i sindacati lo vogliono. Si discute invece quando eliminarlo. C’è infatti una inevitabile simmetria tra l’evoluzione della pandemia e le scelte di politica economica e sociale del governo. Si tratta cioè di capire quando la ripresa della nostra industria sarà sufficientemente forte da compensare almeno in parte significativa l’effetto delle prevedibili ristrutturazioni che arriveranno alla fine del blocco dei licenziamenti. Sappiamo che per il 2021 l’economia italiana dovrebbe crescere intorno al 4 per cento. Un valore analogo a quello previsto per il prossimo anno. Tassi molto significativi ma non ancora in grado di compensare interamente il crollo del 9,5 per cento del 2019, l’ultimo periodo prima della pandemia, l’anno su cui sono ancora oggi tarati gli organici delle aziende italiane. Nel marzo 2020 era stato sottoscritto un patto tra sindacati e aziende per riprendere rapidamente la produzione anche nei giorni difficili del lockdown più stretto. Tra le clausole di quel patto c’era anche il blocco dei licenziamenti. La logica era quella della safety car nella Formula uno. L’accordo raggiunto ieri tra governo e parti sociali è fatto in modo da consentire un’uscita graduale della safety car dalla pista dell’economia italiana.
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