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Gli esami da superare

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 24/06/2021

In edicola In edicola Maurizio Ferrera, Corriere della Sera
“La valutazione positiva che il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) ha ottenuto dalla Ue è sicuramente motivo di orgoglio, come ha affermato Mario Draghi”. Lo scrive Maurizio Ferrera sul Corriere della Sera parlando degli “esami da superare” da parte dell’Italia. “La partita adesso diventa più difficile: bisogna realizzare le 227 misure previste, senza contare le cosiddette riforme capacitanti, quelle che non costano, ma cambiano le regole del gioco (come giustizia e pubblica amministrazione). Il cronoprogramma è serrato e preciso nelle scadenze e nei contenuti. La lettura fa tremare le vene ai polsi: presuppone una capacità di agire che è anni luce lontana dai nostri standard abituali. C’è da chiedersi se il governo e i partiti che lo sostengono siano consapevoli della enormità della sfida. Dai primi passi concreti, sembra di no”. A tale proposito Ferrera cita gli iter dei provvedimenti su semplificazioni e lavoro. “Gli ostacoli attuativi non riguardano solo l’inefficienza del sistema governo-parlamento amministrazione (compreso il livello regionale). Le riforme sono destinate a scontrarsi con le resistenze dei vari interessi coinvolti: pubblico impiego, imprese, sindacati, la pletora di categorie che preferirebbero mantenere lo status quo, oppure che cercheranno di lucrare vantaggi. Con un sistema partitico fluido e frammentato come quello italiano, non sarà facile forgiare compromessi e orchestrare il consenso. C’è poi il versante esterno. Le nove rate successive a quella di luglio verranno erogate dopo una verifica del «conseguimento soddisfacente» dei pertinenti traguardi e obiettivi dei piani nazionali. Chi effettuerà la verifica? In prima battuta la Commissione, ma l’ultima parola spetta al Consiglio, dove siedono i governi nazionali. Insomma, dovremo fare i conti anche con le valutazioni di quei Paesi «frugali» (Olanda in testa) che si erano battuti contro il Next Generation Eu (Ngeu), non molto ben disposti verso il nostro Paese. I prossimi nove esami non saranno una passeggiata”.
 
 
Michele Ainis, la Repubblica
“No, non è in gioco la libertà di culto o quella di pensiero. La nota diplomatica della Santa Sede contro la legge Zan chiama in causa la stessa laicità del nostro Stato, e quest’ultima evoca a sua volta una questione di diritto internazionale, non soltanto di diritto interno”. Così Michele Ainis su Repubblica in un editoriale dove parla di “rapporti fra Stati sovrani, come ha osservato il presidente Draghi” e della “speciale posizione del cattolicesimo, l’unica confessione religiosa al mondo eretta a Stato”. Ne deriva una somma di poteri ma ne derivano altresì vincoli e divieti, che in questa vicenda sono stati disattesi, violati, calpestati. A una garanzia in più (e quale garanzia!) fa da contrappeso un limite in più. E sia la garanzia che il limite discendono dall’articolo 7 della Costituzione, il manifesto laico dello Stato italiano. Perché da un lato conferma la validità dei Patti lateranensi, unica sopravvivenza del fascismo nella nostra Carta antifascista. Però dall’altro lato esordisce con una dichiarazione secca, perentoria: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani». Significa che Stato e Chiesa non hanno alcuna competenza a pronunciarsi sui rispettivi ordinamenti, poiché l’indipendenza è questo, è un obbligo di non interferenza nelle faccende altrui. Ed evoca perciò il fondamento stesso della laicità, che si traduce in ultimo nel «muro» fra Stato e chiese di cui parlava Thomas Jefferson, nel rifiuto verso ogni contaminazione di valori religiosi in tutto ciò che è pubblico, di tutti. E del resto, come reagirebbe a parti invertite il Vaticano? Giacché dopotutto qualche critica potremmo esprimerla anche noi, rispetto al loro modello di governo. Che non tutela la certezza del diritto, sepolta da un sistema di dispense e privilegi. Nega la libertà di culto, in nome della religione di Stato. Disconosce la regola della maggiore età (le leggi ecclesiastiche obbligano tutti i battezzati che abbiano compiuto 7 anni). Dove nessuna donna può diventare parroco, né papa. E che non riconosce infine la separazione dei poteri, dato che il pontefice è al vertice del potere legislativo, esecutivo, giudiziario. Noi, ovviamente, non ci permettiamo obiezioni. Ma non dovrebbero permettersi neanche loro, a obiettare sulle nostre scelte”.
 
 
Piergiorgio Odifreddi, La Stampa
“Rispondendo all’intervento del Vaticano sulla legge Zan, il presidente del Consiglio ha dichiarato che «lo stato Italiano è laico e il Parlamento è libero», e i parroci di strada hanno accusato una manina di aver agito all’insaputa del papa. In realtà, il Vaticano ha semplicemente sollevato un dubbio di incostituzionalità, com’è nel suo pieno diritto, confermato implicitamente da Draghi”. Lo scrive Piergiorgio Odifreddi sulla Stampa: “L’articolo 7 della Costituzione stabilisce infatti che i rapporti fra Stato e Chiesa siano regolati dal Concordato ereditato dal fascismo. Non bisogna dunque prendersela con il Vaticano che rivendica l’attuazione di quei patti, ma con coloro che dapprima li hanno voluti, da Mussolini a Togliatti, e in seguito li hanno mantenuti. Il Vaticano si preoccupa che la legge Zan possa obbligare le scuole a insegnare l’identità di genere, e paradossalmente non ha tutti i torti: quest’ultima, infatti, viene definita nell’Articolo 1 della legge come ‘l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso’. La legge decreterebbe in tal modo una cesura tra la percezione psicologica di un individuo e la sua realtà fisiologica: la prima dev’essere naturalmente tutelata e difesa, perché ciascuno ha diritto di avere le opinioni e i sentimenti che desidera, ma la seconda non può semplicemente essere negata o rimossa, perché anche i fatti hanno i loro diritti. E’ singolare che a cercare di introdurre l’ircocervo dell’identità di genere nella legislazione italiana sia un decreto che porta la firma di un ingegnere come Zan, invece che di un filosofo del pensiero debole come Vattimo. Ma è proprio l’accoppiamento della sacrosanta difesa del diritto alle scelte sessuali e affettive, da un lato, con la condannabile introduzione dell’identità di genere, dall’altro, che rischia di affossare l’uno e l’altra. Ora, sono più importanti i fatti, e in particolare la necessità di tutelare le scelte di vita individuali, e di difenderle dalle vessazioni e dalle violenze, o le interpretazioni, e cioè le ideologie sociologiche post-moderne? Non sarebbe meglio riconoscere che anche da sinistra si sono sollevate perplessità di vario ‘genere’ su queste ideologie, che rischiano di far buttare nel lavandino il bambino insieme all’acqua sporca?”.
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