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La prima di Conte e le nuove 5 stelle

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 02/04/2021

La prima di Conte e le nuove 5 stelle La prima di Conte e le nuove 5 stelle Marcello Sorgi, La Stampa
Sulla Stampa Marcello Sorgi commenta il progetto di rifondazione del M5s illustrato ieri dall’ex premier Giuseppe Conte. “Il vestito sarà verde, come vuole Grillo che vede nella vocazione ecologica l’unica possibilità di rinascita per il M5S. Ma il cuore sarà democristiano, perché dc, o neo dc, o di centro, un centro che guarda a sinistra, è l’imprinting di Conte, l’ex-premier che da ieri ha assunto la guida dei grillini. E ha conquistato vette inaudite di popolarità proprio riscoprendo quella certa vena nazionale fatta di moderazione, compromesso, predisposizione all’attesa e al rinvio, oltre che di inconfondibili radici meridionali. Questo non vuol dire che Conte non abbia in mente un programma: tra le righe ha lasciato intendere che il Movimento, per come lo vede lui, ha un futuro solo se accetta fino in fondo la realtà in cui è chiamato a operare, se affianca alla democrazia di base il pieno riconoscimento di quella rappresentativa e parlamentare; se prende coscienza delle proprie responsabilità e della necessità delle necessarie competenze per affrontare i problemi complessi del Paese”. Tuttavia, sottolinea Sorgi, “ragionare sul discorso di presentazione di Conte all’assemblea grillina sarà importante, ma solo fino a un certo punto. Perché saggiamente ha detto il meno possibile e ha schivato tutte le questioni più spinose, dal limite dei due mandati al rapporto con Casaleggio. Ma è soprattutto una la ragione per cui Conte è passato ieri sera, con imprevedibile disinvoltura, dal ruolo di ex-premier a quello di nuovo capo politico dei grillini. Invece di uscire di scena, come tutti si aspettavano, in meno di due mesi s’è costruito un ruolo nuovo ed è tornato: rappresentando ormai l’unica speranza di futuro, non solo per i 5 Stelle, ma in buona parte anche per Letta e il centrosinistra”.
 
Massimo Gramellini, Corriere della Sera
Nel suo “Il caffè” Massimo Gramellini commenta sul Corriere della Sera la vicenda dell’ufficiale della Marina italiana arrestato con l’accusa di aver venduto segreti militari della Nato a uno 007 russo. “Alla ricerca di una giustificazione che lo rendesse meno odioso ai suoi connazionali e forse alla sua coscienza, il capitano di fregata Walter Biot ha spiegato di avere venduto segreti militari ai russi per motivi di famiglia. Il mutuo per la casa e il mantenimento della prole, tra cui una figlia che sta poco bene. Più o meno le stesse parole usate dalla moglie, che all’elenco ha aggiunto i quattro cani e le rate della palestra. Messaggio sottinteso: Biot non ha tradito per comprarsi uno yacht, ma per salvaguardare il tenore di vita dei suoi cari. La famiglia come attenuante è un concetto squisitamente italiano, esasperato da una certa tv a ciglio umido. Se il capitano lo ha tirato in ballo è perché ci crede. E perché è convinto, con qualche ragione, che gli crederemo anche noi. Non tutti e non del tutto, ma «Tengo famiglia» è pur sempre lo slogan che Leo Longanesi proponeva di cucire sul tricolore: il movente insindacabile, la candeggina che smacchia ogni bruttura. Il limite del familismo – osserva Gramellini - è che non pensa mai alle ricadute dei propri gesti sulle famiglie altrui. Per esempio, quelle dei soldati italiani all’estero che i documenti venduti dal capitano potrebbero avere messo a repentaglio. Oltretutto Biot non è un relitto sociale né un battitore libero, ma un rappresentante autorevole e garantito dello Stato. Era quella la grande famiglia di cui avrebbe dovuto sentirsi parte. Chiedendole aiuto, invece di tradirla”.
 
Lucia Capuzzi, Avvenire
Lucia Capuzzi commenta su Avvenire le immagini riprese dalle telecamere della polizia di frontiera Usa che mostrano “il lancio”, da parte dei trafficanti di migranti, di due sorelline ecuadoriane di 3 e 5 anni al di là della barriera metallica che divide gli Stati Uniti dal Messico. “I baby-migranti continuano a bussare alle porte degli Usa al ritmo assurdo di 550 al giorno nel mese di marzo. Altre migliaia sono in viaggio più a Sud, nelle giungle del Darién, tra Colombia e Panama, dove il loro numero si è moltiplicato per quindici nel giro di tre anni. A inviarli, con un dolore indescrivibile, sono gli stessi genitori. Alcuni – racconta Capuzzi - cuciono addosso ai piccoli i pochi risparmi e li spediscono all’avventura. La gran parte ipoteca la casupola e la terra, chiede prestiti a chiunque, anche a usurai senza scrupoli, pur di assoldare un coyote, ovvero un trafficante di esseri umani, che accompagni i figli nei 7mila chilometri di viaggio verso Nord. Il ‘biglietto’ costa caro: anche 7 o 10mila dollari. Per cautelarsi, il coyote riceve l’ultima metà della quota a passaggio avvenuto. Non è detto, però, che non fugga prima col denaro ricevuto, abbandonando il piccolo per strada. Nemmeno i trafficanti più affidabili danno garanzie. Madri e padri, tuttavia, continuano a spingere i figli verso Nord. Non hanno scelta: sperano di dargli un’opportunità di vita. Congelato l’anno scorso dalla pandemia, il flusso verso gli Usa è ripreso con forza da gennaio. Complice, certo, il cambio alla Casa Bianca e l’abbandono della narrativa muscolare dal nuovo inquilino Joe Biden, che ha concesso una deroga ai minori non accompagnati. L’ammorbidimento può aver contributo all’incremento, ma la migrazione ha radici profonde. Non si tratta più di inseguire il sogno americano, bensì di fuggire dall’incubo di violenza e miseria in cui è precipitata l’America centrale a causa del binomio perverso tra corruzione e criminalità”.
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