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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 01/04/2021

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Stiglitz: Draghi ha ragione e l’Europa imiti Biden
Joe Stiglitz è netto: «Draghi ha ragione, e l’Europa dovrebbe imitare il piano Biden spendendo molto di più. L’Ue deve puntare sugli eurobond, investire più del 2% del Pil nella ricostruzione e togliere il blocco agli aiuti statali che la penalizza rispetto a Usa e Cina. Quanto al debito italiano, se la crescita riparte è gestibile». Il Nobel della Columbia University ha appena pubblicato con l’Inet un rapporto sulla risposta al Covid, intitolato “Interim Report on the Global Response to the Pandemic”, che discute in esclusiva con Paolo Mastrolilli sulla Stampa. Denunciate il nazionalismo dei vaccini: cosa bisogna fare? «Ci sono diverse proposte buone sul tavolo, come quelle di Oms e Wto per sospendere la proprietà intellettuale relativa al Covid. I Paesi in via di sviluppo ne sono entusiasti, la sfida è convincere quelli sviluppati». Vanno eliminati i brevetti? «Questo è un caso di emergenza. Non si tratta di ridisegnare tutto il sistema da zero, ma affermare che nel contesto del Covid i brevetti si sospendono». Come giudica gli stimoli di Biden? «Sta cambiando il paradigma dell’economia americana. Da almeno vent’anni siamo bloccati in un circolo vizioso di domanda aggregata inadeguata, disuguaglianza, disoccupazione aperta e mascherata, deficienza degli investimenti nelle infrastrutture, la tecnologia e la gente. Biden sta rovesciando la situazione, usando la spesa pubblica per infrastrutture, mercato del lavoro e riduzione della disuguaglianza. Ciò offre la possibilità di uscire dalla trappola». Basta per battere la Cina? «Sì. Pechino ha un modello diverso, ma alla lunga l’assenza di apertura nell’economia, la società, l’istruzione e le istituzioni manderà in stallo creatività e innovazione. Se Biden avrà successo, questo sarà il vantaggio competitivo degli Usa, che continueranno ad attirare le persone più creative del mondo».
 
Forsyth: gli 007 di Putin più aggressivi che ai tempi della Guerra fredda
«Tenere alta la guardia, essere sempre attenti, pronti a proteggersi e a difendersi dai colpi di Mosca, come hanno dimostrato di fare in questa occasione gli agenti del controspionaggio italiano». È la ricetta di Frederick Forsyth – intervistato da Enrico Franceschini su Repubblica – per affrontare la Russia di Putin, davanti all’arresto di un ufficiale italiano che passava segreti a Mosca e all’espulsione delle due spie russe che lo avevano convinto a collaborare. L’ultimo maestro inglese delle spy-stories non si fa illusioni: «Ci sarà sempre qualcuno che tradisce la patria per denaro o per un ricatto», dice l’autore di best-seller mondiali. «Come scrittore di spionaggio io ormai mi sono ritirato, di libri ne ho pubblicati abbastanza», aggiunge al telefono dalla sua casa di campagna. «Ma le spie della realtà non vanno mai in pensione». Che cosa pensa di questa operazione, Forsyth? «Penso che quando è crollata l’Unione Sovietica, trent’anni fa, qualcuno si è illuso che fossimo davanti alla fine della storia e che insieme a quest’ultima fossero finite le guerre di spionaggio tra Ovest ed Est. Invece sono continuate e con Putin al Cremlino sono diventate perfino più aggressive di quanto fossero durante la guerra fredda». Perché proprio adesso? «Probabilmente come risposta al fallimento dell’assassinio di Sergej Skripal, l’ex agente dello spionaggio militare russo che faceva il doppio gioco per i britannici. Ma Skripal era un pesce piccolo per Mosca… «Sì, ma la reazione che provocò il tentativo di ucciderlo è stata molto grossa. La Gran Bretagna, seguita dagli Stati Uniti e da quasi tutti i paesi occidentali, Italia compresa, espulse 150 diplomatici russi, la più grande rappresaglia che ci sia stata dal crollo del muro di Berlino. Ovvero espulse 150 spie russe, infliggendo un duro colpo alla rete spionistica del Cremlino in Occidente. Ora Mosca sta cercando di ricostruirla».
 
Lorenzo Fontana: partiamo dai valori per unire la destra Ue
Il nuovo responsabile Esteri della Lega, Lorenzo Fontana, spiega in una intervista sul Corriere della Sera le ragioni della missione odierna di Matteo Salvini a Budapest, dove il leader leghista incontrerà il premier ungherese Viktor Orbán e quello polacco Mateusz Morawiecki: «Andiamo in Ungheria per mettere le basi per una carta dei valori identitari europei, la più vasta possibile» dice al giornalista Marco Cremonesi. Che cosa è cambiato nella politica estera della Lega dopo il sostegno a un governo «convintamente europeista e atlantista» come quello di Mario Draghi? «Dobbiamo sfruttare questo momento per dimostrare a tutti che quando siamo al governo possiamo governare in maniera equilibrata e risoluta. E siamo in grado di stringere relazioni internazionali inclusive». È possibile governare in Italia con Mario Draghi e puntare sui super sovranisti, in odore di autoritarismo, all’estero? «Noi oggi incontreremo i premier di due paesi importanti: non le opposizioni di due staterelli. Quanto all’autoritarismo, forse è più appropriato parlarne per paesi come Turchia o Cina. Ma il punto è creare una forza che riporti anche e soprattutto il Partito popolare europeo a dialogare con un centrodestra europeo invece che con i socialisti». Quali sono i «valori» di cui parla? «Sono i valori cristiani, della cooperazione, della sussidiarietà, della famiglia, del contrasto all’immigrazione incontrollata, della difesa delle piccole e medie imprese e dei prodotti locali. Questo è il centrodestra europeo». I polacchi del Pis appartengono all’eurogruppo Ecr presieduto da Giorgia Meloni. Non è uno sgarbo nei suoi confronti? «Per costruire un eurogruppo bisogna ancora percorrere molta strada. Noi stiamo iniziando a costruire una carta dei valori in cui penso si possa riconoscere anche Fratelli d’Italia. Saremo alleati per le prossime elezioni politiche, credo che potremo esserlo ancor di più in Europa».
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