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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 05/03/2021

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Cuperlo: Tra correnti e caminetti il Pd ha perso l’identità
“Tra correnti e caminetti abbiamo perso l’identità; spero che Nicola ci ripensi”. Lo afferma Gianni Cuperlo, esponente di primo piano del Pd, intervistato da Amedeo Lamattina sulla Stampa commentando le dimissioni di Zingaretti. Zingaretti si vergogna di un partito che parla di poltrone. Anche lei si vergogna un po’? Il Pd è ridotto a questo? «Mi faccia dire che non ho poltrone da difendere, ho rinunciato a un collegio considerato sicuro e sono da due anni in cassaintegrazione come altre decine di dipendenti del Pd. Detto ciò, con altri ho denunciato un correntismo esasperato quando dirlo non era propriamente di moda». In effetti però l’impressione è che il Pd sia diventato un partito di potere. Come si fa a confutare questa forte impressione suffragata dalle parole di Zingaretti? «Ma proprio per questo penso che il Pd abbia bisogno di essere rifondato nel suo modo di discutere, di organizzarsi sui territori, dove spesso è ostaggio di notabilati inamovibili. E anche nel modo in cui seleziona una classe dirigente fuori da logiche di fedeltà e rendite di potere. Ecco perché io non mi vergogno, io voglio ribaltare questa concezione della politica». Le dimissioni di Zingaretti sono un fulmine a ciel sereno? Lei aveva avuto dei sentori? «Come altri avevo discusso con Nicola le difficoltà dell’ultima fase e apprezzato la sua scelta di accelerare un chiarimento politico dopo la nascita del governo Draghi». Ora tutti a dire «Nicola, ripensaci». Una bella ipocrisia, no? «Non servono accuse né indici puntati. La politica purtroppo riserva anche durezze, per questo credo di intuire i pensieri di Nicola a fronte di scelte non facili che abbiamo assunto dopo averle discusse negli organismi dirigenti e che formalmente sono state condivise da tutti». Il Pd sembra colpito da una maledizione. È forse vero quello che disse una volta D’Alema: l’amalgama tra i Ds e la Margherita non è venuto bene. «Il punto non è l’amalgama, i partiti che lei cita hanno smesso di esistere quindici anni fa. La realtà è che in questo tempo è cambiato il mondo e adesso la prova è ricollocare quel progetto nella società italiana dei prossimi anni. Il tema è la nostra identità, la lettura che diamo dei conflitti aperti e la capacità di essere un’alternativa credibile alla destra sul terreno dei valori, delle coerenze e anche della qualità di una classe dirigente». Lei cosa suggerisce di fare? «Io mi auguro che l’assemblea convocata per il 13 e 14 marzo respinga con convinzione le dimissioni di Nicola e spero che, nonostante l’amarezza, lui possa ritornare sulla sua decisione».
 
Aldo Bonomi: Il welfare non raggiunge chi soffre, le nostre città sono sfaldate
“Il welfare non raggiunge chi soffre e le nostre città si sono sfaldate”. Lo afferma il sociologo, Aldo Bonomi, intervistato da Gabriele De Stefani, per La Stampa. Perché l’aumento della povertà colpisce soprattutto il Nord? «La povertà non ha colpito solo le reti corte della prossimità, le relazioni strette di tutti noi, ma anche le reti lunghe delle moltitudini che si muovevano a cercare lavoro e opportunità. Era questa sete ad attirare nelle città del Nord, che fossero metropoli o città-distretto. Giustamente ci occupiamo del salto d’epoca che interessa tutti noi e che ci porterà dentro una società green e digitale, è sacrosanto e nessuno può metterlo in discussione: la ripresa passerà da lì ed è giusto investirci. Ma una via del centro storico di Milano o Torino piena di negozi in vendita è una rete non meno importante del 5G o dell’Alta Velocità, la desertificazione delle città del Nord non fa danni meno gravi di un cantiere bloccato. E questi numeri lo confermano». Cosa c’è di diverso rispetto alla grande crisi iniziata nel 2008? «Una grande accelerazione di un fenomeno che già conoscevamo: l’aumento di chi si vergogna della povertà. Agli sportelli Caritas non vanno più solamente disoccupati e immigrati, ma anche il ceto medio che è passato rapidamente dal faticare su cose importantissime come l’affitto o i libri per la scuola dei figli al non riuscire neppure a mettere insieme il pranzo con la cena». Di quali categorie stiamo parlando? «Le do un dato: oltre il 40% di chi si rivolge alla mensa della Caritas è un lavoratore autonomo, precario, figlio dell’epoca dei contratti a termine. La pandemia ha colpito queste reti lunghe che hanno radici nelle città del Nord: sono saltate le opportunità e mancano le reti di protezione. Il mix è pesantissimo». Tutto questo si traduce in rabbia e frustrazione di molti, specie dei più giovani e di quella fascia dei 30-45enni che, dicono i dati Istat, è la più colpita dalle nuove povertà. «Il rumore di fondo dell’insofferenza e del disagio cresce sempre di più, non c’è dubbio. C’è tutta una fascia di popolazione che ha tentato di essere inclusa, ci è riuscita a patto di grandi sofferenze per anni e ora ha visto le reti sociali ed economiche spezzarsi. E nessuno ne sta intercettando il disagio, perché mancano gli strumenti». Come se ne esce? «Serve un lavoro in due direzioni. Da una parte bisogna riattivare meccanismi di inclusione, accelerando l’ingresso nella nuova epoca dell’economia verde e digitale. Dall’altra c’è grande urgenza di ricostruire il welfare, che non può più essere quello piramidale del fordismo, basato sui codici Ateco che ormai sono poco rappresentativi della nostra società. Servono strumenti nuovi per tutte quelle categorie professionali, dagli autonomi ai precari, che ne sono esclusi».
 
Gerli: Ogni ondata dura 40 giorni Almeno fino al 20 marzo la curva resterà in crescita
«Ogni ondata dura 40 giorni. Almeno fino al 20 marzo la curva resterà in crescita». Lo afferma Alberto Gerli, ingegnere gestionale specializzato alla Texas A&M che studia la pandemia con modelli matematici, intervistato da Gianni Santucci per il Corriere della Sera. Quanto durerà la terza ondata? «Quaranta giorni. Su questo ci sono pochi dubbi. Abbiamo analizzato oltre trenta “curve”, relative alla prima e alla seconda fase, dalla Cina all’Europa. E la durata, fino al picco, è sempre quella». Dunque, fino a quando? «Considerando che si può identificare l’inizio della “Fase 3” intorno all’8 febbraio, si arriverà con una continua crescita fino al 20 marzo». Alberto Gerli, ingegnere, laureato a Padova e specializzato in Texas, studia con un modello matematico sempre più raffinato l’andamento dell’epidemia da più di un anno, ed è diventato un punto di riferimento per alcuni tra i più insigni medici ed epidemiologi lombardi, con i quali ha firmato molte pubblicazioni scientifiche. Ingegnere con molti interessi — è candidato alla presidenza della Federazione italiana bridge — ha previsto alla perfezione l’esplosione della seconda ondata in autunno. Le sue previsioni sulla terza fase, pubblicate dal Corriere a metà febbraio, si stanno rivelando estremamente accurate. Se la curva dura comunque quaranta giorni, che senso hanno gli interventi di contenimento? «Dipende da quando partono. Oltre a sapere che, una volta innescata, la curva del contagio sale per 40 giorni, sappiamo anche con certezza quando dovremmo intervenire: nei primi 17 giorni. In questo ristretto periodo iniziale, gli interventi di contenimento hanno un’eccezionale efficacia e possono davvero modificare l’andamento della curva». E ciò che viene dopo? «Non ha effetto fino al raggiungimento del picco, lo avrà in seguito, nel determinare quanto rapidamente scenderà la curva. Ne abbiamo una chiarissima dimostrazione con il lockdown più rigido finora sperimentato al mondo, quello disposto in Cina in “Fase 1”. Neppure quello ha influenzato la crescita della curva quando ormai si era innescata. Passati i primi 17 giorni, l’epidemia segue il suo andamento naturale per la durata di 40 giorni».
 
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