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I nostri sacrifici per un traguardo

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 05/03/2021

In edicola In edicola Venanzio Postiglione, Corriere della Sera
“I nostri sacrifici necessari per arrivare al traguardo”. Venanzio Postiglione sul Corriere della Sera prova a spiegare così il senso della nuova stretta alla luce dei numeri del contagio: “La stanchezza collettiva – scrive - è un dato di fatto, la sofferenza di intere categorie si fa drammatica (e va capita e risarcita), la didattica a distanza diventa pesante, si aggiunge il problema (enorme) dei genitori che lavorano con i bambini che restano a casa: ma a breve termine continueranno le chiusure, i divieti, le limitazioni. La Germania stessa è semi-prigioniera fino al 28 marzo. Il nuovo governo di Mario Draghi ha due obiettivi su tutti. Il piano dei vaccini e i fondi europei. Il sostegno parlamentare è molto ampio e la maggioranza sembra destinata a reggere, nonostante le battaglie all’interno del Pd e dei Cinque Stelle e una Lega rumorosamente in bilico tra populisti e popolari (i partiti a volte si dimenticano che c’è la pandemia, un dettaglio). Sembra marzo 2020 e invece la differenza è evidente. Se negli ultimi dodici mesi la nostra vita è stata scandita dai Dpcm e dai lockdown, e ancora di più dalla tragedia delle vittime e dei ricoveri, ora dobbiamo immaginare un unico, grande orologio nazionale. «Nulla ci appartiene, solo il tempo è nostro», ha scritto Seneca. Ecco: ci serve la riappropriazione del tempo. Con le tappe dei vaccini. Con le caserme o le tende o le piazze o quello che sarà per accogliere le persone. Con un sistema di prenotazioni civile in un Paese civile, visto che il web ha conquistato il mondo ma non ancora il sistema sanitario (e le burocrazie locali). Con un clima di concordia generale che non è buonismo ma soprattutto convenienza. I contrasti tra Stato e Regioni si sono rivelati inutili e avvilenti, hanno anche offuscato l’immagine delle autonomie: se è così che funzionano, nessuno riuscirà a fermare la nostalgia del centralismo. Sulle vaccinazioni non si potrà andare in ordine sparso. Le macerie si tolgono assieme, poi ognuno avrà il suo progetto per ricominciare. Stamattina, senza i ragazzi che si trascinano gli zaini e ridono con gli amici, Milano tornerà a svegliarsi in una favola al contrario. Dove arriva la primavera e scompaiono i bambini. Posso andare al parco? La mia bicicletta? E i nonni? Una società stremata, ma nella stragrande maggioranza dei casi rispettosa delle regole e ancora fiduciosa, aspetta il giorno del vaccino e della ripartenza. La famosa fiaccola che bisogna scorgere alla fine della galleria, fosse pure lunga e sconnessa. Anche il marciatore più forte del mondo ha bisogno di vedere il traguardo”.
 
Roberto Mania, la Repubblica
“È una mossa senza precedenti quella di ieri del premier italiano Mario Draghi — condivisa da tutti gli altri Paesi dell’Unione europea — e che proietta la guerra al Covid 19 sempre più anche sul versante geopolitico. Insieme è una sfida diretta al potere finora incontrastato di Big Pharma, i giganti globali della produzione dei farmaci”. Roberto Mania su Repubblica commenta la decisione di vietare ad Astrazeneca la vendita di vaccini all’Australia. “I rischi – sottolinea - ci sono, per il nostro approvvigionamento e per il ruolo dei nostri produttori nella lunga filiera del farmaco, ma vale la pena correrli. Ed è importante che questa partita l’Europa — per una volta guidata dall’Italia — abbia scelto di giocarla senza divisioni. Perché il sovranismo vaccinale è pericoloso almeno quanto l’autarchia produttiva. D’altra parte non sono né l’uno né l’altro gli obiettivi di Draghi. Il premier italiano aveva già attaccato duramente e inaspettatamente i colossi mondiali dei farmaci nell’ultimo Consiglio europeo di fine febbraio, lo stesso nel quale ruppe il tabù della monodose per allargare in tempi rapidi la platea dei vaccinati. Durante il vertice in videoconferenza (il primo da presidente del Consiglio) preannunciò, di fatto, una iniziativa clamorosa. Alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, criticata da più parti per la presunta arrendevolezza nei confronti di Big Pharma, chiese un’azione più determinata per proteggere fasce più ampie di popolazione e per costringere i produttori a rispettare gli accordi firmati, nonostante i troppi buchi neri — aggiungiamo noi — nei contratti di fornitura e acquisto. Lo disse proprio che non si dovesse più escludere il blocco delle esportazioni verso Paesi extraeuropei. Con lui la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron, bloccato però da Draghi nel progetto di distribuire i vaccini ai Paesi più poveri. Mercoledì, infine, il presidente del Consiglio ha ottenuto il via libera da Von der Leyen senza il quale non avrebbe potuto fermare i vaccini di AstraZeneca. Così Mario Draghi ha assunto di fatto la leadership europea nella lotta alla pandemia”.
 
Federico Geremicca, La Stampa
“Se Nicola Zingaretti dovesse confermare le dimissioni clamorosamente annunciate ieri, ci troveremmo di fronte alla resa del settimo segretario democratico in appena quattordici anni. Non solo. Dei suoi sei predecessori, infatti, soltanto uno – Dario Franceschini – milita ancora nel Pd. Gli altri, o se ne sono andati fondando nuovi partiti (Bersani, Epifani e Renzi) oppure hanno preferito dedicarsi ad altro (Veltroni e Martina)”. Lo scrive Federico Geremicca sulla Stampa parlando di “amalgama malriuscita” a proposito del Pd. “Sommando i due dati – spiega - appare evidente come l’ora della verità – per il Pd – sia ormai vicina: e come le dimissioni di Zingaretti dovrebbero dare il via a riflessioni capaci di andare ben oltre la pur complicata contingenza. Ma perché il segretario ha deciso così all’improvviso di gettare la spugna? C’entrano, naturalmente – come c’entrano però sempre – le polemiche interne, le battaglie tra correnti e le inevitabili guerre di potere. Ma sarebbe sbagliato non vedere come nell’ultimo paio di mesi la posizione di Zingaretti di fronte a quegli attacchi si fosse ulteriormente indebolita. Potremmo definirlo un effetto dell’onda lunga della caduta del Conte 2: e non è infatti casuale che la crisi stia travolgendo proprio i partiti della vecchia maggioranza, a tutto vantaggio del centrodestra, che per il momento appare assai più a suo agio di fronte alle prime mosse di Mario Draghi. In più, appare sempre più arduo presentare la nascita del governo Draghi come un successo per il Pd. Quello che Zingaretti lascia, insomma, è un partito in cattiva salute e, soprattutto, senza più una bussola. Aver abbandonato per strada alcune delle scelte originarie (dalla vocazione maggioritaria al bipolarismo) a vantaggio di opzioni o tristemente note (un sistema elettorale proporzionale) o del tutto inedite (il patto con i Cinquestelle e il ruolo di leadership da assegnare a Conte), ha alimentato la confusione. Anche per questo la resistenza a discutere in un Congresso la rotta da tracciare, appare incomprensibile. Vedremo le prossime mosse di Zingaretti e la strada che sarà imboccata. Occorre fare in fretta. E discutere davvero, per evitare che sia la storia a confermare quel che disse Massimo D’Alema appena un anno dopo la nascita del Pd: «È un amalgama mal riuscito» . Giudizio, fino ad ora, difficile da contestare”.
 
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