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Il metodo del premier e il ministro Speranza

Redazione InPi¨ 03/03/2021

Altro parere Altro parere Antonio Padellaro, Il Fatto
Commentando quanto scritto ieri dal direttore Marco Travaglio, secondo il quale il ministro della Salute Roberto Speranza avrebbe appreso dalle agenzie della sostituzione del Commissario per l’emergenza Covid, Antonio Padellaro sul Fatto Quotidiano ragiona sul “rapporto funzionale, operativo o personale tra Mario Draghi e i suoi ministri”. “Il giorno del varo del governo, celiando (ma fino a un certo punto) avevamo immaginato che ci fossero distanze diverse tra il premier e i membri dell’esecutivo, un po’ come Ignazio Silone descrive in Fontamara la lontananza tra «il principe Torlonia padrone della terra» e i suoi sottoposti. Un paragone scherzoso – premette Padellaro -, ma che forse ci aiuta a comprendere il disagio di un ministro considerato troppo lontano da Palazzo Chigi per essere consultato. O quantomeno avvertito della sostituzione di un pezzo fondamentale della strategia sanitaria nella presente emergenza. Intendiamoci, niente che non si sia visto prima nella storia delle relazioni intergovernative, spesso funestate dalla caratterialità dei personaggi. Ipotesi del tutto fuori luogo nel caso di Draghi, della cui cortesia formale e istituzionale nessuno può dubitare. Resta l’interpretazione politica, e cioè l’esistenza di un cerchio di stretta fiducia a cui il premier ha delegato i dicasteri strategici, e di cui evidentemente Speranza non fa parte. Si è già molto scritto di alcuni pochi ministri scelti personalmente da Draghi, mentre tutti gli altri sono frutto delle indicazioni dei partiti (e che infatti hanno saputo della nomina dai tg, come del resto la pletora dei sottosegretari). Con la differenza che il ministro della Salute dovrebbe, in questa fase e con ogni evidenza, agire in stretto contatto e in piena fiducia con il quartier generale. A tutela di tutti. Altrimenti, o si cambia il metodo o si cambia il ministro”.
 
Mattia Feltri, La Stampa
Nel suo “Buongiorno” sulla Stampa Mattia Feltri prende di mira il Pd e la questione di un’adeguata rappresentanza femminile ai vertici del partito. “Come vanno le cose nel partito più evoluto, più progressista, più attento ai diritti, più sensibile alle pari opportunità, ovvero il Partito democratico? Eh, maluccio accidenti. Ricorderete che, corri di qui corri di là, non si sa come il partito più evoluto, progressista eccetera si scordò di indicare anche soltanto una donna per la sua rappresentanza di governo. E le donne non la presero bene. Il povero segretario Zingaretti, uomo evoluto, progressista eccetera disse tutta colpa di Draghi, ma ora rimedio, vi faccio un bel vicesegretario donna. Grazie infinite, risposero loro, ma non è precisamente un grande sforzo, poiché il vicesegretario donna è previsto dallo statuto. E infatti prima era vicesegretario Paola De Micheli ma, quando fu chiamata al governo Conte bis, Zingaretti le telefonò e disse: dimettiti da vicesegretario, è una questione di opportunità. E lei si dimise. Adesso che il vicesegretario è Andrea Orlando, ed è andato al governo con Draghi, la questione di opportunità, non si sa perché, pare essersi indebolita e nessuno suggerisce a Orlando le dimissioni. Allora le donne dicono ok, teniamoci Orlando, ma facciamo un vicesegretario vicario e che sia donna. E però, corri di qui corri di là, Zingaretti ha risposto boh, sì, mah, dopo vediamo. Ora io dovrei dire una cosa ma, siccome temo sia un po’ banalotta, la dico con le parole di Piero Gobetti così assume un’aria solenne: la lotta contro la tirannide non si può fare invocando riforme e concessioni della tirannide, ma contrapponendole rivendicazioni integrali di libertà. A me sembrerebbe un’evoluzione e un progresso”.
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