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La ricostruzione e l'abolizione della schiavit¨

Redazione InPi¨ 26/02/2021

Altro parere Altro parere Michele Brambilla, il Giorno
La ricostruzione e l’abolizione della schiavitù. Ne parla sul Giorno il direttore Michele Brambilla prendendo spunto dalla storica sentenza con cui la Procura di Milano impone a sei cosiddetti «colossi del delivery» di assumere 60mila rider. “Cioè – scrive Brambilla - sessantamila di quei giovani – ma a volte tutt’altro che giovani – che in bicicletta o in motorino, con il sole e con la pioggia, con la nebbia e con la neve, ci portano a casa le pizze, la spesa, gli oggetti più disparati acquistati online. Il tutto per quattro euro a consegna. Lordi, s’intende. Ne avevamo dato notizia nei giorni scorsi: il quotidiano spagnolo El Mundo ha rivelato quanto guadagna Lionel Messi per giocare nel Barcellona: 555.237.619 euro, cioè più di mezzo miliardo, in quattro anni. Lordi, s’intende. Sappiamo bene quanto sia stupida una certa demagogia. Da che mondo è mondo, c’è sempre stato chi ha saputo guadagnare di più, a volte o anche spesso con pieno merito. E non si può mettere sullo stesso piano un rider con un Messi che, indirettamente, produce reddito per tantissime altre persone. Così come Bezos dà lavoro a migliaia e migliaia eccetera eccetera. Tuttavia resta la domanda se, mondo dopo mondo, non ne abbiamo costruito uno squilibrato quant’altri mai. Un tempo l’amministratore delegato o perfino il padrone di una grande azienda aveva un reddito centinaia di volte superiore a quello dei suoi dipendenti. Ma qua siamo ai trilioni di volte. Durante la Rivoluzione Industriale, la condizione degli operai (a volte quattordicenni) era talmente pesante che per, reazione, nacque la «lotta di classe». Nacque il comunismo, che si rivelò poi un sistema iniquo e repressivo, responsabile di milioni di morti. Fu una medicina peggiore della malattia, se vogliamo. Ma nacque per reazione a quell’ingiustizia sociale. Oggi, il divario fra ricchi (i famosi «colossi», appunto) e tanti loro lavoratori è infinitamente maggiore che nei secoli scorsi. Ordinando l’assunzione dei sessantamila rider, la Procura di Milano ha chiarito di non aver seguito un principio morale, ma semplicemente legale. Così sia. Così capisca chi ora deve gestire la ricostruzione dopo la pandemia. Un sistema che preveda la riedizione della schiavitù non si reggerebbe, e non gioverebbe, alla fine, neanche ai colossi. (P.s.: a proposito di pandemia, questi rider sono quelli che ci hanno tenuti vivi durante il lockdown)”.
 
Alessandro Sallusti, il Giornale
Barbara D’Urso e i paradossi della sinista radical chic. L’editoriale di Alessandro Sallusti sul Giornale mette a nudo alcuni paradossi: “Il mondo della sinistra chic – scrive - è in subbuglio perché Nicola Zingaretti, leader del Pd, ha osato parlare bene di Barbara D’Urso e dei suoi programmi pop e si è detto dispiaciuto («ha portato la voce della politica vicino alla gente») per l’annuncio della chiusura anticipata a fine marzo della prima serata domenicale Live non è la D’Urso. Non entro nel merito delle decisioni di Mediaset, non sono affari miei. Ma nel merito della scomposta reazione alle parole di Zingaretti qualche cosa si può dire, anche perché a dare fiato alle trombe non è stata la solita partita di giro di femministe rancorose con le donne e invidiose di quelle che ce l’hanno fatta, ma sono scesi in campo pezzi da novanta degli opinionisti, a partire da Massimo Gramellini che ogni mattina delizia i suoi lettori con un buon Caffè sulla prima pagina del Corriere, ma che come tutti gli intellettuali di sinistra ritiene la cultura cosa solo loro, perdendo così smalto e originalità. Ora spiegatemi perché uno di sinistra non dovrebbe poter ammirare Barbara D’Urso (ovviamente non è obbligatorio), che per altro non è artista né di destra né di sinistra, ma semplicemente pop. «Pop abbreviazione del termine inglese popular («popolare»), con cui sono state qualificate produzioni e manifestazioni artistiche di vario tipo che hanno avuto diffusione di massa nella seconda metà del Novecento», si legge sul dizionario Treccani. Ma rimaniamo sul piano della politica. Barbara D’Urso è stata il prototipo dell’emancipazione femminile, una carriera mai chiacchierata che ha prodotto quell’indipendenza economica e sociale che tanto piace alle compagne. Ma c’è di più: Barbara D’Urso nelle sue trasmissioni ha sdoganato gay, lesbiche, trans, coppie omo e bisessuali, insomma l’assoluta libertà di genere (che a volte sì, è un po’ trash) ben prima e con più coraggio di quanto il Pd abbia fatto in parlamento e nella società. E lo stesso vale per i colori della pelle e le fedi religiose. Le sue trasmissioni sono una sana babele di umanità, ha fatto persino uscire facce da botox e seni rifatti dai salotti bene della sinistra, dove sono nati e vissuti per anni in clandestinità. E poi le storie di disperazione che non trovano più spazio su giornaloni e talk, lo svago popolare che una volta era esclusiva delle feste dell’Unità, tra un dibattito e una salamella a rutto libero e canotta di ordinanza. Di Barbara D’Urso mi fa paura solo un invito a cena: bene che ti vada ti ritrovi a mangiare non al Principe di Savoia ma, purtroppo, su un tavolone comune in qualche balera (sì, esistono ancora) con anziani sconosciuti che la adorano e con i quali balla come una matta e almeno tre gay che le fanno da guardia del corpo. Per me in effetti è un po’ troppo, ma per Gramellini dovrebbe essere pane quotidiano, altrimenti prendiamo atto che la D’Urso è di sinistra e che quello di destra è lui”.
 
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