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Cosý si pu˛ creare lavoro

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 26/02/2021

In edicola In edicola Maurizio Ferrera, Corriere della Sera
“Gli investimenti e le riforme orientate al futuro si scontrano inevitabilmente con il problema dei costi: servono infatti risorse oggi, a carico delle generazioni presenti, per ottenere benefici domani, a favore delle prossime generazioni”. Così Maurizio Ferrera sul Corriere della Sera, a proposito del tema della creazione del lavoro. “La disponibilità di fondi europei – scrive - consente di attenuare questo ostacolo, ma solo in parte. Gli investimenti in infrastrutture, ad esempio, possono generare da subito occupazione e reddito nei diversi territori. Lo stesso si può dire di alcune riforme del welfare (assistenza all’infanzia, scuola, formazione, conciliazione, servizi per l’impiego e socio-sanitari). Per cogliere e sfruttare le sinergie fra presente e futuro c’è però bisogno di una operazione straordinaria di intelligenza politica, anzi di vera e propria «intelligence». Pensiamo alla sfida enorme che si aprirà con la fine del blocco dei licenziamenti. Quali e quante imprese sono destinate a fallire, quante a diminuire il numero di dipendenti? Quali aree subiranno maggiormente l’impatto dei licenziamenti? E, sul lato opposto: dove stanno quei famosi «giacimenti occupazionali», composti da imprese che non trovano lavoratori con le competenze di cui hanno bisogno? Se disponessimo di queste informazioni e agissimo di conseguenza, molti esuberi potrebbero essere assorbiti tramite mobilità da posto a posto, magari con un intermezzo formativo. Un altro tassello della strategia potrebbe essere questo: una corsia preferenziale per quegli investimenti e iniziative che creino rapidamente nuova occupazione proprio laddove il Covid-19 ha causato più «buchi» nel tessuto economico e sociale. La Commissione europea si aspetta che ciascun progetto inserito nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) abbia una accurata valutazione di impatto. Bene, la si faccia anche su base territoriale, al netto delle perdite che ciascuna area sta subendo per la pandemia. In altri Paesi, la conoscenza «locale» su cosa e come fare è arrivata dalle stesse categorie produttive e dai sindacati. Mario Draghi ha inaugurato una nuova stagione di dialogo sociale: lo si usi anche per fare proposte su come alcuni progetti del Pnrr — senza essere snaturati — possano anche svolgere la funzione di ammortizzatore sociale”.
 
Claudio Tito, la Repubblica
Perché l’Ue non può perdere la sfida dei vaccini. Prova a spiegarlo Claudio Tito nell’editoriale di Repubblica ricordando che nell’estate scorsa l’accordo sul Recovery Fund “ha rivoluzionato le abitudini e ha corretto alcuni dei difetti strutturali dell’Unione europea. È stata una scelta assunta al confine della disperazione. La Comunità aveva intuito che il collasso economico e sociale provocato dalla pandemia non stava soltanto schiacciando la solidità finanziaria e il benessere di molti Stati membri, ma stava soprattutto sgretolando le fondamenta dell’Ue. Il coronavirus – scrive - ne stava intaccando la ragione prima. I partner avevano bisogno di compiere, proprio in quel momento, il salto da unità monetaria a unità solidale. In gioco c’era la sopravvivenza di un progetto non la sua prosecuzione tattica. Come in ogni guerra, il nemico più forte può essere battuto con un’alleanza. La globalità del Covid reclamava una risposta sovranazionale. In una parola: europeismo. Quell’emergenza, a sette mesi di distanza, è cambiata nelle sue sembianze esterne. Non nell’essenza. Il profilo medico è diventato ancora più imprescindibile. Perché è la radice che genera tutti i problemi e può essere la base per risolverli tutti. Ma senza una soluzione in tempi rapidi, è di nuovo in gioco l’esistenza stessa dell’Unione europea. Se non ci sono i vaccini, non c’è progresso. Se non ci sono i vaccini, la nostra economia non sarà in grado di ripartire. L’immunizzazione della popolazione europea è il vero ed unico nucleo di salvaguardia del progetto europeo. La sfida va vinta entro i prossimi mesi, entro giugno. Altrimenti ogni conseguenza sarà imprevedibile, anche sul piano economico. Questa è la missione di Draghi in Italia. Ma è la missione dell’Europa. E in questo senso il presidente del Consiglio italiano sta assumendo un ruolo diverso rispetto al passato. Anche grazie alla sua esperienza alla Bce sta diventando un punto di riferimento in quel consesso. Però, appunto, servono atti. L’Ue è allora chiamata, nelle condizioni minime a valutare la sottoscrizione di nuovi contratti con nuovi produttori. Con più garanzie, più velocità, più precisione rispetto alle scelte compiute in precedenza. Un intero continente non può sottostare al ricatto di poche aziende. E il diritto alla salute ha una precedenza su quello ai profitti. In questa situazione, come la scorsa estate, e come nella crisi finanziaria del 2012, chi ricopre le massime responsabilità in Europa deve fare quindi tutto quel che serve. Ad ogni costo”.
 
Andrea Malaguti, La Stampa
“Siamo vittime di una distorsione ottica. Avevamo creduto al governo dei migliori, ci troviamo di fronte a un pericoloso ircocervo che prima ci ammalia e poi ci atterrisce”. Andrea Malaguti sulla Stampa parla a proposito dei nuovi sottosegretari parla del “subgoverno dei peggiori” e spiega: “E’come se ogni cosa fosse fuori fuoco. Da un lato Draghi e i suoi tecnici superqualificati, algoritmi a sangue freddo apparentemente capaci di tutto, ma di discutibile empatia e abituati a fissare il nulla con un’espressione messa a punto negli anni, dall’altro gli ego arroventati e le competenze rudimentali di leader politici (absit iniuria verbis) che a meno di due settimane dall’insediamento del nuovo esecutivo extralarge hanno ripreso a gracchiare, insensibili al dovere del contenimento istituzionale. Un governo afflitto da un evidente disturbo bipolare. Dell’umore, del sapere e persino dell’essere. Così, mentre Salvini e Zingaretti litigano sull’ipotesi di lockdown pasquale, come se non facessero parte della stessa squadra e fossero concentrati su una poco probabile (eppure spesso evocata) campagna elettorale estiva, la scelta dell’Armata Brancaleone dei sottosegretari solleva dubbi sugli orizzonti di un premier che è costretto ad accettare la convivenza tra la sua marziale task force da Recovery e il rumoroso pollaio che gli è cresciuto intorno. Draghi non ha i numeri per fare da solo, ma per quanto il panorama dei partiti sia sconfortante, aveva il carisma per fare di più. I profili dei sottopancia da ministero farebbero ridere se non fossero imbarazzanti. Non importa che Palazzo Chigi si affretti a prendere le distanze dai nuovi sottosegretari pretesi dalla politica. Anzi, è persino un’aggravante. Il governo, l’intero governo, dipende dal premier, risponde a lui, lo rappresenta e soprattutto ci rappresenta. L’ex numero uno della Bce ha poca dimestichezza con i social, ma se ieri avesse investito mezz’ora del suo tempo a leggere i tweet corrosivi dei connazionali, avrebbe capito in quale guaio si è ficcato. Stavolta non per colpa del veleno dei leoni da tastiera, ma della qualità sconfortante dei nuovi capetti di seconda fila. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sostiene lucidamente che il pane lo si può fare solo con la farina che danno gli italiani, ma è complicato pensare che fosse impossibile fare meglio di così. A meno che non abbia ragione il filosofo Alain Deneault a sostenere che i poteri costituiti non deplorano i comportamenti mediocri, li rendono inevitabili. Sarebbe bello che almeno Mario Draghi si sottraesse alla regola. Se non è troppo tardi”.
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