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La politica oscura di chi odia

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 25/02/2021

La politica oscura di chi odia La politica oscura di chi odia Angelo Panebianco, Corriere della Sera
Angelo Panebianco sul Corriere della Sera riflette sulla recente aggressione verbale di un professore universitario (lo storico Giovanni Gozzini dell’Università di Siena) nei confronti di Giorgia Meloni, e ricorda come la politica, oltre a un lato chiaro e pulito, abbia anche un lato oscuro. Rappresentato da quella categoria di persone che si interessa alla politica, composta da individui per così dire problematici. Sono coloro che usano la violenza verbale contro quelli che ritengono propri nemici politici. Sono gli odiatori in servizio permanente. Per comprendere il fenomeno – continua Panebianco – bisogna chiedersi cosa ci sia nella politica che attira irresistibilmente l’attenzione e l’interesse di persone sul cui equilibrio mentale è lecito avere forti dubbi. Ciò che le attira, plausibilmente, è una particolare «qualità» della politica, una qualità che la distingue da altre attività umane. Essa offre alle persone la possibilità di scegliersi una qualsivoglia «nobile causa» il cui perseguimento legittimi ai loro occhi, ma anche di altri che le osservano, l’adozione di comportamenti aggressivi. In questo simile a certe religioni, la politica ha la caratteristica di permettere alle persone di trasformare le proprie frustrazioni private in violenza contro gli altri nascondendone a se stessi (è una forma di auto-inganno) i veri motivi. Da ciò discendono due conseguenze: In primo luogo, in contesti politici con forti divisioni, ad elevata temperatura ideologica (l’Italia), persone come quelle sopra indicate apprezzano della politica soprattutto le posizioni più estremiste. La seconda considerazione è che spesso la «violenza paga»: i frustrati violenti hanno l’aria di essere pericolosi e molti, per paura o per quieto vivere, finiscono per assecondarli. In molte occasioni, paga, eccome, essere verbalmente violenti. E paga ancor di più dare l’impressione di essere pronti a esercitare la violenza fisica.
 
Gustavo Zagrebelsky, la Repubblica
La democrazia dell’alto. Gustavo Zagrebelsky su Repubblica si occupa della nascita del governo Draghi, avvenuta sotto la regia del presidente della Repubblica nel pieno rispetto delle norme costituzionali. Ma i sistemi di governo – osserva il costituzionalista – non vivono solo di norme scritte. La formazione del governo è regolata solo nel suo scheletro essenziale da norme scritte e, per la gran parte, da norme “convenzionali”. Il compito del presidente della Repubblica è di registrare la situazione politico-parlamentare e di favorire, ove occorra, la formazione d’una maggioranza che esprima, sostenga il governo e gli conferisca la fiducia che è necessaria per governare. Egli è un regista, ma non è l’autore del copione; l’indirizzo politico e il governo che ne deriva non spettano a lui. A ciò servono le consultazioni delle forze politiche, le “esplorazioni”, l’incarico al presidente del Consiglio designato che “si riserva” di accettare la nomina all’esito di ulteriori consultazioni parlamentari. Questa procedura a volte risulta stucchevole, bizantina e farraginosa, ha una logica: il governo “dal basso”. La logica dal basso è, precisamente, la logica della democrazia rappresentativa. Il buon esito, però, non è affatto garantito. Questo è il grande rischio della democrazia: l’impasse. In presenza dello stallo, la logica si rovescia: al “dal basso” si sostituisce il “dall’alto”. Questa alternativa è risultata chiarissima nella drammatica dichiarazione pubblica del 2 febbraio con la quale il presidente della Repubblica ha certificato l’inesistenza d’una maggioranza politica parlamentare e il fallimento delle iniziative per formarla, ma ha escluso un ritorno anticipato alle urne per l’emergenza sanitaria in corso. Si è fatto dunque uso di un potere presidenziale di riserva, ma – conclude Zagrebelsky – la sostituzione del “basso” con “un alto”, non è buona cosa per la democrazia, ma è ottima per l’oligarchia.
 
Veronica De Romanis, La Stampa
Sulla Stampa Veronica De Romanis sottolinea come il nuovo governo Draghi sia convintamente europeista e pro-euro. Non potrebbe essere diversamente. Nei suoi anni a capo della Banca centrale europea (Bce), Draghi difese la moneta unica in maniera netta. Ben due volte. Nel luglio del 2012, con l’introduzione del Outright Monetary Transactions (Omt) che consente alla Bce di comprare il debito di chi all’interno dell’unione monetaria si trovasse sotto attacco dei mercati finanziari. In maniera illimitata (per questo è stato soprannominato “bazooka”) ma non incondizionata (il Paese richiedente deve aderire un programma di aggiustamento). E, poi, nel gennaio del 2015 con l’annuncio del Quantitative Easing (Qe). In questo caso, l’istituto di Francoforte compra titoli di tutti gli Stati, indipendentemente dalla loro situazione economica e finanziaria. Per Draghi, la Bce doveva garantire la stabilità dell’euro, ma i Paesi avrebbero dovuto tenere i conti in ordine e favorire politiche fiscali pro-crescita (vale a dire tagli agli sprechi e alle spese meno produttive). La crisi attuale non deriva da regole non rispettate dagli Stati (come fu per quella dell’euro). È una crisi originata dalla pandemia e le regole europee sono state sospese. La Bce continuerà a comprare titoli almeno fino al marzo 2022, ma gli Stati nuovamente sono chiamati a fare la loro. Tuttavia, contrariamente al passato, questa volta devono spendere. Non un compito facile. Soprattutto per chi – come l’Italia – ha speso male e tagliato peggio (a cominciare dal comparto della sanità). Utilizzare al meglio le risorse che arrivano dall’Europa è essenziale. Un’occasione unica per colmare il divario con gli altri paesi. In quanto maggiore beneficiaria, l’Italia è osservata speciale. Il buon utilizzo di questi fondi, unitamente a un programma di riforme strutturali, farà ripartire il Paese.
 
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