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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 23/02/2021

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Albanese: nell'inferno del Congo l’Occidente ha fallito
«Massacri, stupri, stragi di innocenti. Il Congo è un inferno ogni giorno di più, ignorato dal resto del mondo. Anche a causa del fallimento delle missioni Onu e della Comunità internazionale». Lo afferma il missionario comboniano padre Giulio Albanese, intervistato sulla Stampa da Domenico Agasso all’indomani dell’attacco al convoglio dell’Onu. Qual è oggi la realtà del Congo? «E’ un disastro quotidiano, provocato da un intreccio mortale di bande armate, dalla matrice islamista ma non solo. Alcune giungono dai Paesi limitrofi, lungo il confine con Uganda e Ruanda. Fanno il bello e il cattivo tempo, con una violenza che va al di là di ogni fantasia e immaginazione. A queste formazioni si aggiungono i Mai-Mai, squadre “patriottiche”, schegge impazzite che una volta stanno da una parte una volta dall’altra. In Congo basta avere un mitragliatore per sbarcare il lunario». Come guadagnano? «Perseguono i loro interessi attraverso traffici illeciti legati allo sfruttamento delle materie prime, di cui il Congo è ricco, a cominciare dal coltan, minerale fondamentale per gli smartphone». E il governo centrale? «Non ha assolutamente il controllo dei piccoli e grandi conflitti che devastano la vita della povera gente». Chi ha la responsabilità di tutto questo? «Purtroppo questa situazione di anarchia è, a mio avviso, anche espressione del fallimento dell’operazione di peace-keeping: i caschi blu dell’Onu non sono riusciti a garantire l’incolumità della stremata popolazione civile». Che idea si è fatto dell’attentato di ieri? «È avvenuto nel parco del Virunga, un luogo famoso come rifugio delle ultime specie di gorilla di montagna, ma da tempo è diventato una polveriera, snodo di scontri e atrocità. Lì il processo di pacificazione non è mai neanche iniziato. Naturalmente adesso con l’assassinio del nostro ambasciatore e del carabiniere ci sarà una forte mediatizzazione degli orrori che hanno messo in ginocchio questa regione: bisognerà che almeno porti frutti concreti».
 
Scaccabarozzi: per la produzione italiana di vaccini ci vuole tempo
Per la produzione italiana dei vaccini anti-Covid «qualcosa si può fare, ma bisogna vedere con che autorizzazioni e in che tempi». Lo afferma, in un’intervista a Francesco Rigatelli della Stampa, il presidente di Farmindustria e di Janssen Italia Massimo Scaccabarozzi, che giovedì è stato convocato dal ministro Giorgetti per fare il punto della situaizone. Ci sono aziende disponibili? «Potenzialmente sì, ma bisogna capire se hanno delle linee adatte ai vaccini Covid, quali parti possono realizzare e se non sono già impegnate per gli antidoti di morbillo e influenza. Per quest’ultima a marzo si devono cominciare a produrre le dosi per l’anno prossimo». In quali parti potete aiutare? «Molte aziende possono contribuire all’infialatura. E Marchesini di Bologna, che fa macchine per la farmaceutica, può dimezzare i tempi di produzione dei dispositivi per costruire gli infialatori. Potenzialmente possiamo infialare tutti i vaccini d’Europa, ma non basta». Cosa manca? «Alcune aziende stanno studiando se riescono a dedicare una linea ai vaccini Covid o a trovare i bioreattori per creare i liquidi da infialare. Questo sarebbe un apporto più completo». Cosa dirà a Giorgetti? «Che si tratta di una missione delicata. Se anche trovassimo i bioreattori necessari ci vorrebbero 4-6 mesi dal momento della loro attivazione per ottenere i vaccini». Ha senso o si rischia di arrivare dopo le consegne delle dosi già ordinate? «E' questo il tema centrale: adesso tutti vogliono i vaccini, ma tra qualche mese non sarà più così. Una pianificazione nazionale sarebbe sicuramente utile anche per il futuro, in vista di altre epidemie, però chi si mettesse a produrli ora necessiterebbe di garanzie. E poi bisognerebbe correre, per cui servirebbe uno snellimento di autorizzazioni e ispezioni».
 
Fontana: meglio in quattro al ristorante che in 24 a casa
Per il governatore della Lombardia Attilio Fontana, intervistato su Repubblica da Andrea Montanari, il governo Draghi è partito con il piede giusto nella lotta al Covid. Nulla da dire sul fatto che la prima decisione sia stata quella di confermare il blocco dei trasferimenti tra regioni con il divieto di ricevere amici in zona rossa? «Non è mai stata mia abitudine entrare nel merito delle scelte di carattere sanitario del governo. Che siamo ancora davanti a una situazione seria mi sembra evidente». La Lombardia, quando era in zona rossa chiedeva provvedimenti omogenei. Ha cambiato opinione? «Lo ripeto da mesi. Rischiamo di essere sempre più vittime del virus. Continuiamo ad inseguirlo invece di cercare di anticiparlo. Ci sono alcuni comportamenti inaccettabili che ormai abbiamo capito che favoriscono il contagio. E giusto porre dei limiti generalizzati su quei comportamenti. Mentre si devono prendere provvedimenti mirati solo per circoscrivere alcuni focolai particolari». Un esempio? «La Lombardia ora è in zona gialla e ci sono comunque delle limitazioni. Se esistono altre zone in cui l’andamento del contagio è preoccupante è giusto che si sappia in anticipo ogni settimana cosa si potrà fare». Salvini, però, insiste nel chiedere l’apertura serale dei ristoranti. «Non c’è nulla di male se si rispettano le regole e tutte le linee di condotta. Molto meglio quattro persone che cenano al ristorante sedute a un tavolo distanziate, che gli assembramenti che abbiamo visto domenica davanti allo stadio di San Siro o la sera fuori dai bar. La gente comincia ad essere esasperata. E poi finisce che magari a tavola a casa si trovano in ventiquattro. Meglio dare un po’ di libertà controllata che regole rigide che vengono violate senza che nessuno intervenga».
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