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Redazione InPi¨ 22/02/2021

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Gentiloni: Con Draghi è cambiata l’Italia
Con Draghi è cambiata l’Italia. E’ lapidario il commento del commissario Ue per gli Affari economici, Paolo Gentiloni, intervistato da Massimo Giannini per La Stampa. Gentiloni, da europeo e da italiano, cosa è cambiato per il nostro Paese? «È cambiato molto, e le spiego perché. Solo tra due anni l’Europa tornerà ai livelli del 2019, ma con un tasso di crescita medio del Pil inferiore di 4 punti rispetto a quello che ci aspettavamo. È come se l’economia del Continente si fosse fermata del tutto per 2-3 anni. In queste condizioni, sia la Commissione Ue che la Bce dicono che dobbiamo stare molto attenti: ritirare troppo presto le misure di sostegno è più pericoloso che ritirarle troppo tardi…». Che vuol dire “Italia virtuosa”? «Vuol dire un’Italia più concentrata sulle riforme strutturali per una crescita sostenibile e meno disattenta alla dinamica del debito, all’instabilità finanziaria, allo spreco di denaro pubblico». Questo è “l’effetto Draghi”, per la Commissione Ue? «L’effetto Draghi conta molto. E l’azione del suo governo, che va esattamente in questa direzione, è fondamentale perché ricrea fiducia nel Paese e aiuta a superare le eventuali resistenze degli altri Stati membri sui meccanismi di riforma del Patto. Questo è un fattore importantissimo a Bruxelles, ma se mi permette lo è anche a Roma». Non vi fidavate più del governo Conte? «Il governo Draghi è fortemente atlantista ed europeista, dentro una Ue rafforzata…». Vuol dire che quello di prima non lo era. «Lo era. Diciamo che con il governo ancora precedente avevamo avuto alcune gravi sbandate. Dopo l’insediamento di Draghi e il suo discorso programmatico, il nuovo governo ha ora le carte in regola non solo per farsi accettare, ma anche per farsi valere in Europa. È una differenza notevole». Con Conte c’erano dissidi anche sulla task force per la gestione del Piano. Draghi affida tutto al Mef: va bene così? «La scelta del Mef è razionale e facilita il lavoro di Bruxelles. Già da questa settimana riprenderemo i contatti tecnici con Roma: ci aspettiamo versioni via via più avanzate del Piano. Teniamo conto che nessun Paese ha ancora presentato versioni definitive, e che l’Italia è uno dei 20 Stati membri su 27 che hanno proposto bozze provvisorie».
 
Bonaccini: il Cts dia indicazioni più chiare. No a decisioni dell’ultimo minuto
Il Cts deve dare indicazioni più chiare e non si possono comunicare le decisioni all’ultimo momento. Lo afferma il governatore dell’Emilia Romagna a capo della conferenza Stato Regioni, Stefano Bonaccini, intervistato da Monica Guerzoni per il Corriere della Sera. Presidente Bonaccini, di chi è la colpa se l’Italia ha poche dosi di vaccino? «Le forniture dipendono dalle aziende produttrici, i contratti li ha firmati la Commissione europea per tutti gli Stati membri. Io confido nella forza della Ue e nell’autorevolezza internazionale del presidente Draghi, perché cessino i tagli e le dosi in arrivo si moltiplichino. Serve un deciso cambio di passo». In che tempi sarà possibile produrre vaccini in Italia? «Abbiamo distretti della chimica-farmaceutica e della meccanica di grande qualità. Concordo con Prodi quando propone che le imprese che detengono i diritti sui vaccini li rendano disponibili a chiunque sia in grado di produrli con efficacia. La ricerca ha potuto contare ovunque su ingenti fondi pubblici, è il momento di restituire alla collettività. I vaccini devono essere un bene pubblico». Arcuri «va licenziato», come chiede Salvini? «Sono scelte che non mi competono, noi con Arcuri abbiamo discusso ma collaborato positivamente». Con il nuovo Dpcm bisogna cambiare il sistema dei colori e inasprire le regole, anche fino a un nu ovo lockdown? «Le persone sono esauste. Il continuo entrare e uscire da zone colorate, senza che si riesca a piegare la curva in maniera strutturale, non aiuta. Ci sono attività economiche che non sanno cosa accadrà il giorno dopo, altre chiuse da troppi mesi. Occorre cambiare schema. Al governo chiediamo un confronto sulla revisione dei parametri e delle misure, per dare maggiori certezze a cittadini e imprese e rendere più efficace l’azione di contrasto al virus». Pensa ancora a una zona arancione per tutta l’Italia? «Qualcuno ha interpretato la mia proposta come l’estensione della zona arancione a tutto il Paese. Non è così, dobbiamo evitare che dopo l’anno dell’unità e della solidarietà, segua l’anno della rabbia sociale e della frustrazione. Chiediamo al Cts indicazioni più chiare e al governo di riconsiderare l’impianto dei provvedimenti». Fino a quando sarà prorogato lo stop agli spostamenti, che scade il 25 febbraio? «Valuteremo insieme al governo, sentendo il parere di Iss e Cts. La pandemia non è finita e serve attenzione».
 
Castaldo: Beppe ci ha messo la faccia. E’ ora di negoziare su Rousseau
“Beppe ci ha messo la faccia rinnegato da chi in Aula ha detto no Liti su Rousseau? È ora di negoziare”. Lo afferma il vice presidente del Parlamento europeo, il grillino Fabio Massimo Castaldo, intervistato da Matteo Pucciarelli per la Repubblica. È dispiaciuto per le espulsioni di questi giorni? «Tutti quanti noi stiamo vivendo un momento di amarezza e di travaglio. Conosco personalmente diversi dei colleghi che hanno votato in dissenso, alcuni sono nostri volti storici e li considero miei amici». Politicamente parlando, cosa pensa della loro scelta di votare no? «Che Beppe Grillo ha messo la sua faccia su questo accordo: è necessario essere consapevoli che un voto contro, di fatto, rinnega il nostro fondatore e garante. Si sarebbe potuto e dovuto trovare un’unità definendo delle linee rosse chiare e invalicabili e sancendo che, in caso di azioni governative in contrasto con le stesse, le conseguenti e necessarie dimissioni dei nostri ministri con il ritorno all’opposizione. Mi pare però che alcuni abbiano espresso un rifiuto aprioristico». Ma si poteva evitare di essere così duri con chi non se l’è sentita di votare sì? «Comprendo perfettamente la pressione ma chi ha rispettato il gruppo e la decisione collettiva del Movimento non ha certo sofferto meno e deve essere tutelato. Proprio per questo ho invocato a gran voce un voto dei nostri militanti. Di fronte al risultato, le norme dello statuto dei nostri gruppi alla Camera e al Senato e dello statuto del Movimento stesso sono chiare». Fosse stato alla Camera o al Senato, come avrebbe votato? «Mi sarei confrontato con i miei colleghi con tutta la dovuta attenzione, anche con durezza se necessario, ma alla fine mi sarei rimesso alla scelta operata sulla piattaforma. Anni fa votammo l’apparentamento con Farage, a me non piaceva eppure rispettai l’esito. La democrazia partecipativa non è un autobus da cui scendere quando la direzione scelta da tutti non è quella che avremmo voluto». Lei si era battuto per il voto su Rousseau sul governo Draghi, il quesito le sembrava formulato correttamente? «È più che legittimo disquisire sulla redazione del quesito, ma lo stesso vale per molti altri che in passato sono stati votati, e che presentavano a mio avviso anche più criticità di questo. Penso al caso Diciotti, tanto per dirne una, sul quale lo stesso Beppe Grillo ironizzò. Strano e singolare che non vi siano state le stesse levate di scudi all’epoca». Come andrebbe regolato il rapporto tra M5S e Rousseau? «Ho assistito con perplessità a comunicazioni apparentemente ufficiali, persino a indicazioni inerenti a possibili ulteriori votazioni a urne virtuali aperte, che poi venivano smentite e corrette dal capo politico reggente e dal garante. Se c’è la volontà si può trovare un accordo su un contratto di servizio chiaro che disciplini diritti e doveri reciproci. Sarà uno dei primi compiti della futura governance collegiale, con la speranza che tutti abbiano ancora la buona volontà di negoziare».
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