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Grillo, l'antistato diventa sistema

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 21/02/2021

In edicola In edicola Ezio Mauro, la Repubblica
"Lo ha rivelato Beppe Grillo sul suo blog mentre il movimento si contorceva sulla fiducia al governo Draghi: «I grillini non sono più marziani»". Ezio Mauro su Repubblica prova a spiegare l’ennesima metamorfosi del M5S: “Ben più che la battuta di un comico – scrive - è il giudizio politico più netto e realistico sulla ragione del travaglio che il mondo chiuso dei Cinque Stelle sta attraversando. La battaglia in corso tra il “sì” e il “no” a Draghi infatti è soltanto la parte visibile di un conflitto tra lo spirito originario del movimento e il suo vertice governista. E anche questo conflitto non si spiega (e soprattutto non si risolve) se non si capisce che un ciclo storico è finito, con il suo vocabolario, le sue pratiche, i suoi simboli e i suoi riti, compresi i più dissacranti. Un modo di far politica, e la contropolitica che lo contestava radicalmente, sono precipitati insieme nel vortice dell’emergenza, travolti entrambi per insufficienza. Serve qualcosa di più, con uno schema diverso e un alfabeto nuovo per riportare la politica al posto di comando che deve avere in democrazia. In questo senso Grillo, dopo aver urlato per anni davanti al Paese che il re era nudo, sta strappando di colpo i vestiti ai grillini per spingerli a rivestirsi con abiti nuovi più adatti alla stagione, perché l’addobbo ideologico non si porta più. Questo shock provocato dal fondatore non è una resa razionale al cosiddetto commissariamento della politica da parte dei tecnici. Al contrario è l’invito istintivo a cercare un’altra volta forme e manifestazioni politiche nuove per affrontare l’inedito di questa fase, senza finire fuorigioco. Nel vuoto, il governo era diventato l’espressione del movimento, che non ne aveva un’altra, autonoma. Saltato il governo, nulla più interpreta il movimento e lo rappresenta, niente tiene insieme i destini irrisolti del vecchio nucleo fondatore. E il nodo irrisolto della democrazia interna soffoca la libertà del confronto, liquidato a colpi di espulsioni e scomuniche, nella logica primitiva di una setta che non riesce a governare un moderno partito. Il conflitto intestino di oggi, infatti, è la conseguenza quasi matematica del rifiuto e della paura di un vero congresso pubblico e trasparente per spiegare il passaggio di alleanza da Salvini a Zingaretti, confrontare opzioni diverse per il futuro, scegliere, votare, decidere, e costruire un gruppo dirigente conseguente. La politica disprezzata si vendica”.
 
Massimiliano Panarari, La Stampa
Sulla Stampa Massimiliano Panarari analizza il cambio di registro comunicativo del nuovo governo che non è tattico ma strategico: “Cambio di passo. E di tempistiche. Dal metodo del «rinvio permanente» del predecessore Giuseppe Conte all’individuazione immediata di un’agenda definita e di una scaletta di priorità da perseguire senza indugi. E la chiara indicazione dell’esigenza di correre su questioni che, in precedenza, restavano tendenzialmente nel limbo. Mario Draghi «l’accelerazionista» in politica è, altresì, il neopresidente del Consiglio che ha appena introdotto lo «stile banchiere centrale» nella comunicazione politica nostrana. Finita a palazzo Chigi la stagione del “roccocasalinismo”, pilastro del contismo, siamo entrati nella nuova fase del «governo del Paese», quello “senza aggettivi” e di responsabilità nazionale. Con lo spostamento dell’accento da una comunicazione del primo ministro significativamente consensus-oriented (cosa che spiega i prolungati picchi di popolarità del prof. Conte) a una che risulterà più marcatamente istituzionale, dato il carattere di governo «del Presidente» (o, se si preferisce «dei due Presidenti») di quello guidato dal prof. Draghi. Non secondariamente poiché la “ragione sociale” di questo gabinetto coincide con l’essere un esecutivo tecnico-politico edificato su una maggioranza senza formula politica, obbligato quindi a sovrastare mediante il carattere istituzionale dei suoi messaggi le propensioni propagandistiche ed elettoralistiche dei partiti che lo sostengono. Di questo nuovo genere di comunicazione c’è, dunque, un gran bisogno. Anche se, nondimeno, non va trascurato un rischio. L’allergia al sensazionalismo, alla cacofonia e alle derive della digital propaganda, infatti, non può tradursi in silenzio (ovvero blackout comunicativo). Perché in politica e in comunicazione il vuoto non esiste, e qualcuno potrebbe riempirlo mediante la misinformation o incrementando il tasso di incivility in rete. Per evitarlo, i media – corpi intermedi dell’informazione nell’età dell’ossessione disintermediatrice – risultano vitali (come ha mostrato, in primis, il loro ruolo di argini di fronte alla marea di fake news sul Covid). E lo è anche il presidio dell’ecosistema digitale (dove imperversa il populismo «anti-establishment») da parte del rinnovato registro comunicativo di palazzo Chigi. In una società democratica l’opinione pubblica deve poter contare su un flusso costante di informazioni riguardo le decisioni di chi regge le istituzioni (una consapevolezza che, del resto, emergeva in modo netto dal discorso della fiducia in Senato)”.
 
Francesco Grillo, il Messaggero
“È alla riqualificazione del ruolo dello Stato che è, in gran parte, legata la sfida difficile che Mario Draghi si è posto. Una sfida che si gioca tutta sulla possibilità di ritrovare, in tempi rapidi, fiducia nel proprio lavoro e responsabilità delle proprie scelte”. Lo scrive Francesco Grillo sul Messaggero a proposito della riforma della Pubblica amministrazione, tra le priorità del governo Draghi. “Il dramma dell’amministrazione pubblica italiana – sottolinea - è che, oggi, a mancare sono entrambi i valori. Ed allora la domanda più urgente è: c’è un modo di superare la crisi doppia di istituzioni che hanno perso efficienza rispetto ai propri compiti più tradizionali e rischiano di essere superate da una trasformazione tecnologica che sta creando bisogni completamente nuovi e nuove possibilità di soddisfarli? Le parole chiave sono, appunto, quelle che il migliore dei civil servant della sua generazione ha utilizzato di fronte alla più alta magistratura contabile: riqualificazione e persone, responsabilità e fiducia. E tuttavia, ciascuna di essa merita di essere ritarata rispetto ad un contesto storico che non è più quello di una Costituzione nata per governare tempi diversi. Formazione, certamente. La formazione degli amministratori pubblici del futuro si giocherà, molto di più, sottraendo i dipendenti dello Stato dalla sindrome del posto fisso e portandoli a costruire carriere più diversificate, che attraversino pubblico e privato, Paesi diversi, ruoli distinti. In secondo luogo, le persone. L’amministrazione pubblica non può andare avanti con i blocchi del turn over e lo dice uno studio recente della Banca d’Italia dello scorso giugno. Quindi, la responsabilità. Assolutamente abbiamo bisogno, però, di capovolgere la logica attuale. Deve diventare fisiologico dover rispondere di risultati e spetta al ministro Brunetta concepire meccanismi di valutazione condivisi ed ineludibili. Infine, la fiducia. Vanno promosse, protette, replicate le innovazioni che gli amministratori più coraggiosi hanno intrapreso perché pressati da richieste di aiuto che crescevano da tutte le parti. È tra le pubbliche amministrazioni italiane che, paradossalmente, Draghi si gioca la scommessa per salvare l’economia italiana dal naufragio. Ci riuscirà però solo cambiando approccio ad una partita che perdiamo da vent’anni, limitandoci ad osservarne la complessità”.
 
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