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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 18/02/2021

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Zanda: ora il Parlamento torni a fare le riforme
Uno scatto d’orgoglio al Parlamento, che può utilizzare la congiuntura di una maggioranza larghissima per aprire una fase riformatrice. Lo auspica Luigi Zanda, ex tesoriere del Pd e memoria storica della sinistra riformista, intervistato su Repubblica da Emanuele Lauria. Lei ha seguito i debutti d’aula di otto premier. Com’è andato l’“alieno” Draghi? «A me tanto alieno non è sembrato. Ha detto parole chiare sui principi fondamentali della Repubblica, su Europa e Occidente, economia, progressività fiscale, scuola e università. Mi ha colpito molto l’appello alla responsabilità verso i nostri figli e i figli dei nostri figli. Insomma, finalmente abbiamo registrato una visione del futuro dell’Italia». Conte non l’aveva? «Ma Conte era assediato dai problemi, i suoi interventi in parlamento erano mirati, più che di prospettiva». Che ruolo avrà il parlamento con questo governo a base larghissima? «Io penso che il Parlamento non possa continuare a riunirsi solo per convertire gli atti del governo. La proliferazione di decreti legge, maxi-emendamenti e voti di fiducia lo ha in pratica espropriato della sua funzione legislativa, ed è un dovere di questa maggioranza, la più ampia della storia della Repubblica, trovare uno spazio d’azione. Che non può che essere quello delle riforme». Quali? «In primis gli adeguamenti della Costituzione e dei regolamenti alla nuova legge sul taglio dei parlamentari. Poi norme che vadano oltre il bicameralismo paritario e la legge elettorale. La lotta alla pandemia, inoltre, ci ha mostrato che deve essere rivisto il rapporto fra Stato e Regioni. Due anni non sono pochi: bisogna vedere se c’è volontà politica, se questa maggioranza intende essere omnibus o porsi grandi obiettivi, esistere anche come maggioranza strategica».
 
Tajani: svolta rassicurante nella politica estera
«Un discorso di alto profilo, decisamente». Così il neo coordinatore di Forza Italia Antonio Tajani, intervistato sul Giornale da Pier Francesco Borgia, commenta il discorso del premier Mario Draghi ieri in Senato. Vi ha soddisfatto? «Certamente. Nel corso del suo discorso il premier ha affrontato tutti i temi che da tempo consideriamo fondamentali per superare questa crisi e per sconfiggere la pandemia». Cosa avete trovato di più rassicurante? «Al netto dell’urgenza di uscire da questa situazione con un efficace piano vaccinale, proprio come da tempo chiediamo, è senza dubbio la politica estera che ha tratteggiato a rassicurarci di più». Ha notato un cambio di passo rispetto alle scelte di Conte? «Di sicuro nella politica estera. I forti riferimenti agli Stati Uniti e all’Unione Europa ci rassicurano perché sono da sempre i nostri punti cardinali. Ultimamente il governo di Conte aveva mostrato un’eccessiva propensione per la partnership cinese. Siamo stati il primo Paese a firmare il patto denominato Via della Seta. Da tempo noi di Forza Italia lamentiamo il fatto che c’è il fondato rischio di un cedimento commerciale a un partner che pratica concorrenza sleale nei confronti delle nostre imprese». A proposito di imprese, cosa ne pensa del «piano economico», tratteggiato dal premier nel suo discorso? «Il suo no a una politica assistenzialista ci conforta. Serve bensì un deciso sostegno alle imprese. Che insieme con il piano vaccinale rappresenta la nostra priorità». E sul fronte fiscale? «Due sono le cose che ci hanno convinto: innanzitutto che non aumenterà la pressione fiscale e poi che non serve toccare una tassa o due. Serve piuttosto una riforma globale. Stesso discorso anche per la riforma della burocrazia che noi da tempo consideriamo una necessità».
 
Breton: la Ue sarà indipendente sui vaccini
Una completa autonomia produttiva di vaccini per l’Unione Europea entro 12-18 mesi. E’ l’obiettivo della nuova strategia Ue sui vaccini e le varianti delineata dal commissario al Mercato interno, Thierry Breton, intervistato su Avvenire da Giovanni Maria Del Re. Lei punta ad arrivare alla piena autonomia produttiva Ue. Quanto ci vorrà? «Agiremo molto in fretta. Vogliamo esser pronti anche per le varianti entro l’autunno. Parlando delle tappe, la prima importante è la stabilizzazione dei processi produttivi. Qui decisivo è l’incremento dei bioreattori: dopo due settimane si vede quante dosi si possono ricavare. Ci vuole un po’ di tempo per stabilizzare il sistema, per andare a regime ci vogliono quattro-cinque mesi. Poi, per arrivare alla piena autonomia produttiva ci metteremo 12, massimo 18 mesi. Per la sola Europa penso che saremo a piena capacità già entro fine anno». Già, ma come fare? «Siamo in piena cooperazione con gli Stati membri e discutiamo con le case farmaceutiche con cui abbiamo già contratti. E’ importante capire che queste società non avevano proprie capacità produttive: è il caso ad esempio di BionTech e di Oxford. Ecco perché hanno dovuto trovarsi partner fuori Ue, rispettivamente Pfizer o AstraZeneca. Mi viene da sorridere quando sento dire che avremmo dovuto fare da soli. Non c’era un solo Paese Ue che avrebbe avuto strutture sufficienti per l’intera produzione, perché nessuno dispone dell’intera catena produttiva. Ecco perché bisogna farlo a livello europeo. Dobbiamo disporre dell’intera catena produttiva, dall’inizio alla fine, e ci riusciremo entro 12-18 mesi». Creando nuovi impianti o utilizzando quelli esistenti? «Creare nuovi impianti da zero richiederebbe almeno 5-6 anni, e questo non possiamo permettercelo. Tuttavia, guardiamo intanto a quelli che già partecipano alla produzione dei vaccini già autorizzati».
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