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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 17/02/2021

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Azzolina: una ferita aver dovuto chiudere la scuola
«Per una persona che ama la scuola, dover dire il 4 marzo all’intero Paese che bisognava chiudere è stata una ferita che porterò dentro per sempre». Lo afferma l’ex ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina in un’intervista rilasciata ad Annalisa Cuzzocrea di Repubblica. E’ preoccupata delle varianti del Covid, che sembrano colpire soprattutto i più giovani? «Ho ascoltato gli scienziati su questo e credo sarebbe opportuno fornire agli insegnanti mascherine Ffp2. Il lavoro sulla sicurezza nelle scuole è stato fatto: distanza, igienizzanti, 40mila aule in più, 70mila docenti e Ata in più, alcune classi sdoppiate. Questo permetterà di affrontare anche le varianti». Teme un nuovo lockdown con le scuole chiuse? «Il neoministro lo ha escluso. Come sa, io penso che le scuole debbano essere l’ultima cosa a chiudere. Ovviamente è una scelta politica. Se dovessero aumentare i contagi e il governo dovrà decidere le priorità, mi auguro che la scuola sia messa al primo posto». La sua mancata riconferma è una bocciatura politica? «Non credo sia il momento di giudicare. Ho dato il mio contributo, non mi sono risparmiata, ho lavorato per gli studenti e per le studentesse e adesso torno in Parlamento, che sarà centrale. Ci sono le vaccinazioni da garantire agli insegnanti, c’è stato il crollo dell’occupazione femminile, 99mila posti in meno di cui si è parlato pochissimo. C’è da evitare una tragedia occupazionale che ricadrà ancor di più sulle donne. E c’è da tenere le scuole aperte. Controllerò gli atti uno a uno». E' delusa per i riconoscimenti mancati? «Quel che hai fatto da ministro non te lo deve riconoscere la politica, devono farlo i cittadini. Mi auguro però che termini la stagione della lotta politica fatta sulla pelle degli studenti, perché questo è successo. E mi auguro non ci siano più divisioni territoriali sul Covid. La diseguaglianza regionale è la prima cosa da combattere».
 
Galli: lo scenario inglese può ripetersi da noi
«Io ho il reparto invaso da nuove varianti e questo a breve potrebbe portarci problemi seri». Lo rivela Massimo Galli, direttore delle Malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano, intervistato sul Corriere della Sera da Stefano Landi. Ci sta raccontando l’alba della terza ondata? «Nel nostro laboratorio da tempo studiamo le sequenze del virus dei nostri ricoverati: quello che posso dire è che dei 20 letti che seguo direttamente almeno uno su tre ormai è occupato da contagiati da una variante. Non ho ancora dati precisi, ma possiamo ipotizzare si tratti di quella inglese. Per ora non abbiamo evidenza di altri ceppi». L’ospedale Sacco confina con il comune di Bollate, colpito nelle scorse settimane da un grosso focolaio in tre scuole. «E’ vero, ma la sensazione ormai è che queste siano le proporzioni che si vedono nel resto della città, ma anche in tutta Italia. In Lombardia siamo tra il 30 il 35 per cento di incidenza della variante inglese». Cosa la preoccupa? «Quello che è accaduto in Regno Unito, dove tutto è partito intorno al 23 settembre scorso. Se ne sono accorti più o meno due mesi dopo e nel giro di poco ha sostituito l’altro ceppo, che era quello che girava da noi». Immagina lo stesso scenario in Italia? «Se arriva qui, essendo altamente più diffusiva, ci metterà poco a diventare dominante, imprimendo un ritmo più veloce. Diciamo che se prima era un andamento moderatamente lento, potrebbe diventare molto più rock, con tutti i danni del caso». Molti suoi colleghi pensano che quello delle varianti sia un tema antico: nel senso che sul territorio ne girano tante, già dalla primavera scorsa. «Ma c’è variante e variante. Alcune purtroppo hanno una marcia in più. E quella “inglese”, in termini di capacità di diffusione, è molto pericolosa. Per questo serve una campagna vaccinale molto rapida ed estesa, altrimenti è difficile venirne fuori».
 
Stirpe: perplessi dal metodo di Orlando, serve dialogo
«Al ministro ho rappresentato le nostre priorità, partendo da un ragionamento che riguarda il metodo, su cui siamo perplessi. A noi va bene l’ascolto, ma abbiamo suggerito di trasformarlo in dialogo. Bisogna avere la possibilità di interagire e di fare una sintesi assieme alla controparte sindacale». Lo afferma Maurizio Stirpe, vicepresidente di Confindustria, intervistato sulla Stampa da Giuseppe Bottero dopo il primo faccia a faccia avuto col neoministro del Lavoro Andrea Orlando. «Sette mesi fa – aggiunge - abbiamo presentato un progetto di riforma degli ammortizzatori sociali, non ci è stato dato nessun tipo di riscontro. E la cosa paradossale è che se non lo mettiamo in pratica non possiamo eliminare il blocco dei licenziamenti. Ci vuole pragmatismo». Ecco, il blocco. Ci sarà una mini-proroga? «La nostra posizione è chiara: è corretto bloccare i licenziamenti per tutte le attività che sono ferme per decreto, che devono continuare a ricevere la cassa Covid gratuita e il differimento degli oneri fiscali e contributivi. Per quanto riguarda le aziende che magari hanno ridotto i loro livelli di attività ma possono continuare a lavorare, è necessario che si torni a regimi ordinari. Devono riposizionarsi sul mercato il più in fretta possibile». Con Conte ci sono state scintille. Pensa che questo governo sarà più attento alle vostre istanze? «Io penso che l’impresa sia un bene insopprimibile, in questo momento di sofferenza bisognerebbe essere particolarmente attenti alle esigenze, sia degli industriali che dei lavoratori. Mi aspetto che il governo le prenda in giusta considerazione». La Lega in maggioranza è una garanzia per gli imprenditori? «Guardi, io penso che in questo momento le esigenze siano chiare, a prescindere dal colore politico. La strada è abbastanza obbligata, le cose da fare sono semplici».
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