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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 25/01/2021

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Fico: Su Regeni offesi dai pm del Cairo, ora stop alla vendita delle armi
Sul caso Regeni l’Italia è stata offesa dai pm del Cairo, ora serve lo stop della vendita delle armi all’Egitto.  Lo afferma il presidente della Camera, Roberto Fico, intervistato da Carlo Bonini e Giuliano Foschini per la Repubblica. Sono passati cinque anni dall’omicidio di Giulio e la magistratura italiana con un risultato insperato, di cui la giustizia egiziana non porta alcun merito, giudicherà le responsabilità di quattro ufficiali dei servizi segreti del Cairo. È un esito che lei ritiene esaustivo? «È una tappa importante, merito del lavoro serio e incessante dei nostri magistrati. Voglio ringraziarli ancora perché in questi anni non si sono arresi mai e anche di fronte alla mancanza di collaborazione degli inquirenti egiziani hanno continuato a lavorare, a mettere insieme i pezzi. Di certo non finisce qui. Vogliamo verità e giustizia. Fino in fondo». La Camera ha interrotto i rapporti diplomatici con l’Egitto. È possibile pensare, nelle more di un processo, che i rapporti tra Italia ed Egitto restino normali? «La rottura dei rapporti diplomatici fra la Camera dei deputati e il Parlamento egiziano è stato un gesto forte, condiviso da tutti i gruppi parlamentari. Non esistono le condizioni affinché i rapporti fra i nostri parlamenti tornino alla normalità». Oggi, il ministro degli Esteri, Luigi di Maio, sarà a Bruxelles per il consiglio dei ministri degli Affari esteri. È un’iniziativa per modificare i rapporti di forza Italia-Egitto sul caso Regeni. È la sola strada? «È una strada necessaria. Nei mesi scorsi, ho lavorato molto per coinvolgere altri Parlamenti. Nei colloqui con i miei omologhi ho spesso affrontato la questione, perché sono convinto che debba essere considerata a livello europeo. Giulio era un cittadino europeo e la questione dei diritti umani è essenziale per la natura e il senso dell’Unione europea. Lo stesso Parlamento europeo ha adottato risoluzioni severe nei confronti dell’Egitto. Portare la storia di Giulio Regeni nel cuore dell’Unione significa superare gli egoismi nazionali. L’Europa deve iniziare a ragionare ed agire come una vera comunità, solidale anche su vicende come questa. Deve fare di più e deve essere più coesa». Se l’iniziativa di oggi dovesse avere successo, ritiene percorribile lo strumento delle sanzioni all’Egitto? E, soprattutto, ritiene sia praticabile anche alla luce delle ambiguità dimostrate da alcuni paesi, prima tra tutte la Francia? «Bisogna partire proprio dalle ambiguità di alcuni Paesi europei, ma per farlo serve una strategia complessiva di rafforzamento della politica estera europea. Servono volontà, autorevolezza e spirito di comunità per parlare con una voce sola. Lo sostengo da tempo rispetto al caso Regeni, ma è chiaro che la mente va a tanti altri dossier di enorme importanza. Penso, fra tutti, a quello libico». Che giudizio dà dell’ultima risposta arrivata dalla procura generale del Cairo? «Le risposte più recenti della Procura generale del Cairo rasentano la provocazione, e offendono la nostra intelligenza».
 
Loy: Buco da 16 mld nei conti Inps per gli aiuti Covid
«Due mesi per ricevere la Cassa integrazione sono troppi, dovremmo scendere a uno e rafforzare gli assegni molto bassi. Vorrei anche dire che c’è un buco di quasi 16 miliardi nel bilancio Inps, creato proprio dalla Cig Covid. Il legislatore dovrebbe intervenire prima di mettere a rischio la sostenibilità e dunque le prestazioni di Inps». Lo afferma Guglielmo Loy, ex segretario confederale della Uil, dal novembre 2017 presidente del Civ, il Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps che sorveglia l’Istituto di previdenza per conto di lavoratori e imprese, intervistato da Valentina Conte per la Repubblica. Presidente, possibile che ci siano ancora questi ritardi sulla Cig Covid? Cosa non funziona? «C’è un miglioramento rispetto a inizio pandemia, l’Inps con fatica ha cercato di velocizzare le procedure. Ma due mesi di attesa in media sono eccessivi, occorre dimezzare. Anche perché non c’è solo un problema di tempi. Qui c’è una questione di bacino da svuotare, di domande incagliate da ripulire». L’Inps è al limite? Qual è l’imbuto? «Purtroppo il sistema informatico non è stato tarato a sufficienza per lavorare milioni di domande. D’altro canto, l’informatica da sola non basta a sciogliere le pratiche complicate, quelle col codice fiscale che non torna, l’azienda con più posizioni da verificare e così via. Dopodiché non esistono alibi. Anche l’Inps deve aiutare le imprese. Un difetto di comunicazione senz’altro c’è stato, con rimbalzi di mail e tutto da remoto. Derogare alle macchine non sempre aiuta». Come Civ avete infilato i dati delle domande in giacenza in una vostra delibera. Perché non c’è trasparenza su questi dati? «Il presidente dell’Inps era presente alla riunione. Il documento è pubblico». Ha smentito i numeri? «No, perché sono numeri Inps». Allora come spiega i ritardi? «Immagino li ritenga fisiologici e per quanto riguarda i mesi più recenti, come novembre, ha ragione». L’Inps è a rischio? «Se il sistema non è più in equilibrio, qualcuno potrebbe essere tentato di tirare la cinghia sulle prestazioni, pensioni incluse. La profonda recessione poi inciderà molto, con contributi calanti. Il legislatore deve intervenire quanto prima».
 
Marattin: Sì al dialogo ma ascoltino le nostre istanze
Italia Viva è disponibile al dialogo con il governo ma vogliamo essere ascoltati. Lo afferma il deputato di Italia Viva e presidente della commissione Finanze della Camera, Luigi Marattin, intervistato da Alessandro Barbera per La Stampa. Marattin, partiamo dalle obiezioni che vi ha mosso il ministro degli Affari europei Enzo Amendola. Dice che Italia Viva ha prima contribuito a far nascere la maggioranza giallorossa e a migliorare il Recovery Plan. Ora sul più bello affossate tutto. Cosa risponde? «La prima versione del piano era impresentabile. Dopo averci insultato per aver chiesto modifiche, tutti hanno riconosciuto che avevamo ragione. A mio avviso ci sarebbe ancora da fare, e poco tempo a disposizione. Quello che per qualcuno è “affossare”, noi pensiamo significhi non sprecare l’ultima occasione prima del baratro. Tra una crisi di governo oggi e il crollo del paese domani, non abbiamo dubbi su cosa scegliere». Tutto nobile. Ma in caso di elezioni il piano si arena. «Non crediamo allo scenario delle elezioni. Vogliamo solo un governo all’altezza delle sfide. Quest’anno usciremo dal Covid con un tessuto produttivo provato e un debito al 160 per cento del Pil. In un mondo con aspettative di inflazione poco sopra l’un per cento per il prossimo decennio, tornare a crescere allo zero virgola significa andare a sbattere. A proposito di questo: il piano calcola l’impatto delle misure sul Pil al 2026. Ma quali sono gli effetti permanenti? Noi pensiamo che l’obiettivo debba essere aumentare strutturalmente il tasso di crescita del Pil, non il suo livello». La rottura con la maggioranza ha riguardato le norme su chi dovrà gestire quell’enorme mole di denaro. Siete disposti ancora a discutere su come modificarle e votarle in Parlamento? «Anche domattina. Abbiamo una proposta, così come ne abbiamo una su come inserire una riforma strutturale della pubblica amministrazione, o far sì che l’idrogeno diventi il perno di una manifattura sostenibile. Il Recovery non è un insieme di spese con attorno le riforme, ma una serie di riforme con alcune spese per accompagnarle. Se non si capisce questa differenza, è tutto inutile». Lei dice cose sensate, ma non avete l’impressione che l’opinione pubblica italiana e internazionale non vi segua? «In un Paese abituato a considerare importante solo ciò che accade domattina, è complicato lanciare un allarme su cosa potrebbe accadere tra due anni. Poi, certo, anche noi dobbiamo migliorare molto nel nostro modo di porci con l’opinione pubblica». C’è la possibilità che questa settimana votiate la relazione Bonafede sulla giustizia? «Prima di decidere cosa votare dobbiamo leggerla e valutarla. Se dovesse rispecchiare l’approccio tenuto finora, non potremmo votare a favore».
 
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