Versione stampabile Riduci dimensione testo Aumenta dimensione testo

Un anno per curare questa America

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 21/01/2021

In edicola In edicola Massimo Gaggi, Corriere della Sera
“Quella che dovrebbe essere la regola di ogni leader, per Joe Biden sarà una sfida mozzafiato: mettere l’America al riparo dalla pandemia, ricostruire un’economia devastata da un anno di semiparalisi, restaurare e ridare credibilità a istituzioni democratiche seriamente lesionate da Donald Trump”. Massimo Gaggi sul Corriere della Sera parla così del compito che spetta a Joe Biden, da ieri 46esimo presidente degli Stati Uniti. “Il nuovo presidente – scrive - dovrà farlo col fiato sul collo di una parte consistente del Paese convinta che lui sia arrivato al potere in modo fraudolento. E dovrà realizzare il suo programma a passo di carica: davanti a sé ha una finestra utile di poco più di un anno. La storia dice che i presidenti quasi sempre perdono le elezioni di midterm successive al loro insediamento alla Casa Bianca. Quelle del 2022 saranno particolarmente tormentate, con molti parlamentari arrivati ormai a fine corsa o destabilizzati dalla radicalizzazione politica che sta scuotendo tanto i repubblicani quando i democratici. Mentre cerca di riconquistare la fiducia degli americani, il vecchio Biden dovrà, quindi, correre. Stavolta sarà molto più dura: mentre la Cina continua a crescere e sfrutta i varchi geopolitici lasciati aperti dalla crisi americana, Biden eredita una nazione invecchiata, scossa nell’economia e nelle istituzioni, vittima di una polarizzazione che ha paralizzato il Congresso e dato spazio a forze antidemocratiche. Paradossalmente, in un’era in cui le opinioni pubbliche di tutto il mondo detestano gli establishment, la migliore carta nelle mani del presidente sembra essere proprio la sua esperienza di governante e senatore di lungo corso. Gli oltre trent’anni trascorsi in Senato gli consentono di dialogare anche con gli avversari al di fuori degli schemi formali. Il suo predecessore gli ha lasciato un percorso cosparso di macerie: l’America vive nell’incubo di possibili rivolte e del terrorismo interno. Ma proprio l’esasperazione prodotta dagli eventi della turbolenta fase finale della presidenza Trump, culminati nell’assalto al Congresso, potrebbero aiutare Biden a ottenere, almeno in una prima fase, la collaborazione di buona parte dei parlamentari conservatori”.
 
Maurizio Molinari, la Repubblica
“Davanti ad un tappeto di duecentomila bandiere a stelle e strisce, nel Giorno dell’Inaugurazione segnato dall’aggressione della pandemia e dall’insurrezione suprematista nel cuore di Washington, Joe R. Biden è diventato il 46° presidente degli Stati Uniti ammettendo la «fragilità della democrazia» americana ma assicurando che «prevarrà sui nemici» grazie a tre caratteristiche: l’unità fra i cittadini, il rispetto dei diritti e la scelta delle alleanze”. Il direttore di Repubblica Maurizio Molinari sintetizza così il messaggio arrivato ieri dalla capitale Usa: “È l’America inclusiva dove ogni cittadino che rispetta le regole e lavora duro può raggiungere qualsiasi risultato.  E poi ci sono le «alleanze da ricostruire» aggiunge Biden, proponendo alle democrazie un orizzonte comune per affrontare e sconfiggere «i nemici di questo secolo e non del secolo scorso». Ovvero, riunificare l’America e rafforzare i diritti significa rimettere in moto il cantiere della democrazia per consentire al mondo libero di affrontare le piaghe che più lo affliggono. E che Biden chiama, una ad una, per nome: rabbia, risentimento, odio, estremismo, illegalità, violenza, malattia, disoccupazione e carenza di speranze. È una descrizione limpida della genesi della rivolta del ceto medio che nel 2016 portò Donald Trump alla Casa Bianca e che il 6 gennaio ha generato l’aggressione del Congresso da parte di una folla di insorti. L’emergenza infatti ora è sul fronte interno e bisogna battersi contro l’odio fra cittadini, l’intolleranza per le libertà ed anche le «false verità» diffuse attraverso le nuove comunicazioni digitali. A conti fatti, il discorso di insediamento di Biden non contiene solo la promessa di ricostruire l’America ferita da trumpismo, pandemia e crisi economica ma soprattutto l’impegno a riscattare la forza della democrazia con quello che, a discorso finito, assomiglia ad un manifesto di idee per battere il populismo. Dunque alleati ed avversari degli Stati Uniti devono prenderlo sul serio e aspettarsi che tale concretezza porterà presto ad iniziative e politiche destinate a metterli alla prova. Per i partner europei ed asiatici ciò significa dover ripensare le alleanze per iniziare a cercare assieme efficaci ricette comuni su crescita, salute, clima e digitale. E per i rivali strategici, a Mosca come a Pechino, implica un’America determinata a tornare protagonista fuori dai suoi confini per respingere il tentativo di ridefinire l’ordine internazionale a favore delle autocrazie, facendo leva su un arsenale che torna ad annoverare i diritti umani”.
 
Stefano Stefanini, La Stampa
“Joe Biden ha esordito parlando all’America di America. Non poteva permettersi altro. Ma due piccole frasi del discorso inaugurale rivelano la consapevolezza che appena messo un po’ d’ordine in casa la sua presidenza sarà internazionalista”. Stefano Stefanini sulla Stampa sottolinea il taglio globale che Joe Biden ha prefigurato per il suo mandato. “La politica estera della nuova amministrazione - spiega - sarà un rifiuto dell’America first di Donald Trump senza essere un ritorno al passato. La lunga attesa è finita. Da due mesi e mezzo il peso di Washington sugli affari internazionali era in sospeso. Da due mesi e mezzo amici, alleati, partner, rivali e nemici aspettavano Joe Biden. Il primo gruppo, con qualche eccezione – vedi Netanyahu e qualche isola sovranista europea – non vedeva l’ora. Altri si riposizionavano abilmente come l’Arabia Saudita riconciliandosi col Qatar. Nel campo avverso, la Cina temporeggiava con saggezza confuciana, convinta che la brace di Biden non sia peggiore della padella di Trump – anzi, forse più ragionevole. Vladimir Putin non ha invece fatto sconti: ultimo leader a congratularsi dopo il voto americano, ha annunciato l’uscita della Russia dal Trattato Cieli Aperti mentre faceva arrestare Navalny sul tarmac di Sheremetevo. Analogo messaggio da Teheran e Pyongyang: niente vita facile al nuovo Presidente americano. Ci sono cose che Biden farà o sta facendo subito come il rientro nell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Segnale importantissimo. Altre urgenti, come l’estensione del Trattato New Start sui missili balistici intercontinentali: scade il 5 febbraio. Ma il rientro in grande stile sulla scena internazionale sarà graduale. Ma ci vuole tempo per ricostituire solidarietà e fiducia, ci sono terreni nuovi da esplorare, come la politica verso Cina - sui quali l’Europa non si può tirare indietro. Il rapporto transatlantico è di fronte a un’alternativa: globalizzarsi o marginalizzarsi. Tertium non datur. Per la politica estera italiana – fra un voto di fiducia e l’altro – in aggiunta ai tradizionali legami bilaterali e alla posizione di Paese Nato e Ue, il cambio di amministrazione Usa avviene nel felice momento in cui godiamo di due rendite di posizione da valorizzare a Washington: la presidenza del G20 e la co-presidenza con Uk del Cop26 sui cambiamenti climatici. Dureranno solo un anno ma è l’anno giusto”.
Altre sull'argomento
Il caso Navalny accende il confronto Usa-Russia
Il caso Navalny accende il confronto Usa-Russia
Mentre la posizione europea Ŕ pi¨ frastagliata e incerta
Altro parere
Altro parere
Resistere ancora tre mesi
La scelta pragmatica del premier
La scelta pragmatica del premier
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Il marchio di Caino
Il marchio di Caino
Biden accusa il principe saudita, e poi?
Pubblica un commento
Per inserire un nuovo commento: Scrivi il commento e premi sul pulsante "INVIA".
Dopo l'approvazione, il messaggio sarà reso visibile all'interno del sito.