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Altro parere

Più coraggio e investimenti nelle grandi opere

Redazione InPiù 13/01/2021

Altro parere Altro parere Davide Nitrosi, il Giorno
Serve più coraggio e investimenti nelle grandi opere. Davide Nitrosi sul Giorno sottolinea cosa manca al piano sul Recovery fund. “Un passo avanti è stato fatto ma – scrive - di fronte alla violenta crisi che ci ha colpito e alla straordinaria mole di risorse messe in campo dall’Europa che non avrà mai più eguali, il nuovo testo del Recovery plan partorito in affanno dal governo non basta. Ci vuole il coraggio di dirlo, perché stavolta la partita deve essere assolutamente vinta. Non basta un pareggio, non è giustificabile fare melina. Bisogna buttarsi tutti all’attacco, osare tutto e non sbagliare. E invece nel nuovo testo inviato l’altro ieri sera ai ministri, Palazzo Chigi e il Tesoro sembrano continuare a tenere il freno a mano tirato, muovendosi come se si trattasse semplicemente di scrivere una manovra un po’ più ambiziosa del solito. E invece questa non è una manovra. Dovrebbe essere molto di più. Invece resta eccessivo il peso di risorse destinate a sostituire fondi già allocati in precedenza su progetti previsti: un terzo dell’intera cifra. Invece in una situazione di emergenza senza precedenti, occorre sfruttare al massimo le cartucce non per sopravvivere in trincea, ma per conquistare terreno. Il Paese cresce solo se il Pil fa un sostanzioso balzo in avanti, non se si punta a restare a galla. Meglio osare investimenti nuovi e strategici, piuttosto che asserragliarsi in difesa pensando solo a risparmiare. Altro aspetto che continua a non convincere è il fatto che il piano non delinea con nettezza una visione di Paese. Che cosa vogliamo consegnare ai nostri figli, vittime di una pandemia che è una cambiale sul loro futuro? Più coraggio, allora. Inutile spacchettare le risorse in troppi rivoli, solo per esigenze politiche. Bisogna uscire dalla logica dei bonus e concentrare il bazooka europeo verso pochi progetti. La scuola va completamente cambiata, non basta centellinare investimenti tra edilizia o corsi di formazione. E infine le infrastrutture. Il testo di Palazzo Chigi risente delle remore grilline e invece servirebbe uno scatto: non é sufficiente progettare il completamento di tratte di Alta velocità già previste, bisogna investire su nuove linee. Non bastano i superbonus dell’edilizia, l’Italia si cambia se si trasformano le aree dismesse, le periferie, se le città diventano propulsori di progresso. Ci servono visionari, non ragionieri, per immaginare un’Italia nuova che possa salvarsi nel mondo post Covid”.
 
Mattia Feltri, La Stampa
Il Buongiorno di Mattia Feltri sulla Stampa è dedicato a una moda tanto in voga nei tempi del politicamente corretto e di regole poco chiare: quello delle pagelle tra buoni e cattivi: “Temo – sottolinea - ci sia un equivoco: non sono sicurissimo che tutti quelli perplessi dalla decisione di Twitter e di Facebook di bandire Donald J. Trump stiano vivendo una vampata di trumpismo. Alcuni di loro, fra cui mi ci metto e, se ho capito, va messa anche Angela Merkel, non stanno parlando di censura né di libertà d’espressione, tantomeno stanno concentrando l’attenzione su un fatto per trascurare il fattaccio, cioè il cavernicolo e sovversivo assalto al Parlamento di Washington, che sarà giudicato secondo le non clementissime leggi americane. Il problema è l’assenza di leggi che regolamentino l’accesso e la permanenza di ognuno di noi sui social network, così se ne attribuiscono la facoltà i proprietari, svincolati dall’obbligo di concedere una difesa e di motivare le condanne. Gli è permesso perché Twitter e Facebook non sono luoghi pubblici, e fin qui ci siamo. Ma non sono nemmeno luoghi privati: privato è il mio giardino o il tuo salotto. Potrebbero, al limite, essere luoghi privati aperti al pubblico, come i bar o le palestre, ma non è convincente, i bar e le palestre sono frequentati da qualche decina di persone per scopi precisi. I social sono percorsi da miliardi di esseri umani che lì dentro fanno politica, informazione, intrattenimento, pubblicità, arte, impresa, sono spazi completamente nuovi (ormai mica tanto), imparagonabili ad altri e impossibili da incasellare nelle categorie del Novecento. Servirebbero nuove definizioni e nuove regole, transnazionali e condivise, semplicemente per evitare che sia un consiglio d’amministrazione a dividere, a suo capriccio, i buoni e i cattivi del mondo”.
 
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