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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 12/01/2021

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Remuzzi: l’Italia produca vaccini. Ora occorre fare una dose a molte più persone
«L’Italia produca vaccini Oggi farei una sola dose ma a molte più persone». Lo afferma Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri intervistato da Marco Imarisio per il Corriere della Sera. Professor Remuzzi, cosa la preoccupa di più? «Anche quando funzionano, i lockdown mascherati e le zone di diverso colore sono pur sempre l’ammissione di un fallimento nella lotta al virus. Il vaccino invece è la soluzione. Insieme all’immunità naturale, ma quella nessuno può dire quando arriverà». Servono sforzi maggiori? «Non bisogna perdere un minuto. Stiamo vaccinando 400 mila persone alla settimana. Immaginiamo pure di arrivare a 700 mila. Non basta». Essere tra i più veloci in Europa non basta? «Se in Italia le cose dovessero andare come stanno andando in Inghilterra o in Germania, rischiamo i mille morti al giorno. L’obiettivo di arrivare a 50 milioni di persone vaccinate entro la fine di marzo è utopico. Ma abbiamo il dovere di credere che sia possibile. E poi serve una strategia a medio termine. Altrimenti, il tema dei vaccini ce lo porteremo dietro per anni». Cosa bisogna fare? «Il primo problema è la produzione. Pfizer ha già detto che non ce la fa a coprire il fabbisogno. Bisognerebbe estendere l’accordo che AstraZeneca ha fatto con Serum Institute of India ad altre compagnie, e mettere insieme tutti i siti produttivi del mondo. Oltre che in India e in Cina, ce ne sono in Sudamerica, Usa, Germania, e la Francia si sta attrezzando». Una regia unica? «Qualcosa del genere. Insieme, si possono fare miliardi di dosi e un piano affidato all’Oms e alle organizzazioni internazionali dei vaccini permetterebbe di far arrivare il vaccino dove serve di più». In questo scenario l’Italia dove si colloca? «Abbiamo un’industria farmaceutica che ci colloca al primo posto in Europa e fra i primi al mondo dopo India e Cina: fabbrichiamo l’11% della produzione mondiale di farmaci. Ma siamo fuori da questo gioco enorme». della pandemia». La sua proposta? «Meglio vaccinare un grande numero di persone con una dose singola che un piccolo campione con due dosi. Si può ipotizzare di non fare il richiamo prima che siano passati 120 giorni. Il livello di protezione indotto dalla prima dose del vaccino è comunque molto alto». La seconda dose non serve? «Bisogna farla, ci mancherebbe. Ma non c’è evidenza che fare il richiamo subito o dopo qualche mese sia diverso. A mio parere, quando si partirà con una vera e propria campagna vaccinale, sarebbe meglio aspettare 120 giorni per la seconda puntura».
 
Valerio: Ancora troppo poco, la Chiesa resta in mano agli uomini
“Ancora troppo poco la Chiesa resta in mano agli uomini”. Lo afferma la teologa Adriana Valerio intervistata da Paolo Rodari per la Repubblica sul recente annuncio del Papa. Adriana Valerio, teologa e studiosa della figura delle donne nel cristianesimo, il Papa permette alle donne l’accesso al lettorato e all’accolitato. Si tratta di un passo in avanti oppure ancora per le donne la Chiesa fa poco? «Si tratta di un importante passo istituzionale; si parla, infatti, di “ministeri istituiti” dando visibilità a un servizio che le donne possono ufficialmente svolgere e che avrà anche un importante impatto simbolico. Vedere le donne sull’altare con paramenti liturgici, dopo aver ricevuto con apposito rito gli ordini minori di lettorato e accolitato, cambierà certamente la percezione del femminile che non sarà visto più come impuro e incompatibile con il sacro». Diversi membri del Sinodo dei vescovi sull’Amazzonia però avevano chiesto il diaconato femminile. Perché secondo lei non si è ancora arrivati a questo passo? «Perché il diaconato è il primo passo all’interno del sacerdozio ministeriale, attualmente diverso dal quello dei fedeli, e non si vuole che le donne vi partecipino. Se lettorato e accolitato appartengono agli ordini minori, il diaconato invece appartiene a quelli maggiori che fanno parte dell’ordine sacro dove le donne sono escluse. Sono ancora troppo forti le resistenze all’interno della gerarchia legata a quella che si chiama “consuetudine” (è sempre stato così) e, soprattutto, ai propri privilegi che difende gelosamente». Francesco alla fine ha fatto dei passi significativi per le donne nella Chiesa o li ritiene ancora insufficienti? «Papa Francesco ha avviato un fondamentale processo di declericalizzazione nella Chiesa cattolica, sollecitando continuamente la presenza significativa delle donne nelle strutture della comunità ecclesiale, ma le sue parole non sono sufficienti se non opera un intervento a livello istituzionale che riconosca la parità effettiva maschio-femmina. Riconoscere dignità e autorevolezza della persona umana, infatti, significa consentirle la partecipazione ai processi decisionali. Non accettare nella donna capacità di governo comporta relegarla nella non-visibilità, nella minorità di una condizione umana che richiede per esistere la presenza della mediazione maschile che controlla, approva, giudica, dirige. Accetterebbero mai gli uomini (maschi) di vedersi rappresentati da un concilio o da un sinodo di sole donne che prendono decisioni anche per loro? Lo ridicolizzerebbero, ne riderebbero o insorgerebbero».
 
Riello: a fine marzo per le aziende sarà un massacro
«Cassa integrazione gratis o meno, cambia poco: ad essere sbagliata è l’idea che il blocco dei licenziamenti possa funzionare come un vaccino che protegge dagli effetti della crisi». Lo afferma l’imprenditore Giordano Riello intervistato dalla Stampa. A primavera si rischia la tempesta perfetta: fine del blocco dei licenziamenti, delle garanzie pubbliche sui prestiti e della sospensione delle rate sui mutui. Non teme gravi conseguenze a livello occupazionale? «Sicuramente, anzi mi aspetto un vero massacro. Non tanto nei grandi gruppi industriali, quanto nelle piccole e micro imprese che più stanno soffrendo la crisi di liquidità. Stiamo vivendo in una bolla in cui tutto è ovattato. Ma bloccare i licenziamenti aveva senso nell’emergenza la scorsa primavera, non ora». Perché? «Guardi, io non ho alcuna intenzione di mettermi a lasciare a casa i dipendenti. E in questo Paese sarebbe ora di parlare di più di come favorire le assunzioni, anziché di come evitare i licenziamenti. Ma ora prorogare il blocco significherebbe solo drogare il mercato del lavoro, non sarebbe altro che un palliativo. È come prendere la tachipirina e pensare che curi un’infezione: sì, la febbre per qualche ora magari scende, ma prima o poi l’antibiotico serve». E la cura qual è? «In Italia manca una politica industriale da almeno trent’anni, nei quali non si è andati oltre il clientelismo e la politica dei bonus quando invece servirebbe una visione d’insieme, da Nord a Sud. Così perdiamo competitività e non a caso stiamo cedendo i grandi valori del nostro Paese. Io sono veneto e qui vedo sempre più pezzi importanti del nostro patrimonio immobiliare, culturale ed economico svenduti a investitori stranieri, perlopiù cinesi. Ma non stupiamoci se passa voglia di fare impresa».
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