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Altro parere

Odio e falsità ci riguardano

Redazione InPiù 12/01/2021

Altro parere Altro parere Antonio Nicita, Avvenire
“La sospensione, permanente nel caso di Twitter e indefinita nel caso di Facebook, dell’account personale di Donald Trump ha fatto esplodere il dibattito, aperto da tempo, circa le responsabilità, e la discrezionalità, delle piattaforme online nel moderare le conversazioni online”. Lo scrive Antonio Nicita su Avvenire sottolineando come “odio e falsità riguardino tutti”. "A ben vedere - osserva - sono due gli ambiti in cui tale 'responsabilità' si manifesta: uno è diretto e ha a che fare con le cosiddette «politiche di moderazione» che ciascuna piattaforma si dà; l’altro è indiretto e riguarda il ruolo del filtro algoritmico nel selezionare i contenuti che riceviamo o che carichiamo sulle piattaforme. Le politiche di moderazione riguardano sia contenuti illegali, come ad esempio violazioni di copyright o immagini pedopornografiche o cyberbullismo, sia contenuti dannosi (harmful) che vanno dai discorsi d’odio alle strategie di disinformazione, quali quelle che recentemente hanno riguardato origine, cura e profilassi del Covid-19. Queste politiche di moderazione si basano oggi sull’auto-regolazione e in taluni casi, come nell’esperienza della Commissione europea e dell’Agcom, su tavoli di confronto delle linee guida con i regolatori, ma nell’assenza di un quadro normativo e di un presidio sanzionatorio vincolanti. Per questa ragione, la proposta europea, contenuta nel Digital Services Act dello scorso dicembre, cambia il quadro verso la co-regolazione, introducendo meccanismi di trasparenza, accesso ai dati e agli algoritmi, tutele rafforzate per gli utenti, anche nel contraddittorio con le piattaforme in merito alle misure da queste adottate. L’impianto regolatorio, a oggi, è quello della sezione 230 del Decency Act degli Stati Uniti che rende le piattaforme esenti da responsabilità sia per i contenuti di terzi ospitati che per le politiche di moderazione adottate, purché in buona fede, anche laddove tali moderazioni riguardino diritti protetti dalla Costituzione. Come la libertà d’espressione. Sotto questo profilo, ciò che hanno deciso le piattaforme con l’account personale del Presidente uscente, accusato di veicolare messaggi di incitamento alla violenza e alla sedizione, è compatibile con l’attuale legislazione. E peraltro una delle eccezioni riconosciute dalla Corte Suprema alla tutela della libertà d’espressione, volendola estendere a un soggetto privato come le piattaforme, riguarda proprio l’incitamento a una violenza imminente determinato da ‘parole incendiarie’. Il problema, tuttavia, è quello della discrezionalità, dell’assenza di trasparenza e di contraddittorio, nella mancata verifica di azioni selettive e discriminatorie e così via. Soprattutto per piattaforme globali che sono irrinunciabili, per il grado di copertura e diffusione raggiunto, diventando quelli che la Commissione europea chiama «i custodi della rete» (Gatekeepers). In un certo senso, la vicenda Trump, rivela questo contrappasso”.
 
Giovanni Serafini, il Giorno
“Un gigantesco catalizzatore che ha concentrato nelle mani di pochi il controllo del pianeta: sarà questa l’immagine evocata dagli storici del futuro per descrivere il fenomeno esploso nel primo ventennio del Duemila”. Ne parla Giovanni Serafini sul Giorno sottolineando come il vero antidoto sul web sia la concorrenza. “ La soppressione del profilo di Donald Trump, prima da Facebook e poi anche da Twitter, è l’ultimo esempio di come il mostro GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon), piovra con miliardi di tentacoli, possa pilotare il futuro dei singoli e del mondo senza render conto a nessuno. Non si tratta qui di stabilire se sia giusto o no mettere a tacere un ex presidente che si è trasformato in piromane. Ma di decidere chi, in quali circostanze, con quale legittimità democratica e con quale autorità morale ha il diritto di dare o togliere la parola a un personaggio pubblico, per quanto riprovevole e dannoso sia, che si tratti di Trump o di Putin, di Xi o di Erdogan. La realtà è sotto gli occhi di tutti: le quattro società private californiane del GAFA, che diventano GAFAM (con Microsoft), hanno conquistato un potere monolitico e incontrollabile in grado d’influenzare l’opinione pubblica mondiale, di promuovere o bocciare un leader durante una campagna elettorale, di propagare o bloccare contenuti in Rete generando un presunto mainstream non autorizzato e non verificato e annullando le regole della concorrenza. «Hanno in mano tutti gli elementi della nostra vita», dice il filosofo Edgar Morin. Anche tenendo conto dei preziosi servizi offerti dalle GAFA, ormai indispensabili per miliardi di consumatori, il prezzo che dobbiamo pagare pare eccessivo. Il punto centrale riguarda l’informazione: mentre gli organi di stampa tradizionali – i giornali, le radio, le tv – devono rispondere ad authority e rispettare le norme di una distribuzione equilibrata delle notizie e dei commenti (ci sono giornali di destra, di centro e di sinistra, i lettori possono scegliere e farsi la loro idea), le piattaforme GAFA si arrogano il diritto di decidere quali messaggi far galleggiare nell’oceano delle fake news favorite dalla mancanza di controllo. Tutto questo oltretutto riproponendo i contenuti della stampa, pubblicando testi e foto senza pagare, e più in generale schivando le tasse dovute ai singoli Stati grazie alla domiciliazione in paradisi fiscali e paesi compiacenti. Negli Usa è in preparazione un Digital Services Act. In Europa il commissario francese Thierry Breton lavora a un progetto di legge contro il «Far West digitale». È venuto il momento di svegliarsi”.
 
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