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Pi¨ fatti e meno tavoli

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 23/12/2020

Pi¨ fatti e meno tavoli Pi¨ fatti e meno tavoli Maurizio Ferrera, “Corriere della Sera”
Più fatti e meno tavoli. È quanto chiede Maurizio Ferrera sul “Corriere della Sera” riguardo alla «riforma della burocrazia» prevista dall’Agenda per la semplificazione 2020-2023, da poco approvata. La quale, ricorda Ferrera, si pone due obiettivi generali molto ambiziosi: l’eliminazione sistematica dei vincoli burocratici alla ripresa, la riduzione dei tempi e dei costi delle procedure per le attività dei cittadini e delle imprese. L’Agenda è figlia del famoso decreto semplificazioni, varato nel luglio scorso. Si tratta di un testo programmatico, senza valore vincolante. La sua attuazione implica però una serie di delicati interventi sulle pratiche e le procedure dei nostri uffici pubblici. Chi le selezionerà e chi proporrà i cambiamenti? Qui sorgono i primi dubbi: troppi attori coinvolti. Ciascuna azione dovrà essere condivisa fra Governo, regioni ed enti locali; coordinata da un Comitato inter-istituzionale (non meglio identificato), che si avvarrà di un tavolo tecnico, il quale opererà a sua volta «insieme a tecnici di settore … operanti nelle amministrazioni ai diversi livelli di governo». È ovvio che la sburocratizzazione debba avvalersi di indicazioni da parte di chi applica (o subisce) le procedure. Ma se l’obiettivo è snellire e sfoltire, perché iniziare con la moltiplicazione di organi e processi? Il pletorico tavolo tecnico diventerà un «team per la risoluzione delle complicazioni burocratiche», dice il testo. Auguri. Se mai vedrà la luce, sarebbe bene che questo «team» si occupasse innanzitutto di semplificare se stesso. Il paradosso che accompagna il nostro paese tutte le volte che si cerca di riformare la pubblica amministrazione è però che né i suoi funzionari né i nostri legislatori hanno una mentalità «semplificante». Non riescono a liberarsi della logica procedurale e a fare il salto verso la logica della risoluzione dei problemi.
 
Dario Cresto-Dina, “la Repubblica”
Scrive Dario Cresto-Dina su “Repubblica” che l’era del vaccino sarà un banco di prova fondamentale per i leader della Terra, nessuno escluso, perché la pandemia è globale, più ancora di quanto accadde nella Seconda guerra mondiale. Il nemico sembra spiare notte e giorno le nostre mosse, mette in scena per tempo contromisure, quando addirittura non le anticipa come sta accadendo con la cosiddetta variante inglese, rivela un’intelligenza tattica non certo sorprendente per virologi e genetisti, ma che ha portato oltre la paura noi persone comuni. Ci ha sfiniti, confessiamolo: siamo arrivati sul limite delle energie fisiche e psicologiche. Abbiamo quasi dimenticato i tratti delle facce più care, respiriamo a fatica dietro la mascherina, vivremo da prigionieri la festa più attesa dell’anno e, soprattutto, non possiamo progettare un domani. Il D-day europeo, che dovrebbe segnare l’inizio della fine della pandemia ridandoci in parte ottimismo e speranza, è cominciato questa mattina con la partenza dei primi lotti del vaccino Biontech-Pfizer chiamato Cominarty e conservato in celle frigorifere da cinquemila dosi, alla temperatura di settanta gradi sotto zero. Molti capi di Stato porgono la spalla alla siringa per dimostrare la responsabilità delle istituzioni e della politica, la fiducia riposta nella scienza, per convincere gli scettici e gli spaventati dagli effetti collaterali, per combattere con l’esempio le frange negazioniste. La campagna di vaccinazione sarà la sua ordalia, il terreno sul quale si misurerà la fragile leadership di Conte. L’obbligo è quello di mettere in sicurezza il Paese senza ritardi, senza lasciare indietro nessuno. Questo governo ha la forza per sostenere un compito storico? L’equilibrio del funambolo che cammina sulla corda grazie a sapienti movimenti dell’asta, esercizio a cui siamo fin troppo abituati, questa volta ci farà precipitare.
 
Massimo Cacciari, “La Stampa”
Sulla “Stampa” Massimo Cacciari critica il governo – il nostro governo-senza-alternative, scrive – perché a suo dire continua a promuovere nell’opinione pubblica l’irresponsabile impressione che i soldi per aiuti, assistenza, ecc., si troveranno di certo e che ci penserà l’Europa. Insomma, l’impressione che il nostro debito possa tranquillamente oltrepassare ogni limite, perché siamo l’Italia, l’Europa ha fiducia in noi “a prescindere” e per ottenere i quattrini del Recovery Fund basterà la promessa di un nostro nuovo Rinascimento. Cari amici, avverte Cacciari, non è affatto così, anzi è vero l’opposto. Il Recovery Fund non può servire se non per una quota parte a tamponare le ferite più evidenti prodotte dalla crisi. E non sarà erogato se non a fronte di un piano, attualmente in mente Dei, o forse in mente dei consiglieri-consulenti del presidente del Consiglio. Non solo; è stato dichiarato da tutte le autorità europee che ogni Paese dovrà dimostrare di voler svolgere la propria parte, di impegnarsi in base alle sue reali forze per sostenere il piano di ricostruzione. Ciò significa in parole povere che far fronte all’aumento del debito pubblico per il costo dell’assistenza a imprese e lavoratori è compito e dovere di ciascun membro dell’Unione. Non esiste solidarietà europea senza responsabilità nazionale. Ora è certo che il nostro debito, a essere ottimisti, non potrà aumentare meno di 200 miliardi, superando probabilmente il 160% del Pil. Anche immaginando gli effetti più positivi degli investimenti prodotti dal Recovery Fund, rimarrà sempre un gap tra essi e la rapidità della crescita del nostro indebitamento. Dunque è assolutamente probabile che esso e il suo costo relativo, se non vi sono interventi radicali per tenerli sotto controllo, aumentino ulteriormente tra il ’21 e il ’22. Ha il governo un piano a proposito? È questo il problema più urgente.
 
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