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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 01/12/2020

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Di Maio: temo i veti stranieri sul Recovery Fund
«Siamo in una crisi economica e sanitaria, sono altre le cose che mi preoccupano». Così il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, intervistato sul Corriere della Sera da Emanuele Buzzi, parla delle fibrillazioni nel governo e le richieste sempre più insistenti per un rimpasto. Quali sono le cose che la preoccupano allora? «Mi preoccupa il veto di alcuni Paesi Ue sul Recovery, mi preoccupano i contagi, mi preoccupano le imprese che chiedono, giustamente, risposte, mi preoccupa l’incertezza delle famiglie, i consumi, lo sfrenato bisogno di visibilità di qualcuno che improvvisa una proposta di patrimoniale in questo momento. Le pare normale? Praticamente vogliono tassare il ceto medio». Ma non è giusto che chi ha di più in questa fase debba dare di più? «Certo che lo è. Ma a qualcuno sfuggono gli effetti depressivi di un simile intervento. Vuole degli esempi?». Mi dica. «Non si può tassare in questo momento chi crea posti di lavoro, ma non solo, con questo approccio si finirebbe per colpire soprattutto il ceto medio-basso. Guardi che la patrimoniale, quanto a prelievo, non è diversa dall’imposta sul reddito. Gran parte della ricchezza degli italiani è investita in immobili e altre attività finanziarie e una tassa sui risparmi produrrebbe un crollo del valore delle case. Il M5S non sosterrà mai una simile iniziativa». Ormai parla come un leader, lo ha detto anche Brunetta: ha letto i complimenti che le ha fatto? «Sì li ho letti, i complimenti fanno sempre piacere, ma nei miei 10 punti che ho offerto come contributo al fine di un dibattito più ampio c’è il mio pensiero di sempre, che ho sempre espresso e che il M5S ha sempre difeso. La digitalizzazione, l’economia verde, la telemedicina, gli investimenti produttivi». Intanto in Europa va avanti la riforma del Mes: che succederà? «Ancora stiamo parlando del Mes? Non ci sono i numeri in Parlamento, finché il M5S sarà al governo il Mes non metterà piede in Italia».
 
Misiani: una legge ad hoc per i progetti del Recovery Fund
Serve una normativa ad hoc per accelerare al massimo la tempistica dei progetti legati al Recovery Fund. Lo sostiene il viceministro dell’Economia Antonio Misiani, intervistato su Repubblica da Giovanna Vitale. Com’è possibile che fra un mese l’Italia dovrà presentare in Europa il piano di ripresa e nel governo ancora si litiga su chi dovrà gestirlo? «Guardi che di questo tema stanno discutendo tutti, non solo l’Italia. E qui da noi, oltre alla cabina di regia, è indispensabile avere anche un quadro normativo semplificato: parliamo di 209 miliardi da impegnare entro i prossimi tre anni in un Paese che in genere ne impiega 15 di anni per realizzare grandi opere pubbliche». Costruirete una corsia preferenziale per il Recovery? «Io credo che sia necessaria una normativa ad hoc per accelerare al massimo la tempistica dei progetti, altrimenti rischiamo di perdere un’occasione unica. Non possiamo pensare di affrontare il Recovery come un normale ciclo di programmazione. Servono strumenti e procedure straordinarie». La cabina di regia sarà a Palazzo Chigi? E verrà creata una struttura di missione oppure un’apposita società del Tesoro, come vuole il Pd? «Il come lo si sta discutendo a livello di governo e sarà oggetto di confronto anche in Parlamento, visto che il tutto dovrà confluire nella legge di Bilancio. Il punto è costruire una struttura che funzioni e faccia marciare i progetti». Non siamo in forte ritardo? «No. Stiamo costruendo l’interfaccia italiana della Commissione sul piano Next generation Eu. E nell’ultimo colloquio con Conte la presidente Von der Leyen ha detto che l’Italia è in linea con i tempi previsti». Chi guiderà? Conte da solo o sarà affiancato da un paio di ministri? «Ci saranno Gualtieri e Patuanelli che stanno seguendo il dossier dal principio. Come pure Amendola, che presiede il Ciae e sta selezionando i progetti. Conte, ovviamente, non può fare tutto da solo».
 
Toti: a Natale ci giochiamo un pezzo di economia
«Serve una zona bianca con più aperture, per riempire il vuoto normativo tra la zona gialla e un ‘liberi tutti’ sbagliato». E’ quanto propone il governatore della Liguria Giovanni Toti, il quale, intervistato sulla Stampa da Mario De Fazio, chiede anche al governo che «nel nuovo Dpcm non ci siano misure più restrittive per il Natale, che vale tre mesi di fatturato: ci giochiamo la finale di Champions dell’economia». Presidente, cosa chiederete al governo? «Chiediamo che il nuovo Dpcm sia equilibrato. Nessuno si aspetta un Natale con cenoni infiniti e raduni familiari, o un Capodanno con i trenini a cantare Brigitte Bardot. Ma non è neanche utile continuare a immaginare un Natale cupo. Parliamo di 20 giorni fondamentali per l’aspetto religioso e sociale ma anche per l’economia: ci giochiamo un pezzo di occupazione, commercio, agroalimentare, ristoranti». Non c’è il rischio di lasciare spazio al virus? «E’ comprensibile e giusto chiudere se le condizioni del virus lo impongono, come nelle settimane passate. Meno comprensibile sono misure vessatorie se il virus consente qualche spazio di libertà in più». A quali spazi si riferisce? «C’è da fare una riflessione sulle località sciistiche, che valgono qualche miliardo di euro e centinaia di migliaia di posti di lavoro: se Austria, Slovenia e Svizzera apriranno non lo fanno per autolesionismo. L’apertura a pranzo dà una boccata d’ossigeno ai ristoranti ma non basta a sopravvivere». Non crede sia una visione troppo aperturista? «Non bisogna essere massimalisti né in senso ‘chiusurista’ né in senso ‘aperturista’. Bisogna essere equilibrati, con un po’ di sano riformismo: arriviamo fin dove ci possiamo permettere. Il governo ci dia una traccia di medio periodo: bisogna dire alle persone che devono tenere chiusa un’attività quando potranno riaprila».
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