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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 29/11/2020

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Rasi (ex direttore Ema): Partita sui vaccini non è ancora iniziata
«95%, 90%, 62%. I dati diffusi dalle aziende sono buoni per il bar dello sport. La partita deve ancora iniziare. E il risultato, sui vaccini, sarà l’Ema a darlo». Lo afferma Guido Rasi, microbiologo, che ha lasciato da pochi giorni la direzione dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) dopo 9 anni, intervistato da Elena Dusi per la Repubblica. Quanto ci vorrà per la luce verde? «E come faccio a dirlo? Le aziende parlano alla stampa, ma all’Ema non hanno ancora trasmesso un dato». Ma come, la cosiddetta “rolling review”, che permette all’Ema di analizzare i dati sui vaccini man mano che arrivano, per fare presto? «L’Ema ha valutato la fase uno dei test, quella che esclude la tossicità. Ha anche dato le certificazioni agli impianti di produzione di Moderna, Pfizer e AstraZeneca. Ma i dati clinici, quelli sui volontari che hanno ricevuto il vaccino o il placebo nella fase tre, non sono ancora arrivati». Ma l’Fda negli Usa prevede per il 10 dicembre la luce verde. L’Mhra britannica la prossima settimana. «Può darsi che loro abbiano già il materiale. L’Europa no». Eppure non mancano i nodi da sciogliere. Quali i più importanti? «Partiamo dall’efficacia. Non credo ai dati dalle aziende. I regolatori si metteranno al tavolo e rifaranno i calcoli da zero. Anche le cifre così diverse diffuse da AstraZeneca, che vanno dal 62% al 90% a seconda della somministrazione di mezza dose o una dose, verranno riviste. Non credo che le aziende abbiano diffuso notizie troppo diverse dalla realtà, ma nei loro comunicati parlano agli azionisti. L’Ema gioca una partita diversa, che deve ancora iniziare». Lei è pessimista? «Tutt’altro. Credo che all’inizio del prossimo anno avremo 3 o 4 vaccini sicuri ed efficaci. Per la fine del 2021 il numero sarà salito a 6 o 7».
 
Sassoli: l’Italia non rinunci al Mes
«L’Italia dovrebbe ratificare la riforma del Meccanismo europeo di stabilità. Perché può anche aiutare a prevenire future crisi bancarie. È come un’assicurazione contro gli incendi. Nessuno vuole dar fuoco alla casa, ma è sempre utile averne una. Il contrario sarebbe da incoscienti». Lo afferma il presidente dell’Europarlamento, David Sassoli, intervistato da Fabrizio Goria per La Stampa. Continuano le discussioni sul Mes. Sono stati tolti diversi vincoli e con i tassi di interesse negativi di oggi è come dire che l’Ue paga gli Stati che vogliono prendere i fondi. In Italia, però, il governo ha messo il veto sulla riforma del Mes, che sarà discussa oggi. E Roma non vuole usarlo. Cosa ne deriva? «Siamo tutti un po’ colpevoli. La politica e i media non hanno spiegato molto bene. Il Mes nessuno te lo può imporre. Devono essere i governi a richiederne l’attivazione. Sembra di essere tornati a 10 anni fa, quando pareva che Bruxelles volesse imporre qualcosa. Non è così oggi. E rimarco un aspetto. C’è una garanzia molto importante nella riforma proposta: quella che riguarda il sistema bancario. Poi ci potrebbe essere un’assicurazione contro le crisi creditizie, nessuno vuole incendiare la casa, ma è sempre meglio averne una. Inoltre, c’è la linea sanitaria del Mes, e nessuno l’ha usata». Come mai? «Per una serie di motivi. Chi per convenienza, chi per un pregiudizio. Ma è bene che Roma ratifichi la riforma del Mes perché sarebbe sbagliato non avere un’assicurazione contro le crisi bancarie. Secondo, perché vogliamo che diventi uno strumento regolato da regole comuni, con vigilanza e controllo di Commissione e Parlamento. Non devono esserci regole nazionali». C’è anche una cosa che ritorna. Molti dicono che il Mes porta alla Troika. «Il tema non è questo. Dobbiamo farlo diventare strumento comunitario, e ci sarà una discussione a livello politico. Ma è necessario che l’Italia ratifichi la riforma. Non bisogna essere incoscienti».
 
Miozzo: Solidale con gli studenti. Vorrei essere in piazza con loro
«Ho la posta elettronica invasa da messaggi di genitori che mi raccontano le difficoltà e i drammi dei loro figli. Non ci rendiamo conto che la nostra incapacità di trovare soluzioni al problema della scuola sta aiutando a costruire una generazione di ragazzi fragili ed insicuri». Lo afferma il coordinatore del Cts, Agostino Miozzo, intervistato da Flavia Amabile per La Stampa. Da settimane rivolge appelli per il ritorno in classe ma sembrano cadere nel vuoto. «Sa, per quel che riguarda il ritorno a scuola non esprimo un pensiero personale ma quello del coordinatore del Cts che riflette il pensiero di tutti i colleghi del comitato e della comunità scientifica internazionale. Il diritto alla scuola dovrebbe essere un imperativo nel nostro Paese ma constatiamo ancora ritardi nell’organizzazione dei trasporti, nello scaglionamento degli orari piuttosto che nelle verifiche sanitarie». Si tratta di misure ipotizzate da mesi. «Noi del Cts abbiamo iniziato a mettere a verbale questi suggerimenti a fine aprile per dare una risposta alle necessità della scuola. Se dipendesse da me avrei riaperto le scuole da tempo, e oggi non posso che essere solidale con i ragazzi, fanno bene a protestare. Vorrei poter scendere anch’io in piazza con loro, convinto come sono che la didattica a distanza sia un eccellente strumento pedagogico, molto utile in situazioni di emergenza, ma non può essere l’escamotage, la scorciatoia alla nostra evidente incapacità di riorganizzare un percorso scolastico tradizionale compatibile con l’epidemia in corso». Il rinvio di un mese può bastare a risolvere problemi irrisolti dalla primavera? «Posticipare la riapertura dei licei di un altro mese deve prevedere l’impegno serio e strutturato di tutto il sistema. A questo proposito devo dire che è difficile accettare l’idea che si consideri la scuola solo una responsabilità del ministro dell’Istruzione. Il buon funzionamento del sistema scolastico riguarda l’intero Governo, nessun ministro escluso». Come si può intervenire? «Una positiva indicazione deriva oggi dall’ipotesi suggerita dalla ministra Azzolina di vedere mobilitati, almeno per le città metropolitane, gli Uffici Territoriali del Governo, le prefetture, che dovrebbero diventare il punto di riferimento per tutte le istituzioni e strutture territoriali competenti a disegnare uno scenario di sicurezza prima, durante e dopo l’ingresso a scuola. Mi auguro che i prefetti sapranno dare quel necessario stimolo e una decisa accelerazione al processo di coordinamento delle istituzioni per trovare soluzioni». Che Natale dobbiamo aspettarci? «Dobbiamo sforzarci di capire che siamo ancora nel pieno della pandemia. Anche se oggi vediamo una flebile luce in fondo al tunnel, il numero dei morti e dei contagi è ancora elevatissimo, e l’incidenza dei positivi sulla popolazione è di molte volte superiore rispetto a quella che viene indicata come soglia per tenere l’epidemia sotto controllo».
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