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Il non detto dietro il rimpasto

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 29/11/2020

In edicola In edicola Stefano Folli, la Repubblica
Cosa si cela dietro alle voci ricorrenti di rimpasto. Su Repubblica Stefano Folli prova a formulare delle ipotesi: “Il romanzo politico di fine anno, con il Covid sempre al centro della scena e il malessere economico che si allarga, continua ad avere un protagonista privilegiato: il presidente del Consiglio. La sua resistenza al logoramento è diventata caparbietà. A chi resiste l’avvocato Conte? Al Pd soprattutto, poi a quella parte dei Cinque Stelle che guarda a Di Maio e infine al guastatore Renzi. Non è un fronte da poco, ognuno ha le sue ragioni e tutte convergono nel tagliare l’erba sotto i piedi al premier. Un conflitto vero e non troppo mascherato. O meglio, finora è stato dissimulato dietro un termine nebbioso ma in apparenza rassicurante: “rimpasto”. Ricambio di qualche ministro per rendere la compagine più solida e determinata. Si tratta, come è evidente, di un’astuzia. Nella situazione attuale, c’è un disagio politico tra il presidente del Consiglio e i partiti che lo sostengono, a cominciare da quello di Zingaretti. Ne deriva che sostituire un paio di ministri minori, il cui nome è pressoché sconosciuto al pubblico, non serve a nulla. Non rinsalda la coalizione, non risolve i problemi interni ai partiti. Viceversa, metter mano ai ministeri maggiori, quelli con portafoglio (Difesa, Interno, Sviluppo economico, Infrastrutture, eccetera), significa aprire una vera e propria crisi: con tutte le incognite del caso, prima fra tutte la messa in discussione del capo del governo. Perché ovviamente è lui il bersaglio delle manovre in corso, tanto che quando si parla di “rimpasto” spesso si affaccia il tema di uno o due vice-premier da inserire nella cornice ministeriale. Il che conferma l’esistenza di un non-detto tra Conte e le forze della maggioranza, visto che non lo si ritiene più il garante dell’equilibrio. Dietro il “rimpasto” s’intravede dunque lo sforzo di mettere sotto tutela il presidente del Consiglio o al limite di cambiarlo. Anche se non è chiaro con chi. In ogni caso, “rimpasto” diventa oggi sinonimo di crisi dell’esecutivo. Le indiscrezioni dicono che al Quirinale si vede con preoccupazione tale scenario. Si vorrebbe evitare di spostare qualche mattone per il timore di far crollare il muro durante l’emergenza sanitaria. È comprensibile, secondo una logica conservativa. Tuttavia le dinamiche politiche hanno il loro peso e stanno esercitando una pressione, mentre una spinta ancora maggiore viene dall’Europa. La vicenda è appena all’inizio”.
 
Alessandro De Nicola, La Stampa
Sulla Stampa Alessandro De Nicola si scaglia contro l’ipotesi di patrimoniale prevista in manovra da un emendamento di Leu: “In sintesi, si vorrebbero sostituire le varie tasse già esistenti sulla ricchezza mobiliare e immobiliare, dall’Imu ai bolli sugli strumenti finanziari, con un unico tributo che farebbe (si dice) risparmiare chi possiede meno di 500.000 euro per bastonare gli altri. Si tratterebbe di tassare dello 0,2% le basi imponibili tra 500mila e un milione di euro. Vediamo di analizzare la proposta. Un primo problema di equità si pone perché l’imposta patrimoniale colpisce beni acquisiti con redditi che già sono stati tassati. Quindi, i guadagni e i loro frutti sono colpiti due volte con effetti di disincentivo sul risparmio (in teoria protetto dall’art. 47 della Costituzione) e di scarsa equanimità. Inoltre, sempre da un punto di vista di giustizia, si colpisce in modo disuguale e a volte regressivo il contribuente. Non solo: in periodo di tassi di interesse pari a zero chi ha titoli di Stato italiani per la parte eccedente a 1 milione del suo capitale si troverebbe a pagare lo 0,5% con un rendimento negativo (peggio ovviamente per chi ha di più); nel migliore dei casi, diciamo un rendimento dello 0,5%, il gravame sarebbe pari al 100%! Perché mai si dovrebbe continuare a comprare Btp (o i fondi di investimento inzuppati di obbligazioni governative)? Aggiungiamo, infine, che non c’è economista, Keynes compreso, che suggerisca di alzare le imposte in un periodo di recessione, per gli effetti depressivi che ciò comporterebbe. La politica fiscale è anche un gioco di equilibrio e a volte si deve scegliere tra più o meno imposizione diretta o indiretta, non c’è dubbio. Tuttavia, esigere altri soldi, in un paese già tartassato e nel momento in cui ci si rifiuta per motivi biecamente politici di risparmiare centinaia di milioni l’anno non chiedendo i fondi del Mes sanitario, si è abolita qualsiasi spending review e lo Stato compra aziende come fossero noccioline, non solo manda un segnale negativo ai risparmiatori, ma è proprio urticante”.
 
Francesco Grillo, il Messaggero
Sul Messaggero Francesco Grillo si sofferma sulla questione di quella che viene definita “bomba demografica”: “È, forse, l’immagine più triste di un anno tristissimo. I numeri dell’Istituto Nazionale di Statistica e le proiezioni che qualche centro studi sta facendo su questi dati – sottolinea - dicono che l’Italia si sta rimpicciolendo. L’Italia ha perso 250,000 abitanti, in soli 8 mesi, scendendo sotto la soglia dei 60 milioni. Secondo Grillo, un calo analogo potrebbe esserci “entro la fine del prossimo anno, per effetto di quattro fenomeni poderosi: decessi per la seconda ondata dello tsunami Covid; effetti collaterali di mancate cure da parte di ospedali saturati; crollo delle nascite dovuto a crescenti povertà; saldi migratori che si stanno invertendo perché anche la capacità di attrarre badanti sta diminuendo. Quattro fenomeni che stanno fortemente accelerando quella che era un processo inerziale e di lungo periodo e che ci costringeranno a ripensare una società intera. Perdere persone non significa, del resto, solo vedere – come quest’anno – funerali tragicamente più frequenti e culle desolatamente vuote. Riduzioni di lungo periodo nel numero di persone si traducono, anche, in consumi che calano progressivamente. Ed allora la domanda è: che fare? Come ridare una spinta ad un Paese che – fino a trent’anni fa – viveva di una vitalità a volte eccessiva, e che adesso sembra accontentarsi delle spente consolazioni che arrivano da parte di una classe dirigente che non riesce a concepire per sé stessa altro ruolo che non sia quella dell’amministrazione ordinaria? È vero quello che dicono i demografi che, da anni, studiano il fenomeno che Covid19 ha accelerato fortemente: abbiamo bisogno di incentivi a costituire famiglie e fare figli. Più in generale però direi che abbiamo bisogno del coraggio di scegliere. Ora che abbiamo di fronte quell’ultima spiaggia che si chiama Next Generation Eu. E che ci chiede, non solo, competenze tecniche vere che sono assai rare. Ma una visione, una passione che appare aliena da certe retoriche melense e burocratiche rassicurazioni. La sfida è di una strategia di Paese che deve rimettere al proprio centro studenti, donne e immigrati: quelli che, un tempo, avremmo definito classi produttive. Ma anche di modifica di un approccio che ci ha fatto appiccicare - quasi affezionare - al nostro declino”.
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