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Altro parere

La luccicanza

Redazione InPi¨ 25/11/2020

Altro parere Altro parere Mattia Feltri, La Stampa
La luccicanza del genio, malgrado tutto. Questo è stato Diego Armando Maradona nelle parole di Mattia Feltri sulla Stampa: “Tutto quanto non ho mai amato: ecco che cosa era Diego Armando Maradona. Non mi facevo incantare neanche da ragazzo dalla fiaba dolente del barrio di Villa Fiorito, quartieri meridionali di Buenos Aires, dove lui e altri nove abitavano tre stanze, e l’acqua corrente era quella piovana sgocciolante dal tetto. Quei sigari fumati in compagnia di Fidel Castro erano la scorciatoia da illusionisti, perché poi è sempre il popolo che i dittatori prendono per il collo: io stavo con Vargas Llosa e coi profughi cubani in Florida. La mano di Dio, la manolesta che soffia il pallone a Peter Shilton e segna il gol truffaldino per stabilire la rivincita della storia, e della retorica, della povera sfruttata Argentina cui l’arrogante Inghilterra di Margaret Thatcher aveva soffiato le Malvinas, col nome convertito in Falkland, era l’autoassoluzione eterna di chi pensa si possa mettere la frode al servizio della giustizia. Lo sguazzare nella coca e fra la camorra non mi scandalizzava, mi scandalizzava lo sperpero del talento sottratto alla fatica. Preferivo il Milan di Arrigo Sacchi perché adoro il genio incasellato nell’organizzazione e l’organizzazione resa imprevedibile dal genio. La geremiade meridionalista, imparata in un baleno, era più un fuoco di rancore che di riscatto. E però l’arrogante sforzo di razionalismo si impantanava e svaporava davanti all’inafferrabile. C’era un bagliore metafisico in quello che Maradona era e faceva, e lo rendeva puro e sublime, ingiudicabile, sottratto al bene e al male. Non c’era da discutere, c’era da abbandonarsi nell’incanto di un essere trascendente in mezzo alla folla”.
 
Leo Turrini, il Giorno
Sul Giorno, Leo Turrini, racconta il fuoriclasse, l’uomo, l’eroe: “Con la morte di Diego Armando Maradona, finisce per davvero il Novecento. Di quel secolo breve, il Campionissimo sghembo e folle fu l’ultima icona, il simbolo finale, la coda geniale e selvaggia. Perché il Pibe de Oro, come lo chiamavamo, non è stato soltanto un calciatore. E lui lo sapeva, eccome se lo sapeva. Ah, Maradona! Il mondo intero ha accolto con doloroso stupore la notizia di un addio a suo modo annunciato, atteso purtroppo come attese erano le traiettorie dei suoi dribbling, delle sue punizioni, delle sue magie balistiche. Il dispiacere che proviamo somiglia al senso di vuoto che avvertimmo quando un colpo di pistola stroncò la poesia di John Lennon. Ah, Maradona! Si capiva da lontano che non era mai evaso dalla prigionia della sua infanzia. Era ostaggio di una miseria atavica, sperimentata nei quartieri infami della Argentina poverissima. Aveva reagito con l’istinto naturale del predestinato. Si era tuffato con l’ingordigia dello scampato all’insulto della felicità negata in origine con la voracità del sopravvissuto. Da lì gli eccessi smodati, la dipendenza dalla droga, l’inesorabile scivolare sul pendio della autodistruzione. Ma, oltre a questo, c’era il Genio. Con una palla tra i piedi, anche con una arancia! Diego era capace di tutto. Sin da moccioso. L’istinto animale di libertà si esprimeva nelle giocate magnifiche, arabeschi indecifrabili per qualunque avversario. Maradona era un rivoluzionario nell’anima e non a caso adorava Che Guevara, frequentava Fidel Castro e Chavez, strizzava l’occhio ad una versione pittoresca e forse mai esistita del peronismo. Ma poi. Poi c’è la leggenda dell’Eroe dei Due Mondi. Diego che strega l’Argentina con i suoi dribbling, Diego che sogna l’Europa e il Barcellona, alba degli anni Ottanta, si svena per comprarlo. Ma in Catalogna già si perde tra fiumi di cocaina e qua comincia un altro romanzo. Picaresco. Struggente. Sgangherato. Meraviglioso. È il 1984. L’anno di Orwell. E di Maradona al Napoli. Grande Fratello di una città che solo con lui, per un po’, sarebbe sfuggita al degrado permanente. Diego a Napoli fu Masaniello e fu Pulcinella, fu Totò e fu Eduardo De Filippo. Si immedesimò totalmente con le ansie e le suggestioni di una terra che disperatamente cercava un Mito cui aggrapparsi. Nessuno, io credo, riuscirà mai a raccontare la perfetta sovrapposizione tra Napoli e il suo Re. Ci hanno provato in tanti, vanamente. Esistono sentimenti che non si possono spiegare, nemmeno con la memoria di due scudetti folli, assurdi, bellissimi, vinti nel 1987 e nel 1990. Maradona non si allenava mai, viveva di notte, era oggettivamente ingestibile. Ma alla domenica calzava le scarpette, indossava la divisa ed era pronto a morire in campo per il Napoli. I suoi compagni lo capivano e infatti non ne troverete uno disposto a parlar male di lui. Fece lo stesso con la sua Nazionale, il Campionissimo. Trascinò l’Argentina al trionfo mondiale del 1986, segnando di mano contro gli inglesi ma realizzando nella stessa partita il gol più bello di tutti i tempi. E poi ancora la finale persa a Roma contro i tedeschi nel 1990, tra i fischi di una Italia che non gli perdonava di avere eliminato gli azzurri. Per la patria, Dieguito giocava con caviglie gonfie, ginocchia distrutte, muscoli intossicati. Si sentiva unico. E lo era. Lo era, unico, anche nelle esasperazioni. Figli di qua e di là. Le squalifiche per doping. La droga come abitudine. Le debolezze ostentate. Le arroganze rivendicate. Le delusioni patite come allenatore, perché non poteva insegnare ai suoi allievi la sua enorme sapienza calcistica. È morto troppo presto, Maradona. Anche per chi non gli perdonava di essersi buttato via. A me viene in mente, per chiudere, una domenica triste del 2004. Era morto Marco Pantani e Diego, pur di raccattare qualche quattrino, si trovava in un piccolo luogo dell’Appennino modenese, a Riolunato. Era sfatto, malato, in cerca dell’ennesima riabilitazione. Ricordo che disse: gli eroi non dovrebbero mai morire. E invece, Diego, invece anche gli eroi muoiono”.
 
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