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L'ultimo miglio punisce i giovani

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 24/11/2020

L'ultimo miglio punisce i giovani L'ultimo miglio punisce i giovani Mario Deaglio, La Stampa
“In quest'ultimo miglio, in attesa del vaccino anti-Covid, il ragionevole compromesso raggiunto in primavera-estate tra l’esigenza economica e l’esigenza medica non tiene più”. Ne parla sulla Stampa Mario Deaglio, il quale ricorda che “i medici avvertono che gli assembramenti di dicembre porterebbero a molti più morti, mentre i rappresentanti delle categorie produttive ricordano che il periodo natalizio è essenziale per la sopravvivenza del sistema distributivo e del nostro apparato turistico. Eliminare le limitazioni attuali significherebbe aumentare fortemente il numero delle vittime del Covid, lasciare tutto com’è ora porterebbe a un numero molto maggiore di disoccupati e di attività chiuse per un periodo indefinito. Chi deve decidere? Il compromesso tra più morti da un lato e più famiglie in difficoltà dall’altro – secondo Deaglio -, non può essere lasciato ai tecnici ma è un difficilissimo compito dei politici che dovrebbe svolgersi alla luce del sole. Si ha l’impressione, invece, che lontano dagli occhi dell’opinione pubblica si tratti per sensibili ‘ristori’ ai lavoratori autonomi e contemporaneamente ai lavoratori dipendenti in cassa integrazione. Questo porterebbe in Parlamento a un consenso al governo più vasto di quello dell’attuale maggioranza e avrebbe nella società il sostegno del mondo sindacale. Il pericolo di questa soluzione è quello di dirottare sull’immediato delle risorse da destinare invece alle riforme e alla costruzione di un Paese moderno. Speriamo che la soluzione non si trovi ancora una volta a spese dei giovani, troppo rapidamente esclusi dalle scuole da autorità regionali e comunali che non hanno pensato di organizzare autobus dedicati agli studenti. Per chiudere le scuole, si trovano sempre vasti consensi e c’è chi le vorrebbe tenere chiuse per buona parte di gennaio; per tener chiuse le stazioni sciistiche, studiando adeguati ‘ristori’ il consenso non arriva mai”.
 
Paolo Mieli, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Paolo Mieli parte da un documento circolato al G-20 in Arabia Saudita per parlare del debito pubblico italiano. “Secondo le cifre che si leggono nelle carte dell’Institute of International Finance, il debito pubblico globale quest’anno per la prima volta supererà il Pil: 101,5%. Il numero dei Paesi in cui l’indebitamento sopravanzerà il Pil crescerà da diciannove a trenta. E’ chiaro, si sono detti tutti in modi più o meno espliciti, che quei debiti contratti per la battaglia contro il virus andranno sterilizzati, resi senza scadenza, o più direttamente cancellati. E allora perché la comunità degli economisti italiani ha duramente criticato il presidente dell’Europarlamento Sassoli che aveva avanzato in via ipotetica la cancellazione del debito causato dal Covid? E’ probabile che la riprovazione con cui è stata accolta l’idea sia dovuta al suo Paese di provenienza, uno dei più indebitati al mondo ancor prima del Covid. Un Paese che non ha stabilito confini invalicabili tra il debito di prima della pandemia e quello attuale. Che è sospettato di voler mettere nel cesto della eventuale cancellazione quantomeno una parte dei propri debiti pregressi. E la prova sarebbe nel fatto che il nostro governo, al momento di presentare un grintoso, severo, rigoroso piano per affrontare questa gigantesca crisi, nicchia, tentenna, rinvia. Da troppo tempo qui da noi si gioca con le parole e si sostiene, non senza ricorrere a qualche sofisma, che quell’ammanco di denaro lo si chiama debito soltanto per comodità. Che, a differenza dei debiti veri e propri, qui non c’è niente da restituire. Ragion per cui si può impunemente continuare ad accumulare debiti e spendere, di premiare questa o quella clientela inventando ogni giorno nuovi bonus e mettendo denaro in iniziative di cui nessuno andrà mai a verificare l’utilità. Mettersi di traverso a questa deriva appare oggi una battaglia persa in partenza”.
 
Raffaele Marmo, Quotidiano Nazionale
“Si rimane sempre amaramente stupefatti di fronte all’azzardo morale, prima che professionale, di cui sono capaci i gestori a vario titolo e livello della cosa pubblica a Roma”. Con queste parole Raffaele Marmo commenta sul Quotidiano Nazionale la chiusura della Metro C della Capitale, avvenuta ieri nell’ora di punta «semplicemente» perché non c’erano sufficienti operatori in servizio. “Comportamenti, usi e costumi dei vertici politici e amministrativi della città e di ampie quote di dipendenti comunali e delle aziende municipalizzate rinviano ad atti e responsabilità che trasformano la millenaria metropoli europea in un agglomerato urbano dall’inciviltà largamente diffusa e praticata. L’episodio della Metro C, devastante in condizioni normali, assume i contorni di un vero attentato alla salute pubblica nell’emergenza Coronavirus: quanti contagi in più ha determinato il blocco della linea e il conseguente accatastamento a distanziamento zero di migliaia di poveri cittadini sui bus sostitutivi? Ma l’episodio della Metro C non è per niente un episodio: è l’ultima puntata di una telenovela capitale fatta di cassonetti strapieni di rifiuti lasciati per giorni a marcire, cinghiali liberi di grufolare nelle aiuole, alberi che vengono giù come fossero bastoncini di Shangai fatti cadere su un tavolo, autobus bruciati a ripetizione, vigili urbani che per incanto si ammalano tutti la notte di Capodanno. Insomma, un degrado civico verticale che non è stato contrastato da nessuna delle ultime amministrazioni capitoline, ma che negli anni recenti, sotto la guida di Virginia Raggi, ha raggiunto livelli senza precedenti. Un degrado, quel che è ancora peggio, per il quale tutti si autoassolvono e nessuno paga mai: da ultimo i dipendenti della Metro C e i dirigenti dell’azienda dei trasporti capitolini”.
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