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Tutto ci˛ che serve

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 16/11/2020

In edicola In edicola Antonio Polito, Corriere della Sera
“Stiamo facendo «whatever it takes», per far uscire l’Italia da questa tragedia? Tutto quello che serve? Costi quel che costi? È ciò che ognuno di noi dovrebbe chiedersi. Innanzitutto i decisori politici. Secondo noi la risposta è no”. Lo scrive Antonio Polito che firma l’editoriale sul Corriere della Sera che spiega: “Il primo riguarda le risorse mobilitate. Spendiamo molto per rincorrere l’epidemia. Ma investiamo troppo poco per anticiparla. Non è questione di sfortuna, e neanche solo di comportamenti individuali: è questione di risorse e di organizzazione. D’altra parte su tutto il territorio nazionale la medicina territoriale e l’assistenza domiciliare non hanno retto neanche alla seconda ondata. Gli ospedali sono al limite ovunque, medici e infermieri allo stremo. L’Italia non sta facendo tutto quello che serve. E la differenza, sul lungo periodo, si calcola purtroppo in sofferenze e vite umane. Se i soldi del Mes non ci servono, come è stato autorevolmente dichiarato, per la Sanità ce ne servono comunque molti, e presto. L’altra domanda riguarda le forze politiche: stanno facendo tutto ciò che possono per mettere le loro idee e il loro consenso al servizio dell’unica cosa che oggi conti, e cioè salvare la nazione nell’ora del massimo pericolo? La risposta deve essere di nuovo no. Due settimane fa, su queste colonne, lanciammo un appello all’unità rivolto alla maggioranza e all’opposizione: nelle forme più sagge e realistiche, smettetela di litigare sul resto (che si può anche mettere in archivio per un po’) e lavorate fianco a fianco contro il Covid nell’interesse nazionale. Una disponibilità effettiva è finora venuta solo da due parti: Berlusconi e Forza Italia da un lato, che si sono offerti di partecipare alla stesura della legge di Bilancio per non far mancare l’ossigeno all’economia del Paese; Zingaretti e Bettini per il Pd dall’altro, che si sono subito espressi per raccogliere questa disponibilità e renderla operativa. Per il resto, silenzio. Silenzio dal presidente Conte, innanzitutto. Strano, perché il premier dovrebbe essere il più interessato a raccogliere una tale offerta, che rafforzerebbe la sua situazione in Parlamento e nel Paese. La cosa singolare è che alla sdegnosa incompatibilità reciproca sbandierata dall’una parte e dall’altra, che impedirebbe l’unità di azione, non corrisponde affatto, oppure non corrisponde più, un vero conflitto sui contenuti”.
 
Tito Boeri e Roberto Perotti, la Repubblica
I colori delle Regioni sono stabiliti da un processo decisionale complicatissimo definito dal decreto del 30 aprile, con ben 21 indicatori diversi e un ‘algoritmo di valutazione di probabilità e indicatori rilevanti per la fase di riferimento’ che spaventa chiunque voglia cercare di capirlo”. Così Tito Boeri e Roberto Perotti su Repubblica cercano di spiegare “perché l’RT può non bastare”: “Qualche giorno – scrivono -  fa abbiamo sostenuto su queste colonne che 21 indicatori sono troppi, per almeno quattro motivi. Nessuna organizzazione può prendere una decisione sulla base di tanti indicatori; molti di essi non hanno niente a che vedere con i due obiettivi di una situazione di emergenza, e cioè rallentare i contagi ed evitare il collasso del sistema sanitario; molte Regioni non sono comunque in grado di fornire questi dati; se arrivano, i dati sono spesso vecchi, e quindi fuorvianti per stabilire la situazione attuale, oppure c’è il sospetto che siano, diciamo così, ‘affrettati’. Forse alla luce di queste complessità, il Cts sembra intenzionato a rivedere questo metodo. Il documento del 9 novembre, di cui oggi dà conto questo giornale, pur in un linguaggio non cristallino (“riconsiderare la valenza degli attuali 21 indicatori”) sembra finalmente interrogarsi sull’utilità di alcuni indicatori. Bene. Il documento prospetta però anche “la possibilità di rivalutare il peso relativo dei singoli indicatori in base alla situazione oggettiva delle singole Regioni”, il che sembra suggerire (anche in questo caso il linguaggio è a dir poco criptico) la possibilità di cambiare i pesi dei diversi indicatori, e quindi il loro stesso numero, a seconda della Regione e della situazione. Un errore gravissimo, perché vorrebbe dire ‘liberi tutti’. Un’ultima considerazione. Nell’ultimo monitoraggio tutte le Regioni, eccetto il Molise, risultano attualmente ad alto rischio, quindi il colore dipende solo da Rt. Riporre tanta responsabilità sulle spalle di Rt è rischioso. Come abbiamo scritto tante volte, le stime di Rt sono ottenute con procedimenti molto complicati basati su molte ipotesi soggettive, e hanno una grande incertezza statistica. L’Rt può aiutare se si osserva un trend chiaro per un periodo di tempo di parecchie settimane, ma far dipendere tutto da questa misura, come di fatto sta avvenendo ora, è un errore”.
 
Ugo De Siervo, La Stampa
La Pandemia sta evidenziando il fallimento del sistema Stato-Regioni. Lo scrive Ugo De Siervo sulla Stampa. “Al momento attuale – scrive - il contenimento della situazione emergenziale spetta essenzialmente ad organi statali (Parlamento e Governo, Presidente del Consiglio, Ministro della Salute, Dipartimento per la protezione civile, Commissario straordinario, ecc.) in applicazione dei decreti legge che dal febbraio scorso hanno fortemente integrato il Testo unico sulla protezione civile, pure prevedendo e disciplinando un nuovo tipo di decreti del Presidente del Consiglio (i tanto citati Dpcm) e cercando di tipizzare gli innumerevoli ambiti entro cui prevedere le azioni di contenimento della pandemia. In tutto questo le Regioni intervengono solo in funzione consultiva rispetto ad atti governativi e lo stesso esercizio dei loro precedenti poteri di ordinanza è ammesso solo entro limiti precisi e comunque definiti dalla legislazione statale. Semmai nei più recenti Dpcm il Governo sembra aver cercato di coinvolgere maggiormente le Regioni, aumentando i loro poteri di tipo consultivo o meramente integrativi di determinazioni statali (ma non sempre la classe dirigente regionale accetta volentieri di apparire corresponsabile di scelte che valuta come impopolari). La realtà è costituita da una troppo modesta efficienza degli apparati amministrativi sia statali che regionali operanti a livello sanitario (essendo le Regioni responsabili di buona parte della gestione sanitaria ordinaria), mentre le classi politiche troppo spesso si riducono alla peggiore gestione politicante e risentono pesantemente delle più recenti forme di degenerazione personalistica, con la conseguente tendenza ad apparire titolari di poteri che, invece, non spettano loro. In un quadro difficile come questo il problema di fondo quindi non è quello della ricerca della migliore suddivisione dei poteri fra Stato, Regioni ed enti locali, ma della qualità delle classi politiche e della loro effettiva rappresentatività; da quest’ultimo punto di vista appare ancora necessario che continuino ad avere un ruolo significativo, per quanto non decisivo, anche nel contenimento della pandemia, i rappresentanti diretti degli utenti piuttosto che alcuni funzionari statali decentrati sul territorio”.
 
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