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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 30/10/2020

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Khosrokhavar: Francia prigioniera di un ingranaggio infernale
Un «ingranaggio infernale», una «catena di eventi» che si sarebbe dovuto interrompere prima, ma che oggi appare «senza fine». Questa la dura analisi del sociologo franco-iraniano Farhad Khosrokhavar, intervistato da Guido Caldiron (il manifesto), di fronte alla tragedia di Nizza. Come valuta quanto sta accadendo? «Quello di Nizza è il terzo attentato che è stato perpetrato in Francia nello spazio di venti giorni. E un altro si è già aggiunto in Arabia Saudita contro il consolato francese. La situazione si fa ogni giorno più pericolosa ed è difficile immaginare una via d’uscita». I responsabili di questi attacchi non si possono fermare? «È molto difficile perché in gran parte non agiscono all’interno di gruppi, ma da soli, spesso del tutto isolati o con labili contatti con gli ambienti estremisti». Ma perché così tanti giovani sono pronti ad uccidere e a morire in questo modo? «Perché sono davvero convinti che ci sia in gioco qualcosa di decisivo, che si tratti di salvare l’Islam e il Profeta. Una convinzione che poi si accompagna spesso anche alle loro condizioni emotive, psicologiche». Da questo punto di vista, le misure annunciate da Macron potrebbero sortire qualche effetto? «Ho l’impressione che nessuna legge repressiva o l’inasprimento di quelle già vigenti possa fermare quanto sta accadendo. I responsabili di questi attacchi sono pronti o addirittura desiderano morire». All’origine di questa escalation di violenza ci sono l’apertura del processo per l’attentato a Charlie Hebdo del 2015 e la decisione del settimanale di ripubblicare le famose vignette di Maometto. «Già, una decisione, quest’ultima, che credo sia stata presa a cuor leggero». Ma in gioco non c’è la difesa della libertà, in particolare di quella d’opinione? «Anch’io tengo molto alla libertà, ma interrogarsi sulle conseguenze di una determinata scelta non significa rinunciarci».
 
Sansal: gli islamisti vogliono convertire il mondo
Intervistato da Francesca Paci (La Stampa), lo scrittore algerino Boualem Sansal, autore “2084: la fin du monde” (2015), spiega cosa sta succedendo in Francia e perché proprio adesso «Quella islamista è una strategia di lunga durata che puntando alla conversione mondiale agisce su piani paralleli, sociale, politico, filosofico, militare. In questo momento sfrutta una congiuntura molto favorevole perché l’Occidente è fiaccato dalla pandemia e la Francia, l’icona della laicità e dunque l’archetipo del nemico, lo è ancora più di altri Paesi». Il minimo comune denominatore di questi attentati è la sfida al solito “Charlie Hebdo” o c’è un filo rosso con Isis, il 2015? «In qualche modo si tratta sempre di lupi solitari che si nutrono di quanto trovano, internet, la rabbia della marginalità coltivata per decenni nelle banlieue da Qatar e Arabia Saudita, l’andirivieni con la moschea, dove c’è di tutto ma, inutile negarlo, c’è anche chi recluta giovani jihadisti». Quanto c’è in questo sangue dello scontro tra Macron e Erdogan e, soprattutto, quante divisioni ha il leader turco che prova a aizzare la umma, dal Cairo a Islamabad? «La vera posta in palio è la guida della conquista musulmana del mondo. Erdogan ci prova e in questo momento gioca la sua partita su più tavoli, la Libia, la Siria, la Grecia, l’Azerbaigian, fronti dove ha incrociato la Francia a più riprese. Denunciando il separatismo islamista Macron lo ha sfidato a viso aperto ma in qualche modo gli ha fatto un piacere, perché Erdogan sa che la Francia resterà sola, che dopo la solidarietà prevarranno le differenze tra i Paesi europei a partire dalla laicità dello Stato, che nella sfida contro la Turchia Parigi troverebbe più solidale Riad di Berlino ma se si tratta di Maometto Riad non si può schierare. Alla fine Ankara vincerà questo match perché la Francia affronta una situazione più grave e con tutti i vincoli di una democrazia».
 
Bertolaso: guardo i diagrammi, tra due settimane sarà come a marzo
«La vedo molto dura, la situazione. Complicata e piena di tranelli, perché purtroppo a metà novembre saremo come a fine marzo. Con la differenza che allora l’epidemia riguardava Lombardia e Veneto, mentre ora abbraccia tutta Italia. Il virus si è sparpagliato ovunque, anche le Marche non sono messe bene». Intervistato da Margherita De Bac (Corriere della Sera), l’ex capo della Protezione civile Guido Bertolaso non nasconde il suo pessimismo. Davanti agli occhi ha un grafico «dove si vede chiaramente come a metà del prossimo mese la curva di contagi, ricoveri e morti avrà un’impennata insostenibile se non si prendono subito misure drastiche». Secondo lei dunque non c’è salvezza? «Se il diagramma corrisponde a verità, rischiamo tra poco più di due settimane di ritrovarci nei guai. I pilastri necessari per contrastare l’epidemia si stanno sgretolando. A marzo siamo stati colti di sorpresa. Adesso no. Eppure mancano posti in ospedale, i nuovi letti di rianimazione veri a me risultano molto pochi oppure sono stati realizzati chiudendo sale operatorie o togliendo spazio altrove. Si è perso tempo durante l’estate». Che altro? «Capitolo medicina base: dovevano essere assunti 10 mila infermieri. Dove stanno, come sono stati distribuiti? Il filtro dei medici di famiglia è di nuovo saltato e i pronto soccorso sono sotto pressione. Tagliate le visite ambulatoriali ordinarie, ed è gravissimo perché patologie gravi rischiano di essere diagnosticate troppo tardi». Il mezzo lockdown non basta? «No, credo che sarebbe meglio fermare del tutto il Paese per un mese, subito, siamo ancora in tempo per non arrivare a quei numeri. Con uno stop generale, da un lato potremmo cercare di arrestare la diffusione, dall’altro permetteremmo al sistema di riorganizzarsi. Resettiamo l’Italia, senza aspettare di vedere se le nuove misure sono state efficaci».
 
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