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Gli errori e i ritardi ora pesano

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 28/10/2020

Gli errori e i ritardi ora pesano Gli errori e i ritardi ora pesano Massimo Franco, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Massimo Franco punta il dito contro gli errori e ritardi accumulati dal governo Conte in questi mesi di fronte alla prevedibile seconda ondata di contagi. E il decreto "Ristori" – afferma l’editorialista – appare come una misura riparatrice che rischia però di rivelarsi una fonte di ulteriore confusione, e dunque di scontento e di protesta in un’Italia ormai non solo scettica ma sconcertata. La questione è tremendamente seria. Riesce difficile, tuttavia, non osservare che a sottovalutarla da metà maggio a oggi è stato proprio l’esecutivo. E il vero allarme al quale Conte e il suo governo dovrebbero prestare attenzione è non tanto la fine della luna di miele con l’opinione pubblica segnalata dai sondaggi, o gli strappi alleati, quanto i conati di rivolta in molte, troppe città italiane. Si sta diffondendo nel Paese la sensazione di avere buttato via mesi nei quali sarebbe stato opportuno prepararsi alla nuova ondata di contagi: in primo luogo negli ospedali, nelle scuole, nei trasporti pubblici. Invece, Palazzo Chigi si è cullato a lungo nell’autocompiacimento di un «modello italiano» senz’altro non peggiore di altri, ma oggi segnato dall’imprevidenza e dalla mancanza di decisioni degne di questo nome. La parola d’ordine della convivenza con il virus si sta trasformando in un incubo. Ma non si può pensare di esorcizzarlo ricorrendo di nuovo a una chiusura dell’Italia che farebbe precipitare la crisi economica. Sarebbe solo un alibi per coprire la mancanza di strategia di un esecutivo che si è vantato a lungo di avere visione e idee chiare. L’incontro di ieri a Palazzo Chigi tra Conte e le categorie colpite dalle nuove restrizioni arriva opportunamente. Ma c’è da chiedersi perché non ci sia stato prima. A questo punto, l’unico dovere è di far dimenticare quanto prima la presuntuosa pretesa di autosufficienza degli ultimi mesi.
 
Claudio Tito, la Repubblica
Anche Claudio Tito, su Repubblica, registra come qualcosa non sia andato per il verso giusto dalla scorsa primavera, quando siamo usciti dalla cosiddetta “Fase 1” a oggi. Non siamo infatti usciti dall’emergenza. Non da quella sanitaria. Ma nemmeno, purtroppo, da quella economica. In pochi giorni il Paese è ripiombato nella “Fase 1”. Siamo tornati ad aprile scorso. Nella stessa, medesima difficoltà. Gli ultimi sei mesi sembrano essere trascorsi senza uno scatto, un passo avanti. L’azione del gabinetto Conte è stata efficiente e responsabile nel corso della primavera scorsa. Il presidente del Consiglio e il suo governo hanno di mostrato di avere gli strumenti adatti per gestire l’emergenza. Nello stesso tempo non offrono mai l’impressione di saperne uscire. Di studiare l’organizzazione di un nuovo tempo del nostro Paese di fronte all’epidemia. Sembra quasi che ci sia la tendenza – magari involontaria e inconsapevole – ad adagiarsi in una sorta di “comfort zone”: quella di affrontare le urgenze che si presentano e non di evitarle. Replicando uno schema ormai logoro. Occultando l’onere di indicare una strada ai cittadini. E compensandolo con un po’ di paternalismo. Non è un caso che rispetto a sei mesi fa, le scelte del governo siano adesso accolte con meno accondiscendenza. L’aura che avvolgeva Conte è ora meno luminosa. Come spesso capita nell’opinione pubblica, il vento cambia. Nulla può certificarlo, al momento, se non qualche sondaggio. Ma non sarebbe certo la prima volta. È invece la prima volta che il premier si trova costretto a fare i conti con gli indici della sua popolarità. Che, come tutti i leader, è sempre rappresentata da una curva con una salita, un apice e una discesa. Il premier, dunque, sembra inseguire con l’ultimo decreto (il decreto “Ristori”) non solo – e, va ripetuto, giustamente – la pace sociale. Bensì anche quella politica.
 
Stefano Lepri, La Stampa
L’obbligo di pensare al futuro. Stefano Lepri sulla Stampa osserva che individuare le categorie danneggiate dalle nuove chiusure non era arduo. Stanziare parecchio denaro per risarcirle era necessario e in questa fase appare possibile. L’interrogativo è se funzioneranno le nuove procedure del decreto di ieri, più rapide, per versare i «ristori». Perché o l’Italia coglie l’occasione per risolvere quel problema, o non andrà avanti. L’estrema inefficienza delle strutture pubbliche ha reso naturale essere scettici sulle promesse di ogni governo. Ha intaccato la fiducia nel futuro. Se le procedure rapide funzioneranno, sarà possibile che ricevano soldi anche alcuni che non ne hanno bisogno. Nell’emergenza meglio questo errore che l’opposto. Ma siamo sempre all’interno della solita alternativa fra procedure straordinarie a forte rischio di pasticci e procedure ordinarie che durano troppo. Occorrerà imparare dall’esperienza per far meglio. Simbolico resta il disastro del mancato aumento dei letti in terapia intensiva. Le misure di ieri rispondono alle disparate richieste che il governo riceve da un Paese confuso: chi grida più forte è accontentato prima, chi non ha rappresentanti validi non viene ascoltato. Spesso chi chiede non sa guardare avanti: la proroga del blocco dei licenziamenti proteggerà a breve un limitato numero di lavoratori, potrebbe recar danno anche ad alcuni di loro più tardi. Il rilancio, infatti, si allontana. I miliardi stanziati ieri – 5,4 di peso aggiuntivo sui conti dello Stato 2020 secondo la contabilità europea – rendono necessario cambiare l’impostazione, e anche varie cifre, del disegno di legge di bilancio 2021 da consegnare al Parlamento. Quando usciremo dalla seconda ondata la china da risalire sarà più ripida.
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