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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 26/10/2020

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Meloni: pronti a collaborare ma si voti non appena finita l’emergenza
Se il governo «adesso che la situazione è ormai fuori controllo» vuole davvero coinvolgere l’opposizione allora, secondo Giorgia Meloni, intervistata sul Corriere della Sera da Paola Di Caro, «servono patti molto chiari». Quali? «Nel caso si immaginasse di volerci trascinare nel loro fallimento, che di questo si parla, pongo tre condizioni. Primo, servono regole di ingaggio trasparenti, chi fa cosa e come. Secondo, il governo deve ammettere che l’efficacia della propria azione è stata nulla e abolire i provvedimenti sbagliati. Terzo, va stabilito fin d’ora, con garanzia del capo dello Stato, che appena usciti dall’immediata emergenza si torna a votare». Una collaborazione sarà a dir poco difficile. «Qui di difficile, anzi di insopportabile, c’è il modo in cui questo governo ha gestito l’emergenza. Da otto mesi navigano a vista, con il premier Conte che fa Dpcm ogni 4 giorni ben attento ad apparire in tivù nel weekend per parlare agli italiani nel prime time, ora scaricano su intere filiere produttive le loro responsabilità, senza portare alcuna evidenza scientifica sulle responsabilità del contagio da parte di quei settori». Cosa avreste fatto voi? «Lo abbiamo detto e scritto da mesi: test rapidi a tappeto per il tracciamento, anche operati da farmacisti; trasporti pubblici potenziati con pullman privati; per le scuole termoscanner e non banchi a rotelle, tensostrutture, spazi da chiedere ai privati; sanificazione a spese dello Stato. E soprattutto stabilire un ordine di priorità». Quale? «Se le categorie più a rischio sono gli anziani e chi ha malattie pregresse, serve assistenza domiciliare, serve mettere in sicurezza chi non lo è, garantendo ospitalità negli hotel per chi non può isolarsi. Conviene molto di più spendere per questo tipo di sostegno che per le terapie intensive. Invece si è agito su singoli settori, massacrandoli, senza una logica».
 
Zampa: abbiamo seguito gli esperti, ora usiamo il Mes
«Si è discusso, come sempre, ma stavolta avevamo un’urgenza enorme e alla fine è stata adottata la linea di rigore caldeggiata dagli scienziati». Così la sottosegretaria alla Salute Sandra Zampa, intervistata sulla Stampa da Fabio Martini, racconta il passaggio che ha portato alle decisioni contenute nell’ultimo Dpcm. E rispetto alle critiche che piovono dal mondo del commercio e della cultura, Zampa concede: «Ognuna delle categorie che protesta ha una ragione, ma oggi siamo in lotta contro il tempo. Non c’è economia senza salute». Le critiche stavolta sono più risentite di altre volte: il vostro decisionismo si esercita solo nel divieto? «Lo scopo di questo provvedimento è abbattere nell’arco di un mese la curva dei contagi. Abbiamo dovuto assumere il decreto con un’urgenza enorme perché se c’è una lezione che abbiamo imparato, è questa: non devi concedere un minuto di tempo al virus, che corre con un’accelerazione spaventosa. Dobbiamo correre più in fretta». Dentro il governo si sono confrontate per giorni due linee: ha prevalso quella più radicale, portata avanti dal Pd e dal ministro della Salute Speranza? «Alla fine è stata adottata la linea indicata dagli scienziati. Erano partiti appelli da parte del Presidente della Repubblica, da parte di un gruppo qualificato di cento scienziati e non solo da loro. La massima precauzione è un principio superiore al quale devi ispirare ogni tua decisione. Si poteva fare un po’ meno o un po’ di più. Si è salvata la scuola, salvaguardando quel bisogno di istruzione, di vita sociale che si apprende nella prima parte della vita. Si è messo in salvo l’essenziale. Un po’ come quando devi abbandonare di corsa la casa e devi portare con te le cose più importanti». La rinuncia al Mes col passare dei giorni rischia di trasformarsi in un atto d’accusa, non trova? «Dobbiamo mettere in circolazione subito quei soldi anche perché si potrebbero usare subito. Dobbiamo riaprire una riflessione. Urgentemente».
 
Crisanti: le Regioni vogliono mascherare il loro fallimento
«Le Regioni vogliono scaricare la responsabilità di questo disastro e chiedono al governo di certificare la loro assoluzione. Non ho mai visto un simile concentrato di demagogia e populismo». Intervistato da Enrico Ferro di Repubblica, Andrea Crisanti, ordinario di Microbiologia dell’Università di Padova, boccia senza appello il documento stilato dai presidenti delle Regioni: «Escludere gli asintomatici dal tracciamento è una catastrofe annunciata. Sono irresponsabili». Perché? «La vera lotta contro il virus è una lotta contro chi lo trasmette. Rimango stupito quando ancora qualcuno ha il coraggio di sostenere che gli asintomatici non siano un problema». Qual è la strada da seguire? «Tracciamento e prevenzione, queste sono le parole d’ordine. Tutti i programmi che hanno avuto successo nel contrasto del virus erano basati sul tracciamento degli asintomatici. La Cina ha fatto 9 milioni di tamponi per prendere gli asintomatici». In Italia qualcuno ha usato questo schema? «Il differente andamento dell’epidemia in Veneto, durante la prima ondata, è dovuto al fatto che abbiamo cercato gli asintomatici». La Regione Veneto però l’aveva minacciata di sanzioni, perché non rientrava tra le prestazioni coperte dalla sanità nazionale. «Il Veneto ha fatto tutto e il contrario di tutto. Prima disse no, poi mi diede retta, poi si sono spostati su posizioni diverse. Oggi chiede al governo di non testarli. Fatalità, oggi i numeri del Veneto non si discostano più da quelli delle altre regioni». Che motivo avrebbero le Regioni per chiedere una soluzione così controproducente? «Non sono stati in grado di predisporre la macchina necessaria per fare i tamponi a tutti gli asintomatici. Servono logistica, risorse, capacità di tracciare le persone. Oggi siamo in questa situazione perché da maggio a settembre nessuno ha saputo mettere in piedi un piano. Vogliono il sigillo del governo per mascherare il loro fallimento».
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