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Gli errori e i sacrifici

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 26/10/2020

Gli errori e i sacrifici Gli errori e i sacrifici Aldo Cazzullo, Corriere della Sera
“Questo decreto non è un piano per il futuro, è una dichiarazione di fallimento per il passato”, perché “sancisce l’incapacità di prevenire la seconda, annunciatissima ondata della pandemia”. Sul Corriere della Sera Aldo Cazzullo spara a palle incatenate contro le norme contenute nel Dpcm firmato ieri. “Il tracciamento è saltato, i tempi di attesa per fare i tamponi e riceverne l’esito sono inaccettabili, il sistema sanitario è già sotto pressione. I baristi, i ristoratori, i proprietari di palestre e piscine che avevano speso per attrezzare i locali, i lavoratori che avevano riaperto cinema e teatri in sicurezza vedono tutto vanificato; e anche gli insegnanti, i bidelli e gli studenti delle superiori si chiedono a cosa siano serviti i sacrifici che avevano accettato per far ripartire le loro scuole. Le responsabilità del governo e delle Regioni – sottolinea Cazzullo - sono sotto gli occhi di chiunque non sia accecato dal pregiudizio. C’è però un’altra cosa da dire, con altrettanta chiarezza. Il fatto che la seconda ondata non sia stata prevenuta non ci esime dal dovere di rispettare le regole per evitare che il contagio cresca ancora, e mieta ancora più vittime. Non soltanto le norme del Dpcm andranno ovviamente applicate; dev’essere chiaro che non si tratta di una concessione a un governo o a una Regione o a una parte politica, ma di un atto dovuto a noi stessi, ai nostri cari, a medici e infermieri, alla comunità di cui facciamo parte. Certo, il sacrificio che ci viene chiesto è grande. Rinunciare di fatto alla vita sociale, proprio nella stagione che precede il Natale e che è decisiva per l’andamento di molti comparti del consumo, è doloroso e dannoso. Molto è affidato alla nostra responsabilità. Siamo tutti chiamati alla prova più dura della nostra vita. E la prova più dura non è il punto basso; deve essere il nostro punto alto”.
 
Donatella Di Cesare, La Stampa
“Non è possibile ridurre le proteste di piazza a caos insensato. Il fenomeno delle rivolte è un fenomeno politico e come tale va considerato. Chi intende ridurlo a questione di sicurezza commette un grave errore”. Così Donatella Di Cesare commenta sulla Stampa le proteste esplose venerdì sera contro le nuove restrizioni per contrastare l’epidemia. “In qualche modo – scrive Di Cesare - si è lasciato credere che tutto sarebbe presto finito. Adesso è invece chiaro che la pandemia durerà. Lo scenario è d’un tratto dei più foschi. Ma non siamo tutti sulla stessa barca. Chi ha fatto un giro nelle periferie metropolitane sa che il disagio e la sofferenza si avvertono come mai. L’esistenza di chi è esposto, di chi non ha tutele, garanzie, diritti, è cambiata radicalmente. Il lavoro manca, le relazioni sociali si deteriorano, l’isolamento è pane quotidiano. Per non parlare dell’angoscia del contagio, dell’inquietudine generata dal virus. A chi rivolgersi? Che fare? L’impressione è che questo governo – il premier Conte in testa – non ascolti, non dialoghi. Chi si è assunto l’onere di governare è chiamato, in un momento così grave e complesso, al confronto aperto. Non è sufficiente qualche sporadica comparsa virtuale. La miccia della rivolta può accendersi ovunque. Basta sollevare lo sguardo oltre i confini per vedere l’ondata di proteste che, dettate da motivi diversi, appaiono legate dal filo di un enorme malessere che il coronavirus ha portato alla ribalta. La politica appare lontana, astratta. La piazza diventa allora il luogo di un incontro, sempre in procinto di esplodere in uno scontro. Attenzione, dunque, a non stigmatizzare immediatamente questo tentativo; per quanto sbagliato sia, prima occorre cercare di comprenderlo. Certo che c’è chi attizza il fuoco, ma molti sono cittadini profondamente disorientati che non riescono a riconoscere un’istanza politica a cui rivolgersi”.
 
Francesco Grillo, Il Messaggero
“Non necessariamente un aumento di informazioni incrementa la nostra conoscenza. E non sempre una maggiore conoscenza si traduce nella saggezza che occorre per governare società complesse”. Francesco Grillo sul Messaggero parte da questa riflessione per spiegare il paradosso che l’Italia e l’Occidente stanno vivendo di fronte alla pandemia. “A otto mesi dall’inizio dell’epidemia siamo ancora senza uno straccio di banca dati, sia a livello italiano che europeo, che permetterebbe di capire come risolvere città per città l’equazione difficile che il virus ci impone. E sembra impotente la stessa scienza delle università europee, frammentata com’è in micro-specializzazioni di fronte ad una situazione che richiederebbe la capacità di unire dati per arrivare ad una soluzione”. Secondo Grillo “tre sono i buchi neri rispetto ai quali è urgentissimo che i governi assumano decisioni. Innanzitutto, realizzare in tempi brevissimi un unico sistema informativo nazionale che alimenti una banca dati pubblica. Non possiamo continuare a far finta di decidere aspettando studi epidemiologici rifatti su misura o facendo ricorso ad aneddoti sparsi. In secondo luogo, la ‘guerra’ la stiamo perdendo sul fronte del tracciamento. Incomprensibile fu la decisione di dotarsi di applicazioni nazionali nel nome di una protezione di dati personali che ci è sfuggita di mano. Molto più semplice sarebbe stata l’opzione – praticata in Israele e in Corea del Sud – di fornire ad ogni cittadino gli strumenti per poter chiedere ai propri fornitori di servizi di trasmettere l’informazione sulla propria posizione. Infine, il rapporto tra scienza e politica. Di fronte a tali incertezze, ricorrere agli ‘esperti’ diventa una contraddizione logica. L’esperto non può vedere l’innovazione non incrementale e vi ha, persino, un conflitto di interesse. Al posto di “comitati tecnici scientifici” andrebbero riorganizzati gruppi di persone che si ritrovano attorno ad un problema che vogliono e devono risolvere”.
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