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Altro parere

La paura e la voglia di vivere

Redazione InPi¨ 23/10/2020

Altro parere Altro parere Michele Brambilla, il Giorno
Le differenze nello stato d’animo della gente tra la prima e la seconda ondata, tra “la paura e la voglia di vivere”. Ne parla Michele Brambilla che firma l’editoriale sul Giorno: “Sarebbe azzardato sostenere che gli italiani, oggi, hanno meno paura del Covid rispetto a marzo, visto che i dati sono ogni giorno sempre più inquietanti. Però - sottolinea - colpisce la reazione del mondo della scuola alla notizia del ritorno - solo per le superiori e solo in alcune regioni - alla didattica a distanza. Non ne vogliono sapere gli studenti, e si potrebbe anche capire: sono giovani e forti, quindi audaci. Ma protestano anche i presidi, gli insegnanti, i sindaci. E così non vuole chiudere il mondo dello sport, non vuole chiudere il mondo dello spettacolo, non vuole chiudere nessuno, i ristoranti sono ancora pieni, le strade pure. Qualcosa è cambiato? Forse sì, qualcosa è cambiato. A marzo nessuno fiatò quando chiudersi in casa sembrava l’unica soluzione. Fummo obbedienti, disciplinati che sembravamo tedeschi. Ma anche prima del lockdown - voglio dire i giorni, le settimane prima - soprattutto in certe zone d’Italia si vedeva in giro meno gente di adesso. I ristoranti erano mezzi vuoti, le stazioni ferroviarie anche. Abbiamo avuto molta paura, ed è stata quella a rendere efficaci le misure prese dal governo su richiesta degli scienziati. Adesso abbiamo molti più contagi (almeno molti più contagi rilevati, visto che a marzo si facevano un decimo dei tamponi di oggi) ma, sembra, meno paura. Ci diciamo che, appunto, quello che conta è il rapporto fra tamponi e contagi; ci diciamo che oggi qualche cura l’abbiamo, che la Bestia è meno ignota. E così, oggi il popolo non vuole più il lockdown: e lo sa bene il premier, che infatti se ne guarda bene dal richiudere tutto, perché sa che non avrebbe più il consenso che ebbe allora. E allora, torniamo alla domanda: abbiamo meno paura? Forse non è l’aver meno paura. Quella rimane sempre. Però ci stiamo in qualche modo abituando. Abbiamo deciso che basta una consonante per cambiare la prospettiva: con-vivere è meglio che non-vivere. E così ci avviciniamo, almeno un po’, a quanto fecero i nostri genitori e i nostri nonni, e prima ancora tutte le generazioni della storia che ci hanno preceduti: uomini e donne che non conoscevano la vita a rischio zero, né la comfort zone in cui siamo cresciuti. La paura resta ma s’impone la voglia, e forse pure il dovere, di vivere”.
 
Mattia Feltri, La Stampa
Il Buongiorno di Mattia Feltri sulla Stampa, è dedicato alla “mite sapienza” espressa da Angela Merkel rispetto al virus: restare a casa. “Noi – scrive Feltri - le abbiamo impilate - e col sacro fuoco polemico che visto all’indomani sa sempre di fatuo – le intollerabili mancanze del governo, le pigrizie, i sonni estivi, gli stupefacenti tentennamenti, e guardiamo con livido stupore al destino che si ripresenta tale e quale: di osservare il lockdown, indossare la mascherina, e lavarsi di frequente le mani. Tutto lì, di nuovo e da capo, a fine anno come all’inizio. Non è cambiato niente. L’appuntamento serale col rosario dei numeri, le interviste ai virologi, la loro tempra assertiva, uno che dice l’opposto dell’altro, la situazione degli ospedali, le sperimentazioni farmacologiche e così via. Il ministro Roberto Speranza ha proposto la soluzione con sprezzo del pericolo: restate in casa! Il tambureggiante pubblico dei social gliene ha dette di ogni colore. Soltanto che poche ore prima il Foglio aveva aperto la sua edizione con un messaggio di Angela Merkel: restare in casa! E il coro aveva elogiato la mite sapienza della cancelliera. Non è per la contraddizione, perdonabile, ma per la constatazione raggelante di non esserne venuti a capo. Anche la Germania – ormai la più grande democrazia europea – brancola fra i suoi diecimila contagi giornalieri, e la soluzione è quella: restare in casa. Restare in casa negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Francia, ovunque l’identica profilassi di marzo. E di ogni epidemia dei secoli precedenti. In sei mesi pensavamo di cavarcela meglio che in seimila anni, perché l’uomo oggi è un essere smanioso, e la smania gli ha reso insopportabile l’idea del progresso e del futuro: conosce solo l’istante e il presente”.
 
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