Versione stampabile Riduci dimensione testo Aumenta dimensione testo

Oggi hanno detto

Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 22/10/2020

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Orlando: dalle Regioni troppo caos, va rafforzato il coordinamento centrale
«Credo che fosse impossibile pronosticare una crescita così esponenziale. Non scordiamo che dentro la stessa comunità scientifica era emersa nei mesi scorsi una tesi revisionista sull’indebolimento del virus. E che nella nostra situazione si trovano quasi tutti i Paesi europei». Così il vicesegretario del Pd Andrea Orlando, intervistato da Giovanna Vitale di Repubblica, commenta l’impennata di contagi, con ospedali e tracciamento in affanno, che dimostrerebbero come il governo si sia fatto trovare impreparato alla seconda ondata. Però il contenimento, specie nelle grandi città, è fuori controllo: non ci si doveva pensare prima? «Ripeto, in queste dimensioni non era prevedibile. Io ho sollevato da tempo una questione di governance, legata esclusivamente all’epidemia. Rispondere in 20 modi diversi a un’emergenza così violenta e diffusa crea un indebolimento della risposta, di cui c’è traccia anche nell’ultimo Dpcm. Dover sempre mediare fra letture diverse del fenomeno induce una capacità di reazione attenuata». Quindi è colpa delle Regioni? «Non si tratta di colpe. Di fronte alla pandemia l’articolazione del potere prevista dal titolo V va in sofferenza, ci vorrebbe un rafforzamento del coordinamento centrale. E senza nemmeno passare per una riforma costituzionale. Basterebbe esercitare appieno il ruolo dello Stato, previsto anche dall’assetto attuale». A pochi giorni dall’ultimo Dpcm serve introdurre nuove restrizioni? «Sinceramente mi aspettavo una risposta più incisiva, con meno margini di discrezionalità, ora una stretta mi sembra inevitabile. Capisco che si sia deciso di non rompere con le Regioni, ma siccome noi non siamo in grado di sradicare il virus, solo di contenerlo, occorre diminuire le occasioni di socialità. Quali eliminare è una scelta politica. E occorre una risposta omogenea».
 
C. La Vecchia: troppi ammalati per puntare sul tracciamento
Quella odierna è una situazione complessa e seria, ma meno esplosiva rispetto a marzo e aprile. Il professor Carlo La Vecchia, ordinario di Epidemiologia all’Università degli studi di Milano, argina le analisi drammatiche rispetto al numero dei positivi e, in un’intervista a Fabrizio Guglielmini del Corriere della Sera, giudica i malati in condizioni critiche, ma non gravi, la vera urgenza sanitaria. E’ verosimile che la carica virale dei positivi oggi sia molto più alta rispetto ai mesi estivi? «Sì è un’ipotesi che sta in piedi: ci sono soggetti che diffondono il virus molto più facilmente di altri, tenendo però presente che anche la ‘predisposizione’ ad essere contagiati cambia. Misurare la carica virale su vasta scala richiede ancora tecnologie sofisticate e costose. In più la moltiplicazione delle molecole Rna del virus varia da soggetto a soggetto; ad esempio ci sono asintomatici con carica virale altissima. E’ quindi difficile correlare l’alta carica virale al numero dei ricoveri». Come valuta l’evoluzione della malattia nell’ultimo periodo? «La diffusione e gli esiti della malattia sono molto differenti da marzo: abbiamo un numero di positivi enormemente più alto ma un numero di ricoveri in terapia intensiva limitato, così com’è limitato (sempre in relazione a marzo e aprile) il numero dei decessi per Covid». Qual è il tallone d’Achille del sistema ospedaliero? «Il problema davvero urgente è la media intensità, i pazienti con sintomi importanti ma non gravi. Non abbiamo un sistema di medici di base efficiente che si prende cura di questi soggetti. Occorrono ospedali periferici con 2-300 posti letto, destinati a questi ricoveri. Questo aiuterebbe enormemente le terapie intensive». Il viceministro della Salute Sileri ha dichiarato che il vero problema è il contact tracing. E’ d’accordo? «Da epidemiologo dico assolutamente no: ormai ci sono troppi casi per poterlo ritenere uno strumento utile nei confronti del virus. Semplicemente, oltre certi numeri, non è più strategico».
 
Dadone: sciopero della Pa è una scelta abnorme
La ministra della Pubblica Amministrazione Fabiana Dadone bacchetta i sindacati che contestano il suo nuovo decreto sullo smart working e per questo hanno già proclamato una mobilitazione nei ministeri. «Lo sciopero? Non ho remore a definire abnorme la scelta dei sindacati – afferma la ministra in un’intervista a Paolo Baroni della Stampa -. Noi dobbiamo evitare un nuovo lockdown generalizzato e tenere insieme la tutela della salute con l’erogazione dei servizi a cittadini e imprese. Uno sciopero in piena pandemia, e con la necessità per la Pa di supportare la ripresa del Paese, potrebbe apparire davvero poco giustificabile». I sindacati sostengono che mette in discussione la contrattazione. «La contrattazione non viene intaccata dal decreto e non mi sognerei mai di farlo. Ci sono esigenze organizzative collegate all’emergenza pandemica che richiedono una risposta rapida per tutelare la salute e assicurare i servizi. Non c’era tempo per un accordo quadro ad hoc, è evidente». Lei fissa una soglia minima del 50% invitando chi può a fare di più. Ma da metà ottobre lo smart working non era già al 50%? Cosa cambia? «Si trattava di una percentuale secca e da metà settembre. Con il Dpcm del 13 ottobre invece abbiamo specificato che si tratta di una soglia minima che ciascuna amministrazione può aumentare in base alle proprie peculiarità: attività, capacità organizzative, requisiti tecnologici. Ci saranno enti capaci di arrivare persino all’80-90% ed enti che dovranno ancora implementare strumenti e procedure 'agili'». I sindacati lamentano anche le scarse risorse per il rinnovo del contratto. «E’ una dote nettamente superiore rispetto alla precedente tornata». Anche le imprese protestano: temono che un ritorno del lavoro da casa paralizzi la Pa. «Le imprese hanno le loro ragioni, ma il cosiddetto lavoro agile nel lockdown è stato qualcosa di diverso da ciò che il decreto ha disciplinato per i prossimi mesi e dopo ancora con i Pola, i Piani organizzativi del lavoro agile».
Altre sull'argomento
Oggi hanno detto
Oggi hanno detto
Interviste da non perdere
Oggi hanno detto
Oggi hanno detto
Interviste da non perdere
Oggi hanno detto
Oggi hanno detto
Interviste da non perdere
Mario Vargas Llosa: una fake news cambi˛ l'America Latina
Mario Vargas Llosa: una fake news cambi˛ l'America Latina
Paolo Griseri, La Stampa, 17 novembre 2020
Pubblica un commento
Per inserire un nuovo commento: Scrivi il commento e premi sul pulsante "INVIA".
Dopo l'approvazione, il messaggio sarà reso visibile all'interno del sito.