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Un sistema debole

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 22/10/2020

Un sistema debole Un sistema debole Sabino Cassese, Corriere della Sera
Messo a dura prova dal coronavirus, anche il nostro sistema politico-amministrativo mostra di avere la febbre. Lo sostiene sul Corriere della Sera Sabino Cassese, secondo il quale il primo fattore di debolezza del nostro sistema è la mancanza di adeguati sistemi di allarme: “non sappiamo programmare e progettare, ma solo discutere e negoziare per sopravvivere e veniamo così colti continuamente di sorpresa. La seconda debolezza è l’incapacità di cogliere per tempo i problemi sociali che forme nuove di lavoro (come lo ‘smart working’) possono produrre. Terza debolezza: l’insufficiente dialettica tra governo e opposizione in Parlamento trasforma il dialogo tra le forze politiche in scontro istituzionale tra regioni e governo centrale. Quel che non si dicono governo e opposizioni in Parlamento, se lo dicono le 14 regioni controllate dal centro-destra e il governo centrale. Quello che sarebbe un fisiologico processo di contrapposizione e compromesso tra i partiti diventa un conflitto tra enti pubblici, Stato e regioni, che frastorna la collettività. Quarto fattore di debolezza, il governo. Questo è in piedi non per realizzare un programma, ma per impedire il formarsi di un altro esecutivo. Non è un governo precario, è la precarietà al governo. La febbre del sistema politico amministrativo, infine, sale per l’indecifrabilità dei suoi disegni, più oscuri del virus che si vorrebbe combattere. Messaggi diretti a 60 milioni di italiani che si definiscono urgenti ma vengono annunciati, discussi, limati per giorni e settimane, e sembrano scritti e firmati da sadici che vogliano punire i malcapitati lettori con le centinaia di rinvii interni ed esterni ad altre leggi. In queste condizioni, possiamo nutrire un ragionevole dubbio sul buono stato di salute del nostro sistema politico-istituzionale?”.
 
Sergio Rizzo, Repubblica
La situazione dei contagi è ancora sotto controllo? Se lo chiede su Repubblica Sergio Rizzo, secondo il quale “l’interrogativo meriterebbe una risposta schietta, che purtroppo però fra tanti infingimenti si può già intuire dai segnali in arrivo. Le strutture sanitarie sono inondate dai casi positivi e non ce la fanno a seguire le tracce dei contagi. Manca il personale, mancano anche i medici, soprattutto gli anestesisti. La app ‘Immuni’ ha fatto cilecca”. La verità, secondo Rizzo, è che "con l’estate il Paese ha pensato che la nottata fosse ormai passata. Le discoteche venivano riempite con incoscienza e la voglia di normalità sembrava l’unica pulsione da soddisfare. E velocemente ci siamo ritrovati allo stesso punto di partenza. Sono riemersi gli stessi vizi che l’esperienza dei mesi passati avrebbe dovuto far sparire. Pezzi di Stato che vanno ognuno per conto proprio, con annunci che gettano la gente nel panico prima di essere smentiti e poi invece riproposti. Ecco il coprifuoco, ecco la chiusura delle palestre e degli sport da dilettanti, ecco di nuovo le scuole off limits ma solo per i più grandi, ecco le aree della ‘movida’ sbarrate con i militari. Il premier esclude tassativamente un nuovo lockdown, ma ci sono ministri che ci stanno pensando, mentre i Comuni accusano il governo di giocare allo scaricabarile e le Regioni procedono come al solito in ordine sparso. Il risultato è che il Paese procede alla giornata, senza avere chiara la direzione verso cui andare. Con in più informazioni talvolta vaghe e spesso contraddittorie, in un’alternanza di terrore e sollievo. E la netta sensazione che la situazione sia sfuggita di mano. Questo Paese – conclude Rizzo - dà il meglio di sé nelle emergenze drammatiche. Quando però si tratta di gestire l’ordinaria amministrazione allora spuntano inesorabili le magagne di un sistema che fa acqua da tutte le parti”.
 
Pierfrancesco De Robertis, Quotidiano Nazionale
Sul Quotidiano Nazionale Pierfrancesco De Robertis commenta gli ultimi nomi che stanno spuntando, a destra come a sinistra, come possibili candidati alle elezioni amministrative di primavera. “Bertolaso o Giletti a Roma, Sala a Milano, un rettore a Torino, un magistrato a Napoli, il presidente dei commercianti a Bologna: non ce n’è uno classificabile come politico, evenienza che ci interroga sul perché di questo prepotente ritorno della voglia di ’civici’ in politica. In genere il civismo viene riscoperto nei momenti di passaggio, quando la politica ha cattiva coscienza di sè e i partiti si rendono conto dello scarso appeal sull’opinione pubblica. Avvenne così nella prima grande crisi del sistema dei partiti italiani, cento anni fa, quando emerse il civico Mussolini, avvenne così nel ’92-’93 quando dalla dissoluzione del dopo Tangentopoli venne fuori Berlusconi. Da allora fino a Conte ai civici ci siamo abituati, con una tendenza che peraltro non è solo italiana. Finendo più di una volta per apprezzarne anche l’apporto positivo, come quello di linfa nuova su un albero vecchio. Ma il punto è che l’attuale incapacità dei partiti di fare a meno del civismo mette in evidenza il protrarsi della difficolta della politica a esprimere una classe dirigente, spia estrema della mancanza di una nuova narrazione. Nelle ultime elezioni regionali le candidature nate all’interno dei partiti sono state a destra come a sinistra o le stesse di anni fa (Caldoro, Fitto) oppure di personaggi sulla breccia già ai tempi di Craxi. Poche le eccezioni, da Zaia in Veneto a Bonaccini in Emilia Romagna. I partiti, la politica, non sanno pensare il nuovo e quindi cercano fuori, contando sull’effetto richiamo, senza un’idea che vada oltre la contingenza. Venendo meno in sostanza alla propria funzione che è anche selezionare classe dirigente”.
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