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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 19/10/2020

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Giorgia Meloni: sull’emergenza Covid bisogna modificare il paradigma
«Il governo avrebbe dovuto avere meno spocchia, più serietà e più concretezza, perché oggi l’Italia ha un problema di credibilità che i cittadini pagano»: intervistata da Paola di Caro (Corriere della Sera), Giorgia Meloni non risparmia critiche al governo Conte. Ma c’è anche «una proposta», che Fratelli d’Italia presenterà, con un principio ispiratore: «Sull’emergenza Covid bisogna modificare il paradigma. Poiché il virus non può essere azzerato in tempi brevi, si lavori per proteggere chi è maggiormente a rischio: anziani, persone fragili, malate. Con misure confuse e inutili rischiamo un altro lockdown, che non possiamo permetterci». Conte non l’ha convinta? «No. Come al solito da sei mesi, il governo non coinvolge l’opposizione, si limita a farci la telefonata dell’ultimo minuto. Non c’è una strategia complessiva. Stiamo rincorrendo il virus con misure in gran parte inutili». Cosa rimprovera in concreto al governo? «Già ad aprile FdI aveva chiesto dati precisi su mortalità e contagi, alla fine abbiamo dovuto fare da soli con il nostro ufficio studi. Oggi che abbiamo la straprevista seconda ondata non sappiamo ancora il rapporto tra tamponi, ospedalizzati, asintomatici, non c’è trasparenza. Cosa è stato fatto da luglio ad oggi?». Il Covid ha travolto tutta l’Europa, non solo l’Italia... «Ma noi ci siamo fatti trovare impreparati. Perché, con un contagio di ritorno, non si sono fatti controlli a chi veniva dall’estero, tutelate le zone Covid free, contrastati gli sbarchi dei clandestini?». Per molti la seconda ondata è causata da lavoro, trasporti, scuola. «Sulla scuola, tutta l’estate a parlare dei banchi con le rotelle, ora il concorso per migliaia di docenti: erano le priorità? Bisognava dotarsi di termoscanner, di tensostrutture, era prioritario coinvolgere privati per mettere a disposizione i loro spazi».
 
Stefano Bonaccini: salvaguardare scuola e lavoro è la priorità
«Non hanno vinto le Regioni, ha vinto il buonsenso». Commenta così Stefano Bonaccini, leader dei governatori e presidente dell’Emilia-Romagna, le ultime misure del Governo per affrontare l’impennata di contagi. «Nessun allarmismo – dice a Luca Monticelli (La Stampa) –, ma un richiamo forte alla responsabilità e alla necessità di serrare i ranghi». Cosa pensa del discorso del presidente Conte? «Mi pare sia stata una comunicazione corretta, adeguata alla situazione che sta vivendo il Paese». E il nuovo Dpcm? Le misure sembrano meno severe di quelle immaginate dal Cts (Comitato Tecnico Scientifico) che chiedeva di chiudere le città più colpite. «È stato fatto un lavoro importante, è da 36 ore che ci stiamo confrontando senza sosta. Mi pare che il provvedimento tenga conto sia delle indicazioni del Cts, sia di quelle delle Regioni. Chiudere le città non è mai stato all'ordine del giorno». Conte è contrario al coprifuoco anche perché l’economia sta ripartendo. Con questa stretta su ristoranti, locali e fiere non si rischia comunque di attenuare il rimbalzo del Pil? «La penso come Conte. Salvaguardare scuola e lavoro è la priorità. Proprio per questo è necessario ridurre al massimo le occasioni che generano maggior rischio. Laddove questo comporti un sacrificio, ad esempio per alcuni pubblici esercizi, è indispensabile intervenire subito con misure di ristoro, perché anche quello è lavoro. Il rimbalzo del Pil ci sarà quanto più riusciremo a frenare i contagi e a tutelare la produzione». Se ci saranno lockdown potrebbero essere innanzitutto regionali. Il governo chiede ai governatori di prendersi le loro responsabilità, siete pronti a varare ordinanze impopolari? «Lo dice a uno che ha istituito la prima zona rossa comunale a Medicina, nel Bolognese, e le prime zone arancioni per le intere province di Piacenza e Rimini. Dove si apre un problema sul territorio bisogna intervenire tempestivamente, io non mi sono mai tirato indietro né ho atteso che altri decidessero per me. Mi pare corretto, anche in questo caso, aver definito alcune limitazioni nazionali omogenee e aver previsto contemporaneamente la possibilità per le Regioni di intervenire più puntualmente, con misure più stringenti, su specifici problemi locali».
 
Cosimo Sibilia: non chiudiamo il calcio dilettantistico
Intervistato da Matteo Pinci su Repubblica, il presidente della Lega Nazionale Dilettanti, Cosimo Sibilia, inivita a non chiudere il calcio dilettantistico per non privare i ragazzi della socialità. Sibilia, è giusto continuare l’attività con 12 mila contagi al giorno? «Certo. Le società in estate hanno fatto mutui per adeguare le strutture ai protocolli, per sanificare, per garantire il rispetto di protocolli e standard di sicurezza». Eppure la Lombardia ha chiuso. «Spero che altre non seguano lo stesso esempio. Il fatto che la prima a chiudere gli sport dilettantistici sia stata una regione con un alto numero di contagi rischiava di essere un’indicazione. Non devo parlare con Fontana: l’avrei fatto volentieri prima, per informarlo su quelli che sono i numeri reali». Ne avete parlato col governo? «Io non parlo con nessuno da maggio, è grave non aver cercato un confronto con chi organizza e gestisce lo sport di base nel nostro Paese: ora si rischia comunque di penalizzare ragazzi e adolescenti». Si è letto però di alcune gare rinviate a causa dei contagi. «Noi siamo un milione di tesserati, in proporzione la percentuale di contagi è molto più bassa che in Serie A. Prima della riapertura delle scuole in Lombardia erano state rinviate 4 gare su 900. E anche adesso siamo a poche decine di partite rinviate ogni settimana sulle migliaia previste, e tutte per un positivo che costringe all’isolamento gruppi di 30/40 persone. Non siamo noi gli untori». Dove pensa sia il problema? «Tutte le regioni mi confermano che il numero dei rinvii si è alzato dopo la riapertura delle scuole. I ragazzi hanno ripreso a contagiarsi non in campo, ma salendo su metropolitane stracolme o per strada. Il calcio offre la possibilità di vivere la socialità in sicurezza, nel rispetto di protocolli validati dal Cts».
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