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Il Piave della scuola

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 19/10/2020

Il Piave della scuola Il Piave della scuola Francesco Grillo, Il Messaggero
È la scuola italiana – scrive Francesco Grillo sul Messaggero –, il nostro Piave. Se quella che combattiamo con il virus è – per gli effetti sulle nostre esistenze e sulle nostre economie – simile ad una Guerra globale, la prima del secolo di Internet, è sul fronte della scuola, aula per aula, che una società deve provare a riorganizzare una resistenza ad un nemico che rischia di portarci indietro di decenni. Ha ragione, dunque, il Governo a dichiarare che, stavolta, le scuole saranno le ultime a chiudere, che ciò succederà solo dopo aver esaurito tutte le altre possibilità. E, tuttavia, per vincere abbiamo bisogno di una strategia. Differenziazione; dati; flessibilità: sono queste le parole chiave che possono capovolgere i tre più grossi errori che abbiamo fatto finora. Bisogna innanzitutto utilizzare l’emergenza per chiedere di completare le mille riforme a metà della scuola, dando sostanza a quel principio di autonomia che parte dalla consapevolezza che non si può gestire da un centro esilissimo, un’organizzazione fatta di ottocentomila dipendenti.  In secondo luogo, per rendere possibile una autentica differenziazione della strategia, abbiamo bisogno di molti più dati. Infine, la vicenda della scuola svela una terza, sconvolgente verità che manda in frantumi il modo stesso in cui è organizzata – per contratti di lavoro rigidi, proprietà private e specializzazioni senza senso – un sistema sociale rimasto quello di una civiltà industriale liquefatta. Se il trasporto pubblico è insufficiente che, subito, si metta a valore quello privato (che, comunque, sta sopravvivendo con la cassa integrazione pagata dallo Stato). Se mancano spazi agli istituti scolastici, doveva, da tempo, essere fatto un censimento di quelli pubblici (caserme, stadi), ma anche di quelli privati (sale convegni in grandi alberghi vuoti) per adattarli ad ospitare lezioni.
 
Francesco Drago, Lucrezia Reichlin, Corriere della Sera
Dopo una lunga assenza – osservano sul Corriere della Aera Francesco Drago e Lucrezia Reichlin – oggi il Mezzogiorno è rientrato nel dibattito nazionale come un punto di priorità strategica. E questo anche grazie all’energia del ministro Giuseppe Provenzano. Si riparla di «big push»: i fondi del Recovery fund dell’Unione Europea — così sembra — saranno in parte usati per la rinascita della parte meno produttiva del Paese. Ma prima ancora di dibattere sugli interventi da mettere in campo, dovremmo chiederci chi siano gli interlocutori nella società meridionale, cioè i soggetti che possano «dare le gambe» ai progetti finanziati con queste nuove risorse. La domanda non è di facile risposta, ma è essenziale per capire le modalità di intervento desiderabili. Il successo o il fallimento della linea di interventi destinati al Mezzogiorno dipende in grande parte dalla risposta a questa domanda. Gli interventi, secondo Drago e Reichlin, non potranno prescindere dal tessuto industriale esistente che è spesso costituito da imprese private. Ma nel Meridione vi è una società frammentata che combina aree di eccellenza con situazioni di estremo degrado. Nonostante le eccellenze, nel Sud prevale un blocco sociale di ceti non produttivi o assistiti che chiedono protezione sociale e sussidi. E tuttavia, nessun progetto di crescita può realizzarsi indipendentemente da chi lo deve trainare, dandogli forza e impulso. Per questo, nel pensare all’uso dei nuovi fondi bisogna aggregare le forze migliori e più dinamiche delle regioni meridionali. Aggregare e mettere in rete le migliori esperienze è importante perché una delle caratteristiche del Mezzogiorno è l’isolamento di chi fa industria e innova nel campo sociale. Questa condizione dei ceti produttivi impedisce la nascita di eco-sistemi in cui la concentrazione di imprese e lavoratori con alte competenze favorisce la proliferazione di idee e innovazione.
 
Corrado Augias, la Repubblica
Su Repubblica, Corrado Augias spiega perché invece del termine inglese lockdown, divenuto di uso comune in Italia dopo lo scoppio della pandemia, sia consigliabile usare la parola “clausura”, intesa in senso laico, per riferirsi a una situazione di isolamento al fine di proteggersi dal virus. L’Oxford Dictionary dà la seguente definizione di lockdown: «An official order to control the movement of people or vehicles because of a dangerous situation». Il significato del termine è dunque appropriato, osserva Augias: un ordine delle autorità per controllare, in una situazione di pericolo, i movimenti delle persone o dei veicoli. La domanda che però bisogna farsi è se esista un equivalente italiano. Ebbene, c’è. In un sussulto di dignitosa italianità in un primo momento dopo l’arrivo dell’epidemia era circolato il termine “confinamento” che riprendeva l’equivalente francese confinement. I suoi sinonimi (prendo dal Dizionario Le Robert) sono: isolement, enfermement, quarantaine, réclusion. Anche in questo caso ci siamo. Il termine però ha circolato poco ed è stato abbandonato forse perché evocava per assonanza il “confino”, una forma d’esilio praticata durante il fascismo nei confronti degli oppositori. In realtà un altro termine ancora più appropriato esiste ed è appunto “clausura”, comune in ambito religioso, ma che può essere usata anche in senso laico. Spogliata infatti del suo significato ecclesiastico, come un buon numero di autori ci autorizza a fare, la parola clausura appare non solo idonea a sostituire lo spigoloso lockdown (su otto lettere sei consonanti e due sole vocali) ma ha anche un bel suono e si giova della sua radice da clavis (chiave) quindi portatrice immediata del significato di doversi ritirare in un luogo appartato come misura di prudente salvaguardia.
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