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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 13/10/2020

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Milesi-Ferretti (Fmi): Italia può ridurre il debito aumentando la produttività
L’Italia può ridurre il debito aumentando la produttività. Lo afferma Gian Maria Milesi-Ferretti, vicedirettore della Ricerca del Fondo monetario internazionale, autore del «World Economic Outlook», intervistato da Federico Fubini per il Corriere della Sera. Per l’Italia il Fondo vede in prospettiva un ritorno alle tendenze precrisi di crescita molto lenta, con il dato più debole dell’area euro nel 2025. Dubitate dell’impatto positivo del Recovery Fund? «Un aspetto da ricordare è che in agosto vediamo sull’Italia un andamento della produzione industriale migliore del previsto. Dovremo vedere cosa succede con Covid-19 e le misure di contenimento. Mi auguro che la situazione resti sotto controllo». Ma in una prospettiva più lunga? «Va premesso che l’incertezza nelle previsioni sul medio periodo è altissima. Per ora nelle nostre proiezioni abbiamo un tasso di crescita che torna più o meno ai livelli precrisi al 2025, mentre nei prossimi anni si tiene a livelli più alti per colmare parte della perdita del 2020. Ma non abbastanza da colmare il divario accumulato rispetto a uno scenario senza pandemia. La speranza è che, anche con l’aiuto del Recovery Fund, le riforme permettano di avere un tasso più adeguato di crescita della produttività e una dinamica più favorevole del reddito. Come dice il governatore Ignazio Visco, speriamo che la risposta a livello europeo e la politica economica portino a un salto di qualità». Sul debito pubblico le vostre previsioni sono più guardinghe di quelle del governo. Ma oggi che tanta parte del debito è comprato e detenuto dalle banche centrali, quel dato ha ancora il significato di prima? «Questo per tanti versi è un mondo nuovo. All’inizio dell’anno non avremmo immaginato l’attuale livello di debito nei Paesi avanzati, ma è il risultato della caduta del prodotto e di una risposta correttamente aggressiva all’emergenza da parte dei governi. I numeri del debito salgono in modo notevole, eppure vediamo rendimenti dei titoli italiani a dieci anni sotto i 70 punti base (0,7%, ndr). I più bassi di sempre».
 
Bonaccini: Sui trasporti le regioni non hanno colpe: il governo ci ripensi
Sui trasporti le Regioni non hanno colpe. Il governo deve rivedere la sua posizione. Lo afferma il presidente dell’Emilia Romagna e presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini, intervistato da Tommaso Ciriaco per la Repubblica. Bonaccini è contrario alla didattica a distanza per le scuole superiori, da applicare subito per ridurre la pressione sui mezzi pubblici? «Dobbiamo fare tutto il possibile per mantenere la didattica in presenza. L’idea è stata ipotizzata legittimamente da alcune Regioni come rimedio estremo qualora il governo avesse deciso di ridurre la capienza attualmente prevista per i mezzi di trasporto pubblico. E io, come presidente della Conferenza, avevo il dovere di sottoporla al governo. Nella cabina di regia, però, il governo non ha neppure toccato l’argomento della Dad. E quindi la questione non si è posta». Resta il problema, governatore: che fare con le scuole, allora? «Forse per primo, mesi fa, sollevai con forza il tema della riapertura delle scuole al governo che, allora, mi sembrava in ritardo. Resto convinto che sia una priorità per il Paese e che dobbiamo fare tutto il possibile per salvaguardare la didattica in presenza. Prima di rimettere i ragazzi a casa va esperita ogni altra possibilità». Ma se le regioni non hanno mezzi sufficienti per i trasporti, come si risolve il problema? «Prima della riapertura delle scuole, in Emilia-Romagna - insieme alle aziende di trasporto pubblico locale e ai sindacati - abbiamo deciso un potenziamento di 5 milioni di chilometri di servizi aggiuntivi, con oltre 270 bus in più e nuovi fondi per 16 milioni di euro, sanificando i mezzi e con strumenti di sicurezza a bordo. Monitoriamo la situazione praticamente in tempo reale. Prima di tenere a casa i ragazzi possiamo tutti fare altri passi avanti». Non era tutto fin troppo chiaro da agosto? E non è stato anche un errore delle Regioni alzare all’80 per cento il limite di capienza? «L’attuale capienza è stata condivisa per tempo con il Comitato tecnico scientifico, insieme alle regole di sicurezza da adottare sui mezzi, a partire dall’uso obbligatorio della mascherina. Dopo il riavvio delle scuole, di tutte le attività economiche e dei servizi, permette di garantire un servizio che non lasci nessuno a terra. Ma siamo pronti a raccogliere e vagliare altre proposte». Cosa non le piace del dpcm e cosa è stato giusto limitare? «Il giudizio è complessivamente positivo, anche se con alcune ombre: se il governo ci avesse dato più tempo per confrontarci, avrebbe potuto migliorare il testo. Certo, se penso al pacchetto di misure sul fronte sanitario, dico che sono esattamente le richieste che avevamo fatto come Regioni. La scelta di salvaguardare le ordinanze regionali in materia di spettacolo e sport è un compromesso accettabile. Però le misure sui locali e il blocco delle feste potevano essere decise diversamente, perché avranno contraccolpi pesanti su settori già duramente colpiti dal lockdown: per questo abbiamo chiesto al governo di aprire immediatamente un tavolo per sostenere gli operatori economici e valutare correttivi al decreto».
 
Vestager: Avanti con gli aiuti ma i governi ci dicano quanto hanno speso
L’Ue va avanti con gli aiuti ma i governi devono fare chiarezza sugli aiuti ricevuti e dirci quanto speso. Lo afferma Margrethe Vestager, vice presidente della Commissione Ue con delega alla concorrenza e al digitale, intervistata da Marco Bresolin per La Stampa. «Abbiamo deciso di prorogare di altri sei mesi il quadro temporaneo per gli aiuti di Stato, ma ora facciamo una domanda ai governi: avete speso quei soldi? Siamo ancora in attesa di tutte le risposte». L’Ue ha sin qui approvato quasi 3 mila miliardi di euro di interventi pubblici per sostenere le imprese europee colpite dalla crisi.  Non avete una stima dell’impatto reale delle 367 misure finora approvate? «No, per questo abbiamo chiesto i dati ai governi. So che per alcuni è uno stress fornirli, ma per noi è molto importante avere un quadro chiaro. Perché un conto è il budget a loro disposizione, un altro è vedere quanti soldi sono stati effettivamente utilizzati. Gli aiuti di Stato che vogliamo autorizzare devono essere proporzionati e necessari». Anche per Alitalia, a settembre, avete autorizzato aiuti. Ma il quadro temporaneo non valeva solo per le aziende con i conti in ordine prima della pandemia? «Quell’intervento rappresenta un risarcimento danni. Anche per le aziende in difficoltà - in caso di danni dovuti alla pandemia - è possibile ricevere un aiuto se c’è stato un ulteriore deterioramento dei conti». Ora però dovete esprimervi sui due prestiti da 1,3 miliardi ad Alitalia per i quali avete avviato due diverse indagini. Ma nel frattempo il governo ha stanziato ulteriori 3 miliardi per creare una nuova società che non dovrà restituire i precedenti aiuti, qualora fossero giudicati illegittimi: è dunque sufficiente il cambio di nome per garantire la discontinuità economica e sfuggire a questa responsabilità? «No. Per questo usiamo una serie di criteri per avere la certezza che non si tratti della stessa azienda. Può certamente essere una questione di “brand”, ma anche di quali rami d’attività sono stati venduti e a chi, oppure ancora del destino dei dipendenti. È da questi elementi che si capisce se c’è effettivamente una nuova società e dunque se questa non è responsabile per gli aiuti di Stato da restituire. Non voglio anticipare cosa accadrà nel caso di Alitalia, ma questo è ciò che è successo in altri casi in precedenza». 
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