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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 13/10/2020

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Giani: bene il Dpcm, basta con i conflitti tra governo e Regioni
Le nuove misure anti-Covid del governo vanno «nella direzione giusta». Lo afferma il neo presidente della Toscana Eugenio Giani, intervistato sulla Stampa da Alessandro Di Matteo. E’ soddisfatto del Dpcm? «Sono convinto che sia importante in questo momento essere coordinati a livello nazionale. E’ una fase molto delicata, la gente vuole rassicurazioni e autorevolezza di fronte a provvedimenti che sono da stato di emergenza. E’ giusto che vi sia un intervento da parte del governo». Molti suoi colleghi presidenti non hanno preso bene la norma dell’ultimo decreto che vi consente di inasprire le misure decise dal governo ma non di ammorbidirle. «Io ascolto molto i cittadini: vogliono uniformità nelle misure e negli interventi. Sento che è il momento, come istituzioni, di dare l’immagine rassicurante dell’armonia fra di noi». Non è d’accordo con chi dice che voi a livello locale avete maggiormente il polso della situazione? «Questo è un principio generale, ma nel passaggio contingente mi sembra che questi provvedimenti siano equilibrati, si prende atto del maggiore contagio ma senza arrivare a conseguenze troppo pesanti per l’economia. Se dobbiamo limitare alcune attività bene, ma dobbiamo anche contemperare le esigenze sanitarie con quelle economiche. Mi pare che le misure vadano in questa direzione». Giusta anche la chiusura dei locali alle 24? «E’ un giusto compromesso». Alla fine il divieto di fare feste private è diventato una raccomandazione. «Mi sembra anche giusto! Non possiamo mica immaginare un sistema di delazione». E’ vero che come regioni state pensando di tornare alla didattica a distanza se il governo ridurrà la capienza sul trasporto pubblico? «Sono assolutamente contrario, il rapporto diretto nelle classi è un valore troppo importante. E poi in Italia la copertura digitale non è così scontata in tutte le regioni».
 
Casini: il pressing su Mattarella è uno sgarbo istituzionale
«L’elezione del capo dello Stato è un unicum e tutti gli scenari che puntualmente si fanno sono smentiti dagli accadimenti. Per cui, quando sento agli angoli del Parlamento discorsi di questo tipo, o mi allontano o sorrido. E sono facce della stessa medaglia». Così Pier Ferdinando Casini, intervistato da Carmelo Lopapa su Repubblica, commenta l’ipotesi di un bis al Quirinale per Sergio Mattarella. Questo Parlamento è legittimato a eleggere il capo dello Stato? Oppure, come qualcuno dice, dopo il taglio dei parlamentari sancito dal referendum, sarà legittimato solo il prossimo? «Io capisco che questo argomento possa essere posto. Ma in termini istituzionali non ha alcuna rilevanza. Non ci ritroviamo oggi con la cancellazione di un ramo del Parlamento. Quello sì, avrebbe posto un problema. Ma il referendum porterà a una riduzione della platea in misura proporzionale, che rende invariato il risultato e garantisce la piena legittimità del corpo elettorale del capo dello Stato». Per la riconferma di Mattarella esiste il precedente illustre di Napolitano. «Parlare oggi di riconferma, a un anno e mezzo dalla scadenza, in una situazione per altro particolarmente complicata e con un capo dello Stato in piena attività, sia assolutamente improprio. Evocare ipotesi di rielezione oggi, al di là delle intenzioni di chi le evoca, rischia di risultare irritante per lo stesso capo dello Stato». Quelle ipotesi alludono anche a una riconferma a tempo, fino all’insediamento delle nuove Camere. «Ecco, questo è veramente offensivo. Non può esistere per nessun capo dello Stato la fattispecie di una riconferma condizionata temporalmente. Questo sì, tradirebbe lo spirito della Costituzione, che non impedisce la rielezione di un capo dello Stato. Napolitano è stato confermato per sette anni, poi si è dimesso, ma è stata una sua scelta. Un mandato a termine sarebbe un’aberrazione giuridica, una bestemmia costituzionale».
 
Pesenti: Milano rischia, i giovani rinuncino all’happy hour
“L’osservata speciale adesso è Milano, i giovani dovrebbero rinunciare all’happy hour per due o tre settimane”. Intervistato da Fabrizio Guglielmini per il Corriere della Sera, Antonio Pesenti, coordinatore delle terapie intensive nell’Unità di crisi della Regione Lombardia per l’emergenza Coronavirus, mostra toni sempre più decisi nell’allertare i decisori politici. Come sta evolvendo la situazione infettiva a Milano? «Milano, fra le città lombarde, oggi ha i guai maggiori. Sei mesi fa è stata risparmiata da quello che è accaduto a Bergamo. Ma quello scenario riportato qui sarebbe un gravissimo problema sanitario». Come possono essere utili gli indici di trasmissibilità Rt per le strategie di intervento? «Sono indici che possono avvalorare delle ipotesi. Ma appunto, sono ipotesi: da una parte perché ci sono molti altri dati da prendere in considerazione, dall’altra chi è chiamato a prendere decisioni le può utilizzare in modi diversi, arrivando a soluzioni restrittive differenziate. Ma c’è dell’altro». Cioè? «Al momento non conosciamo il reale numero degli infetti, e questi dati non ce li può dare nessuno, nonostante tracciamenti e tamponi. Si tratta di stime; le uniche armi efficaci sono preventive: distanziamento sociale e mascherina». Quali scelte medico-organizzative si dovrebbero adottare subito? «Di sicuro individuare e trattare il maggior numero possibile di focolai che si concentrano ora nelle famiglie; in più dobbiamo evitare in ogni modo di sovraccaricare gli ospedali. Già oggi i pronto soccorso del Milanese sono in affanno: non appena arriva un malato Covid i protocolli bloccano di fatto la normale attività. Sono necessarie scelte tempestive». Un’ipotesi per ridurre gli assembramenti? «I giovani dovrebbero rinunciare subito, per due o tre settimane, all’happy hour. Adesso si chiederebbe loro un sacrificio modesto. Se Milano dovesse vivere la situazione di marzo ed aprile la gestione sanitaria sarebbe molto complessa».
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