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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 30/09/2020

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Grossi: fermare il nucleare iraniano la più grande sfida per l’Aiea
«L’Iran è certamente la sfida più importante per la Aiea. Adesso è come se i nostri ispettori fossero riusciti a riaccendere la luce in quel Paese, possiamo tornare a controllare il loro programma nucleare. Abbiamo chiesto di entrare in due siti segreti in cui dobbiamo capire cosa è stato messo in piedi. Lo faremo, seguendo una politica della fermezza ma anche della correttezza e dell’indipendenza». Lo dice in una intervista concessa a Vincenzo Nigro di Repubblica il diplomatico argentino Rafael Grossi, da 10 mesi a capo dell’Agenzia internazionale dell’Onu per l’energia atomica (Aiea). Appena rientrato da Teheran (gli iraniani hanno accettato le ispezioni), Grossi spiega cosa sta facendo la sua agenzia con l’Iran: «Lavoriamo per essere e anche per apparire indipendenti e coerenti con la nostra missione. Il caso iraniano era il primo da affrontare, con la massima rapidità. E lo abbiamo fatto». Qual è il problema della Aiea e della comunità internazionale con l’Iran? «In questa lunga storia, l’Iran ha commesso azioni in violazione del TNP, il Trattato di non proliferazione nucleare, e non ha rispettato alcuni Accordi Tecnici sulle ispezioni. Arriviamo al 2015 e al famoso “JCPOA”, l’accordo fra i 6 del Consiglio di sicurezza, la Germania e l’Iran. Arriva una nuova amministrazione negli Usa e nel 2018 gli Usa escono. Entriamo in una fase paradossale: l’Iran inizia a ridurre la sua adesione al JCPOA, in maniera progressiva, iniziano ad arricchire più uranio eccetera eccetera, ma noi continuavamo a fare ispezioni». L’Aiea non era parte del JCPOA, non avevate partecipato al negoziato fra l’Iran e i 5 Paesi più uno. Come mai siete stati coinvolti? «Perché il JCPOA comunque è stato sostenuto da una risoluzione Onu che ha assegnato alla Aiea il compito di verificare gli aspetti tecnici. Noi facciamo le verifiche».
 
Tajani: per un seggio con FI conta la meritocrazia
Intervistato sul Corriere della Sera da Paola Di Caro, il vicepresidente di Forza Italia Antonio Tajani lancia un appello ai suoi all’indomani delle elezioni regionali non proprio esaltanti per la sua formazione: «Siamo noi la garanzia per il nostro futuro, nessun altro può darcela – dice Tajani –. Abbiamo un grande leader, Berlusconi, che a causa del Covid ci è mancato molto in questa campagna elettorale, ma che c’è e che deve ispirarci non solo con le sue decisioni, ma con quello che rappresenta e incarna, che ci mette e ci ha sempre messo a disposizione ed è nelle nostre mani». Significa che non ci sono novità in vista ai vertici di FI? «Abbiamo un leader indiscusso, apprezzato, una figura di riferimento nel panorama nazionale e internazionale. Che ci guida e continuerà a farlo rappresentando con la sua stessa figura, per l’oggi e il domani, i nostri valori e le nostre idee. Saper creare, fare impresa, lottare per uno Stato liberale, un fisco più giusto, una giustizia che sia centrale nell’equilibrio dei poteri, un’Europa solidale e forte, la capacità di governare e non solo di opporsi, sono il patrimonio che Berlusconi rappresenta. Sta a noi impegnarci per farlo contare». I suoi parlamentari sembrano però spaventati: calo dei consensi, taglio dei parlamentari, mettono a rischio la loro rielezione «Non esistono scorciatoie, nessuno regala seggi e posti in nessun partito. Vale solo la meritocrazia e c’è solo una strada: combattere pancia a terra per conquistare i voti, il proprio seggio, e dare una prospettiva non solo a se stessi ma soprattutto al Paese». Insomma, inutile parlare di nuove formule come un centro autonomo o guardare fuori da FI? «Esattamente. Non c’è posto per centrini autonomi. Siamo stabilmente nel centrodestra e al suo interno vogliamo avere un ruolo sempre maggiore: serve anche agli alleati per vincere e governare».
 
Meloni: sui migranti sto con i polacchi
«I polacchi non sono contrari al Recovery ma alle condizionalità eccessive sul Recovery». In un’intervista a Francesca Paci (La Stampa), Giorgia Meloni, neoeletta presidente dei Conservatori e riformisti europei (Ecr), incalza l’Europa: «Deve dare una mano perché siamo messi male, tutti». Meloni rivendica poi di aver denunciato, tra i primi, l’assenza dell’Europa, quando il covid sembrava un problema italiano. E sul fronte migranti, la leader di Fratelli d’Italia sposa la tesi dei polacchi: «difendiamo tutti insieme i confini». Meloni spiega che presiedere i Conservatori e riformisti europei «significa non essere isolata: l’Europa non si esaurisce in due opzioni, uscire o prostrarsi in ginocchio. Io rappresento la terza via blairiana di destra, sto in Europa con i partiti che condividono un modello confederale, con nazioni che collaborano ma restano sovrane in casa propria. Oggi l’Ue non ha una politica estera ma si occupa di carote e vongole, ecco, vorrei l’opposto: di queste cose si occupino gli Stati, mentre l’Europa dovrebbe pensare alle grandi materie di interesse comune». Si dice che Salvini abbia pensato al Ppe. I Conservatori non lo vogliono? «Non lo so, ne parleremo nei prossimi giorni». Qual è in Europa la differenza tra i sovranisti di Salvini e i Conservatori? «I Conservatori non si limitano alla critica ma propongono un’idea alternativa di Europa, nel solco di un pensiero presente sin dall’inizio del processo d’integrazione europea». Talmente alternativi che i Visegrad sono pronti a ritardare il Recovery Fund affamando l’Italia. «Gli stati di Visegrad hanno governi che fanno parte un po’ di tutte le famiglie europee. Solo Varsavia è a guida Ecr. I polacchi non sono contrari al Recovery ma alle sue condizionalità eccessive».
 
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