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Altro parere

Il premier Penelope

Redazione InPi¨ 29/09/2020

Altro parere Altro parere Alessandro Sallusti, il Giornale
Il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, usa l’immagine di Penelope e della sua tela per descrivere l’azione del premier Conte: “Esattamente due anni fa – scrive - Luigi Di Maio si affacciò dal balcone di Palazzo Chigi per annunciare la fine della povertà in Italia. Da pochi minuti il governo Conte Uno aveva dato il via libera alla legge che introduceva il reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia della fortunata campagna elettorale grillina, e i Cinque Stelle non stavano più nella pelle dalla felicità. Come è andata a finire lo sappiamo: ad aumentare non è stata né la ricchezza né l’occupazione, ma solo il lavoro nero (già, se accetti un impiego vero perdi il sussidio e allora tanto vale raddoppiare le entrate stando nell’ombra). Ora Conte dice che così non si può andare avanti, che il meccanismo perverso va rivisto e limitato perché sta diventando un reddito di furbizia. Verrebbe da dire, a proposito di furbi: senti chi parla. Già, perché quella legge Conte la firmò con entusiasmo, nonostante la sua evidente fragilità, e non credo l’abbia fatto per convinzione, ma per semplice opportunismo. Era il prezzo che doveva pagare per restare premier, e non fu certo l’unico. Oggi, infatti, Conte disconosce platealmente pure la riforma delle pensioni (la famosa «Quota cento») e i decreti sicurezza. Insomma, per oltre un anno – tanto durò il suo primo governo – Conte non c’era, e se c’era o dormiva o non capiva. Abbiamo un premier Penelope che, conteso dai Proci che aspirano al suo trono, tesse e disfa la stessa tela all’infinito per non arrivare mai a un dunque definitivo. Così è sul Mes, così sarà sul Recovery fund: un giorno in un modo, il seguente in un altro e sempre nella speranza che alla fine il destino imbocchi la strada a lui favorevole. Attenzione, però, Conte non è l’unico smemorato di questo quadro politico. Diciamo che c’è stata un’amnesia collettiva, per cui Di Maio dimentica di avere votato i decreti sicurezza, quota cento e di essere stato fortemente antieuropeista e anti Pd; Renzi ha abiurato al giuramento: «Mai con i Cinque Stelle» e Zingaretti ha rimosso il fatto che il Pd è andato al governo dopo avere perso le elezioni. Avere a che fare con la memoria è faticoso, a volte spiacevole. La strada dell’oblio è invece tutta in discesa, ma non è detto conduca alla meta”.
 
Michele Brambilla, il Giorno
“Se n’è parlato poco, ma s’è tenuto, domenica in Svizzera, l’ennesimo referendum anti-stranieri, che da quelle parti significa soprattutto anti-italiani. La proposta, che tendeva in particolar modo a limitare agli stranieri i posti di lavoro, è stata respinta dal 62 per cento dei votanti. Meglio così, per noi”. Lo scrive Michele Brambilla sul Giorno a proposito di migrantil, stranieri e punti di vista diversi: "Per una curiosa coincidenza - sottolinea - sabato a Ferrara il Premio Estense è stato vinto (ex aequo con Pablo Trincia, autore di “Veleno“) da Concetto Vecchio, un giornalista che ha rievocato una storia di cui s’era persa la memoria: quella di un referendum indetto nel 1970, sempre in Svizzera, per espellere 300.000 stranieri, quasi tutti italiani. Il libro s’intitola appunto “Cacciateli!“. Quel referendum era stato promosso da un editore di Zurigo, James Schwarzenbach, molto diverso, almeno in apparenza, rispetto a certi estremisti rozzi, beceri e incolti. Schwarzenbach era un uomo colto, raffinato, ovviamente molto ricco, che all’inizio degli anni Sessanta era entrato in politica in una formazione di estrema destra, Nationale Aktion, di cui era diventato l’unico parlamentare. Diede il la a una campagna di odio che partiva da uno slogan che anche oggi ben conosciamo («Prima gli Svizzeri!») e arrivava a condizionare gran parte del popolo, al punto che sugli annunci delle agenzie immobiliari si leggeva spesso «Non si affitta a cani e italiani». Concetto Vecchio, che è figlio di due italiani che in quel tempo vivevano in Svizzera, spiega tanto odio con la paura della diversità. Gli italiani - che pure erano cristiani come gli svizzeri, e che quindi degli svizzeri avevano le medesime radici culturali - mostravano un modo diverso di parlare, di mangiare, perfino di ballare. E questa diversità genera una paura: quella di perdere la propria identità. Ma è una paura reale? Non c’è alcun dubbio che l’immigrazione ponga oggi problemi che non possono essere risolti dal buonismo o dal facilismo. Però temere di perdere l’identità è spesso un fantasma pericoloso, che non tiene conto che ogni identità (compresa la nostra) è la somma, nel tempo, di tante diversità divenute ricchezze. Schwarzenbach perse il referendum per pochi voti (46 a 54 per cento) e oggi il clima in Svizzera nei nostri confronti è molto cambiato. Non ovunque, però, se è vero che in Canton Ticino, domenica, ha vinto il “sì“. Storie diverse, ma che comunque ci invitano a riflettere su quando gli stranieri eravamo, e siamo, noi”.
 
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