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Conte, il doroteo della post politica

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 28/09/2020

In edicola In edicola Massimiliano Panarari, La Stampa
“Contismo 1 e 2». I tempi sono già maturi per elevare la figura di Giuseppe Conte a etichetta-categoria politica a tutti gli effetti. Galloni guadagnati sul campo di due esecutivi”. Lo scrive Massimiliano Panarari sulla Stampa: “In seno al contismo si possono così già distinguere delle fasi e alcune modificazioni significative. In origine era l’«avvocato del popolo», il notaio che faceva da garante tra i partner secondo la formula del «contrattualismo grillino», per cui non esisterebbero alleanze politiche, ma solo convergenze tattiche e temporanee con soggetti intercambiabili per dividersi il controllo della stanza dei bottoni. Era il «contismo 1», intriso delle culture politiche populiste dei due partiti al governo (Lega e Movimento 5 Stelle), che ha ceduto il posto al «contismo 2», collocato all’interno di un quadro “emergenziale”, dove a tracciare il solco è l’opzione europeista. Una scelta coronata dall’insperato tesoretto – e dalla straordinaria opportunità politica per la maggioranza attuale – delle risorse del Next Generation Eu, su cui il governo si giocherà (o meno...) la scommessa di provare a raddrizzare i drammi economici e sociali disseminati dalla pandemia. A fare da ponte tra i diversi stadi del contismo sono alcuni elementi di fondo. Come l’attendismo e la politica del rinvio per aggirare le divergenze di vedute tra i partner delle coalizioni (una “filosofia” e un metodo che si stanno riproponendo a proposito della riforma elettorale, promessa in tempi brevissimi dopo il voto referendario). E come il camaleontismo, effigiato nell’immagine del «Camaleconte», da cui derivano anche la sua attitudine (vincente) all’adattabilità al mutare delle circostanze. Un mix di passato e presente/futuro, nel quale si ritrovano tracce di una concezione della politica notabilare e del gattopardismo quale permanenza di lungo periodo del paesaggio pubblico italiano, rivedute e aggiornate all’insegna di un «trasformismo liquido 2.0» e dell’accreditamento di un format di decisionismo mediatico (dall’immagine del «comandante in capo» durante il lockdown a quella del negoziatore risoluto durante le trattative sul Recovery Fund). Una strategia della flessibilità assoluta e totale che finora ha decisamente pagato dal punto di vista dei consensi. E un equilibrismo che, in termini di suggestioni e ascendenze, appare per certi versi come “democristiano”, ma risulta anche molto postmoderno (innanzitutto per l’importanza della comunicazione), ed è basato su una forma ferrea di realpolitik. Il «contismo 2» si caratterizza così con un rinnovato protagonismo – e un segno più direttamente interventista – per cavalcare il cambio di fase successivo alle ultime consultazioni elettorali. E con l’occhio puntato sulla debolezza di una parte del sistema dei partiti”.
 
Ezio Mauro, la Repubblica
“Le mezze vittorie sono sempre difficili da gestire perché tutto diventa opinabile e nulla più è solido e sicuro: figuriamoci le mezze sconfitte. Quando poi il diavolo leghista ci mette la coda, spingendo il segretario ad annunciare in campagna elettorale un sicuro cappotto con sette Regioni vinte a zero, si capisce che davanti al 3 a 3 uscito dalle urne il contraccolpo è ancora più pesante di quanto dicano i numeri”. Lo scrive Ezio Mauro su Repubblica a proposito delle “vie di fuga di Salvini”. “Con un riflesso identico a quello dell’altro populismo uscito sconfitto (anzi, a pezzi) dal voto, quello del Movimento 5 Stelle – scrive Mauro - Salvini ha promesso una guida del partito più collegiale, dicendosi pronto ad ascoltare di più e a non decidere tutto da solo, col varo di una vera e propria segreteria politica coi dipartimenti e le deleghe. I grillini puntano su un direttorio, ma il metodo per Salvini e Di Maio è lo stesso: i leader in difficoltà dopo il risultato elettorale cercano di spartire la responsabilità che prima hanno gestito da soli, arroccandosi nel gruppo dirigente in una improvvisa condivisione che in realtà è una ricerca di protezione. Ma se Salvini cerca la soluzione dei suoi problemi dentro la nomenklatura sbaglia un’altra volta, e clamorosamente. La vera partita della Lega non si è mai giocata dentro il ceto politico, bensì davanti al Paese, come la storia degli ultimi trent’anni insegna, presentando sempre un movimento dalla fisionomia molto netta, da cui derivava una missione precisa e un’idea-forza semplice ma potente, e soprattutto fortemente identitaria. Salvini ha operato un trapianto sul vecchio corpo leghista, spostando il partito dalla tutela del Nord contro l’Italia di “Roma ladrona” (con una pretesa implicita di rappresentanza delle partite Iva ma anche del mondo del lavoro e della produzione) a un nazionalismo vittimista ed egoista, per un Paese chiuso in sé stesso contro le insidie dell’Europa e dei migranti, prigioniero della paura. Evidentemente è tutta una cultura politica che arranca e non riesce più a rappresentare il Paese cambiato dal virus, sostituita dalla pura propaganda. È qui, esattamente qui, che Salvini deve mettere le mani per correggere la rotta. «Il lockdown e il cambiamento impongono una riflessione — ha detto a Repubblica il vicesegretario Giorgetti — , va precisato e affinato quel che la Lega propone all’Italia. Ma in ogni caso la Lega che decide di riscoprire l’Europa e di mettersi in gioco significherebbe la riduzione di un’anomalia estremista nel tentativo di far nascere — se Salvini avrà la forza di tentare questa avventura — quella destra conservatrice moderna che nel nostro Paese è sempre mancata. Soltanto che la svolta comporta dei prezzi, o almeno degli obblighi. Dunque la svolta avrebbe bisogno di un coraggio che probabilmente manca a un leader in difficoltà. Perché Salvini sa che entrare finalmente in Europa, da conservatori, significa scegliere definitivamente l’Occidente: non soltanto impugnare il rosario nei comizi, invocando il Dio degli eserciti contro la disperazione senza rappresentanza dei migranti”.
 
Pierfrancesco De Robertis, il Giorno
La retorica anticasta uccide il merito. Lo scrive Pierfrancesco De Robertis sul Giorno a proposito della vicenda dello stipendio del presidente Inps, Tridico a proposito del quale l’editorialista scrive che “stupisce non tanto la delibera che ne aumenta lo stipendio a 150mila euro lordi all’anno (circa 6mila netti al mese), quanto che un dirigente apicale di quel livello potesse ricevere in precedenza una busta paga inferiore ai 3mila euro, molto meno di tanti dirigenti dell’Inps stesso, e - secondo aspetto che lascia senza parole - che nessun politico, neppure quelli che l’avevano nominato, i grillini, abbiano speso una dichiarazione per affermare una verità tanto evidente: chi lavora con competenza, preparazione e si assume grandi responsabilità, magari rischiando anche il posto, deve ricevere un emolumento adeguato. 3mila euro per il presidente di un ente che mobilita 300 miliardi all’anno, ha migliaia di dipendenti, non sono adeguati. Non l’hanno difeso i grillini, non l’ha difeso il presidente del Consiglio di quel governo che l’aveva nominato, Giuseppe Conte. Tutti si sono detti stupiti dell’aumento di stipendio, o hanno fatto intendere di esserlo stati. L’hanno scaricato. Non l’hanno difeso perché la narrazione anticasta di cui i 5 stelle si sono alimentati e di cui tuttora detengono il copyright (il referendum di domenica scorsa lo conferma) presuppone che non conti quanto si è capaci di fare, non conti il merito o il curriculum che si esibisce per ottenere un posto. Conta solo che si venga pagati poco perché altrimenti si è “casta“. La narrazione dell’uno vale uno mette tutti sullo stesso piano, bravi o cretini, belli o brutti, preparati o apprendisti stregoni, così nel momento in cui siamo tutti uguali, tutti dobbiamo guadagnare il meno possibile. L’unico livellamento ammesso è al basso, l’unico stimolo che si trasmette è fare poco. Tridico finisce così vittima di quella retorica che l’aveva portato alla guida dell’Inps, ma non è l’unica vittima. La vittima principale è l’Italia, tutti noi, schiavi come ci hanno fatto diventare di una mentalità che non incentiva il merito e la sua giusta remunerazione, e una selezione della classe dirigente in base alle competenze e ai sacrifici per ottenerle. L’esatto contrario di ciò che serve a un Paese che si deve tirare fuori dalle secche di una crisi senza fine”.
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