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Le riforme un passo alla volta

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 24/09/2020

In edicola In edicola Antonio Polito, Corriere della Sera
“Le Riforme un passo alla volta” titola il Corriere l’editoriale firmato da Antonio Polito che parla dell’”antico vizio di confondere i risultati dei referendum con il consenso politico è difficile da estirpare. Colpa anche un po’ nostra, di noi commentatori, che – sottolinea - tendiamo spesso a trascurare il merito della domanda posta agli italiani e della risposta da loro espressa, per concentrarci invece sui (presunti) significati politici. Invece è possibile individuare nei comportamenti degli elettori in materia costituzionale una coerenza, un filo rosso, che può tornare utile a chi volesse ricominciare a tessere la tela dell’aggiornamento della Carta. Consiste in questo: dicono di solito No a una Grande Riforma, mito ormai quarantennale della politica italiana, cioè a un radicale rifacimento della nostra democrazia; ma possono dire Sì a una Piccola Riforma, cioè a interventi mirati, comprensibili nella loro semplicità, chirurgici, che cambiano un connotato senza stravolgere il volto. Il referendum del 2006 si svolse poche settimane dopo la sconfitta del centrodestra alle elezioni politiche. Quello del 2016 servì a mettere fine al governo di Renzi. Non c’è dubbio che il clima politico influì. Ma forse ancor di più contò il fatto che entrambi i progetti vennero presentati dagli avversari e considerati dalla maggioranza degli italiani come un salto nel buio. Spaventarono gli elettori. I quali ritennero più saggio fidarsi dei padri costituenti, che dei politici del momento. Questo atteggiamento è stato interpretato come conservatorismo. Vuol dire che dobbiamo rinunciare a ogni speranza di riforma? Che gli aspetti più evidentemente anacronistici del sistema parlamentare sono perciò immodificabili? Forse no. E il successo dell’ultimo referendum lascia aperta una porta: se si procede un passo alla volta ci sono possibilità di convincere l’elettorato. Del taglio dei parlamentari si cominciò a parlare nella legislatura precedente. E per giungere in porto si è dovuto estirparlo da un progetto di Grande Riforma dei Cinquestelle quello sì con tratti eversivi della democrazia parlamentare, come la possibilità di sottoporre a referendum confermativo quasi ogni legge, paralizzando così la funzione legislativa; oppure come il vincolo di mandato, per cui i parlamentari non rappresentano più gli elettori ma diventano impiegati del partito che li ha candidati, e non sono dunque autorizzati al dissenso. Bisogna insomma che i partiti credano al voto degli elettori, che lo prendano sul serio. Più se lo giocheranno invece nella gara del consenso di parte, più renderanno sospettosi gli italiani, allontanandoli dal riformismo costituzionale”.
 
Carlo Galli, la Repubblica
“Benché le elezioni siano terminate in pareggio, benché sia stata rallentata l’avanzata delle destre, il sistema politico non ha acquistato solidità. Evitata la spallata, il terremoto, restano profonde fessurazioni che minano gli apparenti equilibri. Siamo lontani da una situazione di stabilità competitiva sul modello Dc-Pci, dal loro duro braccio di ferro misurato sui risultati elettorali. Ora dietro ai risultati ci sono problemi, non forze”. Lo scrive Carlo Galli su Repubblica: “Il dato fondamentale – sottolinea - è la scomparsa tendenziale del M5S. Forse al prezzo di una scissione fra ala governativa (Di Maio) e alternativa (Di Battista), si pone la questione della rifondazione. Ma dove andranno senza cultura politica? Senza strumenti di analisi? Qui, insomma, lo squilibrio è dato dal fatto che un partito prossimo all’inesistenza, e privo di una rotta politica, è il più numeroso in Parlamento e nel governo. La destra, poi, è stata fermata nel suo obiettivo di vincere in Puglia e Toscana, ma guadagna le Marche, governa quindici regioni su venti, e vale circa metà dell’elettorato nazionale: le peculiarità di queste elezioni — territorialità, personalizzazione — non saranno riprodotte in quelle politiche generali. Qui lo squilibrio sta nel fatto che non si sa quale destra emergerà dal presente “cespuglio evolutivo”: a parte quella nordista di Zaia, fortissima, ma che non può avere ambizioni nazionali, e a parte quella moderata di Berlusconi — in via di scomparsa — , quella sovranista di Salvini (leader non più indiscusso, ma non ancora sull’orlo del licenziamento), oppure quella nazionalpopolare di Meloni? Da parte sua, il Pd di Zingaretti recupera — anche se i tre governatori vittoriosi non sono espressione del segretario. Ma qui lo squilibrio sta nel fatto che il Pd ha poche idee ed è privo di partner credibili: il M5S è in crisi, e il centro tende a estinguersi, come dimostra il caso Renzi. Se si vuole porre come forza di garanzia del sistema, quello del Pd sarà un esercizio di equilibrio senza rete e senza egemonia. Il governo, infine, vede prolungata la propria vita — è troppo debole per sopportare un rimpasto — , ma non la propria energia politica. Ma per rispondere in modo strutturale alle esigenze dei cittadini, ai bisogni del Paese, alle attese dell’Europa, si dovrà uscire dall’attuale barcollante equilibrio di debolezze, e ritrovare idee, forze e istituzioni capaci di organizzare lo sviluppo di cui abbiamo sempre più bisogno.
 
Alessandro Sallusti, il Giornale
Il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, firma l’editoriale odierno – un’analisi dell’attuale centrodestra - titolandolo “il coraggio di non essere di moda”. “Credo – Scrive - che nessuno possa permettersi di insegnare a Matteo Salvini e a Giorgia Meloni come incrementare il consenso, in questo entrambi sono dei fuoriclasse. Altra cosa è la certezza che tanto consenso personale porti di per sé a una proposta politica percorribile e sostenibile nei fatti e nel tempo. «Niente è più ostico di un consenso alla moda», diceva Margaret Thatcher, lasciando intendere il pericolo - le mode passano – insito, anche in politica, nelle fiammate di successo. Il grillismo ne è un esempio perfetto: cotto, mangiato e digerito nel giro di pochi anni proprio perché fondato su una moda (l’anticasta) invece che su una cultura di governo. Il centrodestra non è una moda – sta per compiere trent’anni di onorato servizio -, ma una realtà imprescindibile dell’offerta politica italiana. Non è una moda, ma a volte si ha l’impressione che i suoi leader – e pure i suoi elettori - seguano mode più o meno improvvisate. Che la Lega di Salvini stia cedendo voti ai Fratelli d’Italia della Meloni, e che ancora prima Forza Italia abbia in parte travasato i suoi a entrambi, dimostra che l’elettorato non di sinistra non ha ancora trovato un baricentro solido e stabile dopo l’azzoppamento di Silvio Berlusconi. Il quale, per quello che ne so, sarebbe stato invece ben felice di collaborare con un socio cui portare in dote il patrimonio politico e culturale di Forza Italia, senza il quale non può esistere il centrodestra, ma solo una destra-destra, che è cosa ben diversa. Non è la somma che fa il totale, come direbbe Totò (i tre partiti veleggiano stabili attorno al cinquanta per cento), ma queste continue oscillazioni al suo interno rendono oggi fragile il centrodestra. Si naviga un po’ a vista, cercando di intercettare il vento e le mode del momento: un giorno europeisti e l’altro euroscettici, conservatori ma anche anticasta per non lasciare campo ai grillini, rigorosi sulla lotta al Covid ma anche no, disposti a dialogare con il governo sulle cose serie ma anche a sfiduciare i suoi ministri. Faccio i miei migliori auguri di successo personale a Salvini e alla Meloni, ma siccome – lo sanno anche loro – soli non andranno mai da nessuna parte, un giorno o l’altro qualcuno dovrà prendere in mano le redini dell’intera coalizione sacrificando qualcosa del proprio partito. Salvini non l’ha fatto, la Meloni per ora non vuole farlo, Berlusconi oggi non può farlo. Verrebbe da dire: per fortuna che le elezioni politiche non sono imminenti”.
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