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Gli errori che vanno archiviati

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 23/09/2020

Gli errori che vanno archiviati Gli errori che vanno archiviati Luciano Fontana, Corriere della Sera
“Le elezioni di settembre ci consegnano un mondo politico con molte novità che gli attuali protagonisti farebbero bene a non trascurare”. Lo scrive il direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana. “Per il M5S, che ha scelto la strada dell’irrilevanza – sostiene Fontana –, è arrivato il momento di cambiare radicalmente le parole d’ordine facili e illusorie che hanno caratterizzato la sua fase nascente. Un esecutivo che deve gestire programmi decisivi per l’uscita del Paese dall’emergenza sanitaria ed economica non può permettersi la replica di formule e posizioni ideologiche che non hanno più senso. A partire da quelle sul rifiuto dei finanziamenti europei utili a migliorare il nostro sistema sanitario. Il Pd, lasciato solo a combattere una coalizione di centrodestra che si è presentata unita dappertutto, ha pagato un prezzo alto, in termini di programmi e di identità, al rapporto con i grillini. E’ facile immaginare che ora il Pd cercherà di imporre i propri temi nell’agenda di governo, che sarà meno disposto a ingoiare un’alleanza che vive sulla carta ma si nutre ogni giorno di dissociazioni e rinvii infiniti. Al presidente del Consiglio spetta un compito importante. E’ tempo di metter in campo con precisione e tempi certi i progetti decisivi per l’Italia. E di prendere in mano il dossier sulle riforme che devono accompagnare il taglio dei parlamentari. C’è infine un punto che riguarda il rapporto con l’opposizione di centrodestra. Salvini non è più il condottiero arrembante di pochi mesi fa. Ma la maggioranza Pd-M5S non può bendarsi gli occhi, non può non vedere che il centrodestra guida 15 Regioni su 20, che ha una forza rilevante nel Paese. Le scelte dei prossimi mesi hanno bisogno di unità e di senso di responsabilità nazionale. Non possono essere fatte e messe in pratica senza il coinvolgimento di un’opposizione così rappresentativa”.
 
Stefano Cappellini, Repubblica
Una lettura simile la fornisce su Repubblica Stefano Cappellini, la cui analisi si concentra soprattutto sul rapporto tra M5s e Pd. “La forzata euforia per il risultato del referendum sul taglio dei parlamentari è durata meno di 24 ore. Il tempo di qualche selfie sorridente e il M5S è tornato all’attività principale degli ultimi mesi: la guerra per bande. Ci sono i governisti, che chiedono di andare avanti con l’alleanza col Pd, ma anche i governisti anti-Di Maio, che chiedono la stessa cosa ma col definitivo passo indietro dell’ex capo politico. Ci sono gli anti-governisti pro Di Battista e gli anti-governisti anti Di Battista. Tutti chiedono ma non sanno a chi, dato che il M5S un capo non ce l’ha, a meno di non fingere che sia il reggente Vito Crimi, finzione eccessiva persino per il tartufismo grillino. Questa è la fotografia del partito di maggioranza relativa, che però nel frattempo nel Paese ha registrato risultati quasi sempre inferiori al 10%. Un problema per Giuseppe Conte. Un problema per il Pd. Governare altri due anni e mezzo con una forza che non ha ancor deciso cosa fare da grande è un problema da non sottovalutare per Zingaretti. In questo senso il successo alle Regionali è persino un rischio per il Pd, quello di cullarsi sulla buona risposta degli elettori per acconciarsi ad andare avanti come è accaduto fin qui: rinviando, sminuendo, trattando al ribasso. Il problema per il Pd è duplice: da una parte non può pensare che il motore del proprio consenso resti solo la volontà di fare argine alle destre sovraniste, dall’altra dovrebbe chiedersi quanto il M5S condivida questa ansia di arginare l’ultradestra e fino a che punto un bel pezzo del Movimento sia tuttora parte integrante, per profonda convinzione culturale, di quel campo di forze che si vorrebbero tenere lontano dal governo”.
 
Massimo Giannini, La Stampa
Il direttore della Stampa, Massimo Giannini, fotografa con un ossimoro alla Aldo Moro il risultato della combinata referendum-regionali: una “instabile continuità” o una “stabile discontinuità”. “Il governo – spiega Giannini - si conferma precario ma ancor più necessario, e si blinda con ragionevole certezza fino alla scadenza naturale della legislatura. A dargli più solidità, ma a imporgli anche più discontinuità, è l’oggettivo rafforzamento di uno dei due pilastri sui quali poggia, cioè il Pd. Ma a destabilizzarlo, mentre per paradosso lo puntella, è l’implosione dell’altro pilastro, fino a ieri il più importante, cioè il M5S. La prova del cambio di fase sta tutta nelle parole del premier, dopo il troppo lungo e troppo cauto silenzio pre-elettorale. «Porteremo i decreti sicurezza al prossimo Consiglio dei ministri». E poi: «Se ci sarà un problema di fondi, affronteremo il Mes in Parlamento». Sembrano piccole cesure culturali, o lievi sfumature lessicali. Ma nel linguaggio un po’ barocco dell’Avvocato del Popolo significano qualcosa. E’ come se in un breve fine settimana abbiano miracolosamente cominciato a sgretolarsi i macigni ideologici che impiombano da un anno le ali della coalizione giallorossa. Ed è come se gli equilibri interni alla spuria maggioranza nata un anno fa dai fumi alcolici del Papeete abbiano improvvisamente cominciato a pendere verso sinistra. Proprio quella sinistra che finora, complice la sua inferiorità numerica e la sua minorità politica, aveva patito l’inconsistente ma paralizzante egemonia pentastellata. Ora il quadro è parzialmente mutato. Più di quanto non dicano il trionfo del sì al referendum o il pareggio per tre a tre nelle regioni più importanti. A questo punto la coalizione non ha più alibi. Deve governare, e bene, le emergenze che tuttora ci aspettano. E questo compito, adesso, spetta soprattutto a Conte. E’ il premier che deve fare sintesi, uscendo dall’ambigua equidistanza nella quale si è protetto in questi mesi”.
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