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Altro parere

La salvezza dei tacchini

Redazione InPi¨ 22/09/2020

Altro parere Altro parere Alessandro Sallusti, il Giornale
“Se dici che vincerai sei a zero e poi pareggi tre a tre è ovvio che il risultato sa di sconfitta”. Così Alessandro Sallusti, direttore del Giornale, nell’attacco del suo editoriale post elezioni riferendosi al leader leghista Matteo Salvini. “Dalle urne delle Regionali – scrive - non è infatti arrivata la spallata alla sinistra che Salvini aveva annunciato: il Pd si tiene Toscana, Puglia e Campania e cede le Marche al centrodestra, che si conferma trionfalmente in Veneto e agevolmente in Liguria. Siamo quindi al paradosso che una ulteriore crescita nel Paese dei governi regionali di centrodestra (solo due anni fa erano 13 a 7 per la sinistra, oggi sono 15 a 5 per il centrodestra) passa oggi per essere un mezzo fallimento. E lo stesso si dica per l’annunciata vittoria del «Sì» al referendum sul taglio dei parlamentari. Solo poche settimane fa nessuno avrebbe scommesso che il «No» avrebbe potuto superare, come accaduto, la ragguardevole quota del 30 per cento (e, col senno di poi, se Salvini e Meloni avessero avuto un po’ più di coraggio invece di consegnare la vittoria a Di Maio, l’esito sarebbe stato probabilmente opposto). Le elezioni di ieri dicono altre due cose. La prima è che i Cinque Stelle ormai sono un partito elettoralmente debole e ben lontani dai fasti di due anni fa. La seconda è l’assoluta marginalità del partito di Renzi, che si è dimostrato sia in Puglia sia in Toscana irrilevante per le sorti del centrosinistra. Ma quel che per noi più conta sono i segnali che arrivano dal centrodestra. Le ambizioni di Salvini non trovano conferme nella realtà: la Lega non è pronta a sfondare nelle roccaforti rosse né a consolidare il suo consenso al Sud. E la corsa della Meloni (sua la vittoria nelle Marche) per la prima volta segna un passo falso, quello del suo candidato Raffaele Fitto in Puglia. Il combinato disposto di tutto quanto sopra porta a una sola conclusione: per i prossimi due anni – cioè fino alla scadenza naturale della legislatura - nulla cambierà nel governo del Paese, o almeno non accadrà nulla di significativo, il che non è propriamente una bella notizia. Trovo infatti assai improbabile che il Parlamento, preso atto del risultato del referendum, si auto-sciolga come sarebbe logico e corretto. Avete mai sentito tacchini chiedere di anticipare il Natale?”.
 
Marco Iasevoli, Avvenire
Più orizzonti e più doveri. Questo, secondo Marco Iasevoli che firma l’editoriale di Avvenire, quello che attende il governo Conte all’indomani del round elettorale. “Date le premesse – scrive -  c’è da concedersi un insperato brindisi, a Palazzo Chigi. Breve, però. Perché il quadro politico resta instabile. Una lieve scossa può far inclinare pericolosamente il piano. E fragile resta soprattutto il fronte del premier, quello giallorosso. Perché mentre si conferma in tutti i territori della Penisola un’alternativa di governo data da un centrodestra plurale e non più monolitico, tarda a comporsi la vera identità della nuova coalizione formata da Pd, M5s, Italia viva, Azione, forze riformiste e moderate, movimenti di sinistra. Fatto salvo il Pd zingarettiano, tutte queste forze ripongono false aspettative sul ritorno più deciso al proporzionale. Che ci sarà, ben inteso. Ma non per scatenare il rompete le righe. O ci si mostra credibili insieme, o si perde. La Liguria, dove nonostante gli slogan di facciata la frammentazione ha soverchiato plasticamente il tentativo di riunirsi, il risultato parla chiarissimo. C’è da immaginare che da oggi in poi il ruolo politico di Conte crescerà, a fianco a quello di Di Maio e di un Zingaretti che allontana la resa dei conti interna, per comporre le alleanze in vista delle amministrative 2021 e per assestare la rotta dell’esecutivo, a costo – probabilmente – di perdere qualche ala estrema del Movimento. E allo stesso tempo c’è da immaginare una nuova ulteriore evoluzione dialettica e programmatica nel centrodestra, che ormai non vince più per la propaganda sovranista – palesemente abbandonata in queste ultime Regionali – ma per le proposte sui temi (coniugate, come nelle Marche, all’amministrazione non positiva del centrosinistra sia dell’emergenza Covid sia del post-terremoto). Il tempo di questa parallela evoluzione dei due (quasi) rinati poli potrebbe essere propizio. Fuori dal politichese, e dentro le pieghe di un Paese che resta confuso e preoccupato, il risultato referendario che compie e circoscrive le spinte populistiche di questi anni e il 3-3 delle Regionali corroborato da una partecipazione superiore alle attese possono somigliare – senza ingenuità – a un invito al dialogo, al confronto, al rispetto e al riconoscimento reciproco. Lasciando perdere sin da subito la boutade sull’attuale Parlamento che non sarebbe legittimato – alla luce del risultato referendario – a eleggere il nuovo capo dello Stato. Semplicemente è una discussione che non ha motivo di esistere. Una discussione per perdere tempo, quando tempo da perdere non ce n’è”.
 
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