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Prima che il gallo canti

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 20/09/2020

In edicola In edicola Ezio Mauro, la Repubblica
Su Repubblica, Ezio Mauro parla degli scenari post voto con particolare attenzione alla vicenda grillina. “Con l’apertura oggi delle urne - scrive - finisce la prima lunga stagione dell’antipolitica: il referendum sul taglio dei parlamentari è insieme il punto culminante di quella sfida e il punto di svolta. Lo dimostra la gestione de-ideologizzata e disarmata che i grillini hanno tentato di fare della questione, lasciando nel magazzino degli orrori quelle gigantesche forbici simboliche esibite davanti a Montecitorio mesi fa, in una campagna anti-casta che sfiorava l’anti-parlamentarismo, riducendo le Camere alle poltrone, la funzione rappresentativa e legislativa a un puro costo superfluo. Oggi, consapevoli che quella spinta si sta prosciugando (al punto che molti cittadini favorevoli alla riduzione del numero di parlamentari votano No proprio contro quello spirito qualunquista) hanno cambiato tono, e dalle urla sono passati al bemolle, quasi sparendo dalla scena: cercando di compiere il salto mortale di una gestione istituzionale per una campagna anti-istituzionale. Nello stesso tempo il declino del populismo ‘anti’ è confermato dalla latitanza del M5S alle elezioni regionali. Corrono dovunque, naturalmente, ma in nessuna Regione corrono per vincere. Questo paradosso meriterebbe un vero dibattito in streaming, trasparente e aperto, per spiegare cos’ha prosciugato non solo il consenso ma la forza del movimento che governa il Paese dal Palazzo senza la possibilità e l’ambizione di governare il suo territorio: una sorta di inedito sovrano senza terra, come Giovanni d’Inghilterra. Per i grillini, com’è evidente, il referendum è un’occasione straordinaria, sia perché consente di nascondere o velare questo vuoto di presenza politica mantenendo comunque una presenza elettorale, e poi perché permette al movimento di dare battaglia sui suoi temi più classici e identitari, in una sorta di calendario parallelo monotematico da forza di opposizione più che di governo. Nel momento in cui le Regionali dimostrano che il M5S non riesce a far politica, il referendum viene in soccorso aiutandolo almeno a fare antipolitica, sia pure ormai a bassa intensità. Dietro questa debolezza c’è la solitudine culturale di un movimento che non ha deciso di quale mondo fa parte, che resta agnostico (salvo Grillo) davanti alla destra di oggi e alla sinistra, che usa i valori come gli alleati, considerandoli intercambiabili. Dal punto di vista del carisma ispiratore, niente ha ancora sostituito il ‘vaffa’ originario, utile per far esplodere il sistema, non certo per governarlo. Solo un congresso, libero e pubblico, può aprire la scatola di tonno in cui il movimento si è rinchiuso, mettendo finalmente a confronto sotto gli occhi di tutti linee, idee, opzioni culturali e leader diversi, e scegliendo il percorso col metodo democratico del voto”.
 
Ugo Magri, La Stampa
“Non sarà il Quirinale a compiere la prima mossa del dopo-voto. Spetterà semmai al premier valutare con calma l’esito del referendum, e ancor di più quello delle Regionali, per decidere se proseguire o meno il suo cammino”. Lo scrive Ugo Magri sulla Stampa a proposito di quello che potrebbe succedere dopo l’apertura delle urne in caso di debacle alle amministrative e al referendum. “Casomai Giuseppe Conte volesse gettare la spugna (periodo ipotetico del secondo tipo, cioè impossibile da valutare al presente) – sottolinea - toccherebbe a lui informarne il capo dello Stato, e nelle dovute forme del galateo costituzionale; ma fino a quando Conte riterrà possibile tirare avanti, Sergio Mattarella non potrà impedirglielo, tantomeno sarà in grado di imporgli le dimissioni. Dovrà eventualmente attendere che vi provvedano le Camere, attraverso lo strumento della mozione di sfiducia al governo; o in alternativa che la maggioranza commetta suicidio in qualche incidente parlamentare, sempre possibile visto il nervosismo tra i Cinque stelle. Allora sì che il presidente diventerebbe parte attiva della crisi, e sarebbe tenuto a farlo nonostante questo passaggio storico sia il meno favorevole in assoluto: con il Covid di nuovo aggressivo, con la manovra 2021 da modellare, soprattutto con il piano di aiuti da sottoporre all’Europa entro metà del prossimo mese. Arduo immaginare che un personaggio incline alla prudenza, quale Mattarella certamente è, desideri avventurarsi in un tale ginepraio di difficoltà. Difatti non risulta affatto l’esistenza di un «piano B», né di contatti già avviati dal Quirinale per fronteggiare un improvviso collasso della maggioranza. Pur di rientrare nel gioco da cui si era auto-escluso, Matteo Salvini ammicca da tempo all’ipotesi di governo Draghi, sebbene il diretto interessato tale non risulti. A questo riguardo non è sfuggito il «suggerimento» di Giorgia Meloni, leader dei Fratelli d’Italia, che esorta il presidente a sciogliere le Camere qualora dovesse verificarsi un «cappotto» alle Regionali. Non è, va detto, una tesi del tutto campata in aria. In anni lontani fu sostenuta da un costituzionalista, Costantino Mortati, che con i suoi manuali ha formato generazioni di studenti. Ma le obiezioni sono molteplici. La Costituzione non è affatto chiara al riguardo. Nonostante il magistero di Mortati, la dottrina resta divisa. Il Colle tace, ma tutto questo lassù è ben chiaro”.
 
Paolo Mieli, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Paolo Mieli esamina gli sviluppi della vicenda Palamara che sabato è stato definitivamente espulso dall’Anm: “Per quel che riguarda poi l’annunciata riforma di purificazione della magistratura che, dopo la scoperta di quel verminaio, sembrava improcrastinabile — pulizia che fu sollecitata in più occasioni persino dal Capo dello Stato — se ne sono perse le tracce. Nel procedere contro Palamara gli ex colleghi del Csm per un bel po’ di tempo se la sono presa comoda. Più che comoda. Adesso invece, all’improvviso, mostrano di aver fretta e di voler giungere rapidissimamente alla sentenza che segnerà la conclusione del procedimento disciplinare contro di lui. Si tratterà quasi sicuramente di un verdetto di condanna che porterà, con identica probabilità, alla espulsione di Palamara all’ordine giudiziario. Allo stesso modo con cui lo stesso Palamara è stato cacciato dall’Associazione nazionale magistrati”. Una questione aggiunge Mieli, che coinvolge in qualche modo anche un magistrato eccellente: Piercamillo Davigo. “A questo punto scrive - però si pone un problema. Palamara, che tra l’altro aveva cercato (senza successo) di portare Davigo sul banco dei testimoni, potrebbe approfittare di questo garbuglio per provare a mandare gambe all’aria l’intero procedimento a suo carico sollevando, dopo il 20 ottobre, eccezioni sulla presenza tra i suoi «giudici» dell’ex pm di Mani pulite. Ed ecco che allora si è escogitata una soluzione. L’uomo della cena all’Hotel Champagne – dopo essere rimasto a bagnomaria per un anno e mezzo–verrà adesso giudicato in un lampo. Veloci, veloci, veloci. Si cercherà di giungere alla sua più che probabile decapitazione prima che sia scoccata l’ora del compleanno di Davigo. Non c’è spazio per i centotrenta testimoni di cui Palamara aveva chiesto la convocazione. Del resto gli erano già stati negati quasi tutti, diciamo pure tutti (almeno per quel che riguarda magistrati). Il processo interno al Csm deve essere rapidissimo. Gli altri magistrati pizzicati dal trojan, verranno «trattati» in tempi successivi quando ormai nessuno presterà più attenzione a questa torbida storia. Spiace che le cose siano andate in questo modo. Ci sono procedimenti giudiziari in cui il dibattimento vale davvero molto e un’accurata, attenta escussione dei testi conta forse più della sentenza finale. E questo è uno di quei casi. Va detto infine che non è un bene venga emessa una dura sentenza anche contro il peggiore dei presunti malfattori, senza che gli sia stata data la possibilità di difendersi. In particolar modo quando l’imputato appare condannato in partenza”.
 
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